L' ASSASSINO
DELL' IMPERATRICE
SISSI

VITA DI MISERIA
D'UN ANARCHICO
SOLITARIO

 

MICHELE DUCAS-PUGLIA
 

PARTE SECONDA

 

SOMMARIO: RACCOGLITORE DI <FIANTES E CROTTINS> E ACCOMPAGNATORE D' UN MERCANTE CIECO; ASSUNTO DAL CURATO; UN ALTRO PADRONE.

 

RACCOGLITORE DI <FIANTES E CROTTINS>
E ACCOMPAGNATORE D' UN MENDICANTE CIECO

 

Il piccolo Lucheni passava le sue vacanze (senza fine!) a raccogliere escrementi e sterco (fiantes et crottins) per le strade. Tutte le mattine, per potersi guadagnare un pezzo di polenta, doveva presentare al <suo papà e mamma> un vecchio paniere, pieno di queste <merde> ( Lucheni pregava il lettore a non scadalizzarsi, pecisando sarcasticamente che certamente non c'era da attendersi che si parlasse di diamanti), che egli raccoglieva secche o fumanti, e con le mani, percorrendo una distanza che variava secondo che fosse giorno di mercato a Fornovo (borgo distante sette chilometri da Varano).
Nelle sue memorie Lucheni, a questo punto, si lasciava andare a un apprezzamento nei confronti dell'Italia. Egli raccontava infatti che a Fornovo, nel XV sec., vi era stata una battaglia tra francesi e spagnoli. All'epoca esisteva un ponte che attraversava il Taro e il Ceno, ed era stato demolito durante quella battaglia e ricostruito dopo quattro secoli (1870). E' questo, commenta Lucheni, il progresso che l'Unità d'Italia ha portato a quelle valli!
Il pomeriggio ripercorreva quelle strade per la seconda volta per riempire il paniere. Un giorno alla settimana, generalmente il lunedì, egli scriveva, andava con un sacco, rimestando nei mucchi di spazzatura, sparsi nel villaggio, per raccogliere stracci, ossi e altre cose preziose.
Tutti i mesi Nicasi vendeva a un ricco proprietario del villaggio il mucchio di letame che il ragazzo aveva raccolto, deponendolo davanti alla stamberga, letame che gli era pagato tre franchi. Lucheni fu occupato in questo lavoro fino al mese di novembre. A partire da questa data, un caso fortuito fornì <al borghese> (è con questo francesismo che egli chiama spesso Nicasi, nda.) l'occasione di occuparlo in un altro impiego, un po' più redditizio.
In quell'anno, a san Martino, venne ad abitare nel villaggio un mendicante cieco.
Sarebbe stato ben difficile, per uno che cercava una guida, andarla a cercare proprio in quel villaggio, se l'idea non fosse partita da Nicasi. E, certamente, l'idea di proporre un ragazzo per un lavoro che portava un uomo ad approfittare della pietà, era assolutamente priva di qualsiasi principio morale e non poteva che provenire dal Nicasi.
Il contratto stipulato da Nicasi con questo povero (di nome) Tobia, era che il bambino doveva essere giornalmente a sua disposizione per condurlo a mendicare nelle case del villaggio e nei poderi isolati. Doveva accettare tutto ciò che veniva dato e metterlo nella bisaccia che portava legata con uno spago alla sua spalla.
Alla sera, al ritorno, Nicasi divideva tutto in due parti, una per il cieco e una per lui. Ogni mattina, salvo che nevicasse o piovesse, con il cieco seguiva l'itinerario tracciato dal suo papà la sera precedente. Se c'era qualche festa religiosa in qualche villaggio, era lui ad accompagnarvi il cieco in quanto in queste feste c'era la possibilità di ricevere denaro.
Louis camminava davanti tenendo l'estremità di un lungo bastone, l'altra estremità la teneva Tobia. Quando il bambino giungeva davanti a una porta si fermava avvertendolo.
Quello incominciava una lunga filastrocca priva di senso, in cui il nome Lucia era ripetuto frequentemente, e continuava fino a quando la massaia non gli avesse dato qualcosa per farli allontanare. Vi erano delle massaie che non avendo niente di cotto, davano o un pugno di grano, o un pugno di fave, o un pugno di mais o di altri cereali. C'era anche chi dava un pugno di farine diverse. Louis metteva tutto nella bisaccia, dividendo in compartimenti. Questo lavoro di accompagnatore gli aveva attirato un sovrappiù di risate da parte dei compagni di scuola, che egli incontrava.
Malgrado la sua buona volontà a svolgere questo incarico, era raro che il < borghese> nel fare le parti non trovasse da rimproverarlo. A sentirlo (e non c'era motivo di dubitarne) Nicasi conosceva tutte le farine usate da ciascuna famiglia del villaggio. <Birichino, lo redarguiva, non l'hai portato presso quella famiglia o quell'altra, perché non vedo il loro pane!> Ma dimenticava che non era solo il pane che veniva dato al cieco.
Dopo aver fatto le due parti, Nicasi gli dava un pezzo di pane o di polenta indicandogli il tragitto che l'indomani avrebbe dovuto far seguire al cieco.
Terminato questo lavoro il bambino si addormentava in compagnia dei buoi e dei topi, che non gli facevano più paura, ma non dormiva profondamente, nonostante la stanchezza, perché le pulci non glielo permettevano.
Era stato questo il genere di vita che Louis aveva condotto fino al mese di aprile, per ricominciare nel mese di novembre successivo. Durante i sei mesi d'intervallo, egli fu occupato in un altro genere di lavoro. Era meno lucrativo per il <borghese> e il piccolo Louis non si rendeva conto come mai avesse potuto consentire ad affidargli questa nuova occupazione.

