SOMMARIO. PARTE
PRIMA: PREMESSA; LA NASCITA E
L'INFANZIA; IL SECONDO PADRE; IN COMPAGNIA DI PULCI,TOPI E BUOI. PARTE
SECONDA RACCOGLITORE DI <FIANTES E CROTTINES> E ACCOMPAGNATORE
D'UN MENDICANTE CIECO; ASSUNTO DAL CURATO; UN ALTRO PADRONE. PARTE
TERZA: IL SERVIZIO MILITARE; LA PARTENZA PER LA SVIZZERA;
L'IMPERATRICE GIUNGE A GINEVRA; LA BELVA UMANA; IL MISTERO DELLA
CARTOLINA; LETTERA AL DIRETTORE DELLA GAZZETTA DI PARMA E LETTERA
DI UN'AMMIRATRICE; LE REAZIONI DEGLI AUSTRIACI E DELLA STAMPA;
GIUDIZI CONTRASTANTI SULL'ASSASSINO.
PREMESSA
Il processo per il delitto dell'imperatrice Elisabetta d'Austria
è stato uno dei tanti sui cui moventi non si è fatta
piena luce.
I giudici avevano condannato Louis Lucheni in quanto reo confesso,
convinti peraltro che si trattasse di un criminale sulla base
della teoria di Lombroso (1), che proprio su di lui aveva scritto
un articolo in cui, descrivendone i tratti somatici, lo faceva
rientrare nella sua classificazione del <delinquente per predisposizione>
(fronte marcatamente bassa, arcate sopracciliari pronunciate,
zigomi sporgenti, mascelle forti).
Lucheni era stato condannato all'ergastolo e si darà
la morte, dopo aver passato in carcere dodici anni, impiccandosi
con la cinghia dei suoi pantaloni il 19.10.1900 (l'imperatrice
era stata assassinata anche nel mese di ottobre), in circostanze
rimaste ignote, ma che facevano supporre che fosse stato impiccato.
Lucheni non aveva avuto pace neanche dopo la morte perché
per le ricerche che si intendevano fare sul suo cervello, sempre
sulla base delle teorie lombrosiane, gli era stata tagliata la
testa per estrarre il cervello. Altro mistero, il rapporto dell'autopsia
non si era più trovato!
Sul processo Lucheni, nel 1998 è stato pubblicato dalla
MGS Press (Via S. Davis,101 34135 Trieste £. 32.000) <L'<attentato>
di Maria Matray e Answald Kruger, in cui gli autori approfondiscono
tutti gli aspetti non solo del processo, ma anche dell'attentato
e della morte dell'imperatrice e dell'attentatore. Il libro è
ricco di documenti, lettere e atti del processo.
Sull'enigma di ciò che stava dietro a Lucheni, che sarebbe
stato l'esecutore manovrato da un gruppo di anarchici, sui contatti
che egli aveva avuto con costoro nei cinque giorni che precedettero
l'assassinio, non si è saputo nulla, o almeno su ciò
che si era venuto a sapere, non si erano trovati riscontri, non
essendo state trovate prove.
Il giudice istruttore Charles Léchet aveva dovuto abbandonare
questa strada per non rimanere bloccato in ricerche che non conducevano
a nulla. Egli era fortemente convinto che dietro Lucheni vi fosse
un complotto. Ma dai lunghi colloqui avuti con Lucheni, prima
del processo, non era riuscito ad avere nessuna conferma ai suoi
sospetti.
La sua soddisfazione il giudice Léchet l'aveva avuta, circa
un anno dopo il processo, nell'aprile del 1899 (nella Postfazione
del libro), quando, in un incontro avuto con Lucheni, questo gli
aveva confermato che i due italiani sospetti, che erano stati
visti con lui il giorno precedente l'attentato e il giorno successivo
(quello dell'assassinio) alla stazione, facevano parte del complotto.
Di costoro Lucheni non conosceva neanche il nome. Non era stato
creduto, ma poteva anche essere possibile che i loro nomi non
li conoscesse.
Essi erano in possesso, uno di una pistola, l'altro di un coltello.
Erano stati loro ad indicare a Lucheni quale delle due signore
fosse l'imperatrice, anche se egli dirà che l'imperatrice
la conosceva per averla vista a Budapest. Dai riscontri però
anche questa affermazione era risultata falsa.
Dal libro <L'attentato> abbiamo preso le parti che sono
state utilizzate nella parte seconda dell'articolo su gentile
concessione dell'Editore.
Nello stesso anno