 

ASSUNTO DAL CURATO

 

A Nicasi il curato del villaggio aveva chiesto il bambino, che intendeva assumere al suo servizio.
Nicasi che avrebbe percepito un minor utile, per accontentarlo o non scontentarlo, aveva accettato. Lucheni si chiedeva: come avrebbe potuto essere opposto un rifiuto a quel personaggio, che con una parola avrebbe potuto mandare all'inferno tutte le anime di Nicasi? E lo aveva accontentato a questo modo: Louis doveva rimanere fino alla fine di ottobre presso il curato, vale a dire durante la bella stagione. Avrebbe avuto solo da mangiare e al borghese sarebbero andati sei franchi d'argento.
Questo curato, nella gerarchia della Chiesa, ricopriva la carica di arciprete e si chiamava don Giuseppe Venusti. Lucheni dirà di non aveva mai conosciuto persona più avara di quest'indegno predicatore di carità …e verità, da quanto dicevano.
Egli disponeva di due poderi della chiesa, che aveva dato a due famiglie di contadini, a cui lasciava la terza parte di tutto ciò che essi producevano. Un altro podere lo aveva in proprio, coltivato dal fratello.
Quando aveva bisogno, assumeva operai alla giornata che erano pagati con un magro salario, ma in compenso ricevevano benedizioni in abbondanza.
Don Giuseppe non si accontentava di avere quei poderi. Ogni tanto acquistava degli appezzamenti di terreno o qualche pezzo di bosco, pagando con moneta o con i regali in natura, che riceveva per far uscire le anime dal Purgatorio e inviarle direttamente in Paradiso.
La prima cosa che quest'arciprete faceva, quando aveva comprato qualche campo o qualche pezzo di bosco, era di circondarlo di pali che faceva mettere a distanza di cento metri l'uno dall'altro. Ciò andava a detrimento dei poveri del villaggio perché, quando questi nuovi acquisti erano appartenuti a laici, i poveri potevano andare a raccogliere legna e altro. Questo fratello in Dio faceva invece apporre dei cartelli con la scritta: vietato cacciare, vietato raccogliere legna, vietato raccogliere foglie secche, divieto di pascolo e altre cose del genere.
Tutta quest'avarizia non aveva altro scopo che dare una dote alla sorella Giovannina, che in avarizia pareggiava il fratello.
Due giorni prima di andare, il borghese, per fare bella figura, aveva consigliato la mamma di Louis di lavare al completo l'uniforme dell'ospizio, che durante quell'anno era divenuta irriconoscibile. Nicasi dunque, borbottando, fece bollire l'acqua nel calderone della polenta mettendovi dentro l'uniforme. Questo lavaggio aveva costretto il bambino a rimanere nudo per almeno trentasei ore in attesa che i cenci si fossero asciugati. Quando arrivò dal curato Louis era dunque pulito. Ma anche dal curato fu costretto a coricarsi vestito, perché egli lo faceva dormire nel fienile in compagnia di topi più grossi di gatti.
Il lavoro che Lucheni svolgeva per don Giuseppe era quello di condurre al pascolo due mucche e un grosso bue. Oltre a questo compito, doveva accudire ad un gran numero di lavori ingrati, che, a partire dalle quattro-cinque del mattino, non gli lasciavano fino alle otto di sera un momento per riposare. In cambio era ripagato con un magro nutrimento.
L'arciprete, incredibile a dirsi, faceva preparare in casa due qualità di pane, uno bianco per lui e la sorella, l'altro di segala per Louis e Agnese, la cameriera. A costei permetteva di prendere i pasti in cucina e di dormire su un vecchio giaciglio posto nel sottotetto. Louis invece mangiava in stalla, dove Agnese gli portava il pasto... il perché è presto detto! Gli era vietato salire la scala che conduceva al piano dov'erano le camere e la cucina, a meno che non avesse ricevuto l'ordine di portare in cucina della legna o di prendere le scarpe per pulirle, se Agnese si dimenticava di portarle giù. Fu proprio tornando dalla cucina dove aveva portato della legna che il ragazzo aveva avuto l'occasione di passare davanti alla camera di Giovannina e sorprenderla occupata a nascondere qualcosa nel letto.
Un giorno Louis aveva ricevuto l'ordine di portare un carico di legna in cucina. Per arrivarvi bisognava passare davanti alla camera della sorella del curato. La volta che l'aveva vista nascondere qualcosa nel letto (e lei non lo aveva sentito, perché camminava a piedi nudi, in quanto non aveva un paio di scarpe) egli aveva pensato che nascondesse delle mele. Era stato preso dalla tentazione di entrare per prendere una mela.
Approfittando della sua assenza entrò nella stanza che non era chiusa a chiave. Allungata la mano, sentì che al posto delle mele vi era un mucchio di monete. Gli sembrò di aver toccato un nido di vipere. Scappò senza aver preso nulla. Tuttavia, qualche giorno dopo tornò nella camera con l'intenzione di prendere un soldo.
Allungata la mano prese un pezzo tra le dita. Subito dopo corse nella stalla e guardando si accorse che si trattava di una moneta d'argento da due franchi. Gli sembrava una somma enorme, che non avrebbero tardato a scoprire che mancava. Il giorno seguente tornò ancora nella camera per sostituire quella moneta con un soldo.
Alzando il materasso scoprì in due pezzi di tela un gran mucchio di monete da riempire una cesta. Questi pezzi erano tutti da cento soldi, da due franchi e un gran numero era in oro, che se Louis non avesse saputo leggere avrebbe ritenuto di commettere un furto maggiore di quello di due franchi. Egli credeva infatti che queste monete fossero dei soldi nuovi. Ne aveva presa una e per caso lesse che erano del valore di venti franchi! Lasciò subito quella moneta. Rimettendo a posto il letto riprese la moneta di due franchi e uscì dalla camera. Nascose questa moneta in un buco nel muro del granaio dove la lasciò per più di un mese. In un giorno di fiera comperò un paio di pantaloni di fustagno, dicendo poi a Nicasi che glieli aveva regalati il curato e a questo che glieli aveva dati Nicasi. Finito il lavoro dal curato ricominciò ad accompagnare il cieco.
L'anno successivo Lucheni tornò dal curato. Questa volta il contratto prevedeva delle varianti. Il tempo della permanenza sarebbe stato lo stesso, da maggio a ottobre. Nicasi ricevette non più sei ma dieci franchi e il ragazzo avrebbe ricevuto, il giorno della Madonna di agosto, un vestito nuovo che gli avrebbe comperato don Giuseppe.

Lucheni si domanda se, essendo stato per un anno presso il curato, avesse appreso una certa dose di credenza religiosa; aggiungeva poi che, se l'aveva appresa, sarebbe stato ben lieto di dimenticarla, concludendo che d'altronde non è in questo modo che si impongono i precetti della dottrina, la quale in fondo è più nociva che utile, poiché non produce che ipocriti, e costoro si ritengono cristiani. Ciò, non solo per l'avarizia del suo padrone, proseguiva Lucheni, ma anche perché, durante i dodici mesi passati da lui, non gli aveva mai permesso, salvo il giorno della Madonna, di andare a messa o ai Vespri. Ciò gli aveva dato prova, e perciò non poteva dargli torto, che le mucche gli dovevano interessare di più della sua anima.
Lucheni poi rilevava di essersi sempre chiesto, se si fosse ammalato, cosa avrebbe fatto il Nicasi. Una volta aveva rischiato di morire e, aveva commentato, sarebbe stato meglio! Aveva preso l'abitudine di mangiare i funghi che trovava nel bosco. Un giorno dopo averne mangiati di diverse specie, aveva avvertito dei dolori da farlo torcere come un serpente. Un'ora dopo svenne non ricordando poi per quanto tempo era rimasto svenuto. E da quel giorno al solo vedere i funghi, fossero stati preparati alla reale, all'imperiale o alla sultana, gli bastava per fargli venire da vomitare.

 

UN ALTRO PADRONE

 

Lucheni racconta che il 25 marzo, giorno che chiamano della Madonna dei servi, era il giorno in cui si assumevano i ragazzi o le domestiche di campagna. Nicasi lo presentò a un uomo che non conosceva e che sarebbe diventato il suo nuovo padrone per i due anni successivi. Costui dopo averlo osservato bene e averlo fatto correre come uno schiavo d'altri tempi, concluse il contratto a queste condizioni: doveva rimanere con lui tutto l'anno e avrebbe ricevuto da mangiare, due vestiti di fustagno, due camicie, un paio di scarpe e, se ve ne fosse stato bisogno, una risuolatura, un berretto e quindici franchi d'argento. Il secondo anno avrebbe preso venti franchi d'argento, ma era Nicasi a prendere il denaro.
Ero rimasto sorpreso che Nicasi, quel 25 marzo, non lo avesse avvertito che lo metteva a servizio come ragazzo di fattoria. Louis non fece nessuna obiezione, anzi era contento di lasciare il villaggio. Andò via immediatamente con quello sconosciuto, senza portare nulla con sè. Che cosa avrebbe potuto portare, commentava amaramente, se non gli insetti che pullulavano sui suoi stracci!
Il mese successivo compiva dodici anni e Nicasi andò all'ospizio a ritirare la sovvenzione di cento franchi. Ah, se il direttore avesse rispettato il regolamento che prescriveva che Nicasi doveva accompagnarlo perché potesse sostenere l'esame! In quell'occasione gli avrebbe raccontato la vita che gli aveva fatto fare durante i tre anni passati con lui. <Avrebbe, quel direttore, osato concedere i cento franchi e lasciarmi ancora nelle mani di Nicasi?>
Direttore indegno, aveva scritto Lucheni. Qual'era stato il risultato della sua negligenza! Come aveva potuto avere l'audacia di dire al Prefetto, dopo aver appreso che il regicida era stato un suo pensionato, di averlo affidato ad una famiglia onorevole! <Dovete pentirvi Vighy > (forse scritto alla francese, in italiano sarebbe Vighi ndr), scriveva Lucheni rivolgendosi al direttore che era ancora lo stesso. <Sappiate, aggiungeva, che se il vostro pensionato è stato condannato per finire i suoi giorni in carcere, per gran parte è stato a causa della vostra negligenza>.
Il suo nuovo padrone si chiamava Angelo Savi e abitava in un piccolo villaggio chiamato Rubano. Louis lo conosceva per essersi recato da lui accompagnando il cieco. Lo aveva assunto perché portasse a pascolare un gregge di trenta-quaranta pecore. Faceva il massaro di una grossa masseria, che apparteneva a una ricca proprietaria, la signora Bonassi, e aveva una famiglia numerosa. La prima cosa che fece, appena arrivò, fu quella di mostrargli un grande armadio pieno di pane, dicendo che tutte le volte che avesse avuto fame, poteva prendere senza dover chiedere l'autorizzazione ad alcuno. Questa famiglia gli permetteva di consumare i pasti alla stessa tavola, ad onta dell'arciprete e dei suoi confratelli (intendendo dire di coloro che lo imitavano).
Anche presso questa famiglia Luois aveva dovuto dormire nella mangiatoia della stalla, ma la moglie aveva almeno l' accortezza di fargli cambiare la camicia tutte le domeniche e fargli lavare e stirare dalle figlie gli abiti. La situazione, dunque, era migliorata.
Questo nuovo padrone era soddisfatto di Louis e diceva di non aver mai visto un ragazzo così attivo e intelligente. Alle feste di Natale, in quella fattoria usavano dare tre giorni di ferie da passare presso i famigliari; lui avrebbe voluto passarle dal padrone, ma questo si doveva assentare. Avevano anche l'usanza di regalare cinque chili di farina bianca, tre pani della stessa farina, una bottiglia di tre litri di vino e un pezzo di carne. Il giorno della vigilia si presentò Nicasi a prendere con sollecitudine il suo ragazzo, per portarlo a passare le feste in famiglia.
Louis stette due anni presso questa famiglia e Nicasi non andò mai a trovarlo, se non nei due Natali, più per prendere i regali che per amore nei suoi confronti.
Quando Louis aveva passato il secondo Natale presso Nicasi, lo salutò con l'intenzione di non vedere più questa famiglia. Egli gli aveva detto di riferire al padrone che il venticinque marzo successivo sarebbe andato per concordare l'aumento del salario. Ma s'ingannava. Non passava giorno in cui Louis non pensava di fuggire da quella valle senza importargli dove potesse andare. Perché incominciava ad essergli chiaro di cosa fosse Nicasi. Il ragazzo aveva capito che quel miserabile che lui chiamava col dolce nome di padre, era lontano dall'agire con lui come tale.
Da tempo Louis aveva compiuto i dodici anni e l'infame non gli aveva chiesto quale mestiere volesse imparare, come Monici gli aveva indicato. Di tutto il salario che aveva guadagnato con tante sofferenze, il miserabile non gli aveva dato la consolazione di offrirgli un centesimo dei suoi guadagni.
E così, gli veniva in mente la triste vita passata con lui. Egli aveva tutti i motivi di metter fine alla sua oppressione. Non vedere più né lui né il villaggio era il progetto che Louis meditava dopo quel Natale. Aveva quindi riferito al suo padrone che dopo il venticinque marzo il padre gli aveva detto che doveva rimanere con lui.
Quindi, Louis, otto giorni prima di terminare il secondo anno di servizio, temendo che da un momento all'altro arrivasse Nicasi, fuggì con l'intenzione di andare a Genova. Aveva letto spesso l'indicazione sulle pietre miliari. Il nome di Genova era ripetuto nelle famiglie del villaggio, dove aveva visto in tutti gli angoli dei manifesti che invitavano ad emigrare nel Sud America e imbarcarsi a Genova con questa o quell'altra compagnia.
Louis partì portando con sè tutta la sua fortuna, costituita dal povero vestito che lo ricopriva. Ebbe l'accortezza di riempirsi le tasche di pane. Fu così che all'età di quattordici anni meno un mese iniziò l'avventura di percorrere le strade del mondo. Dove lo avrebbero portato?

 

continua... terza parte

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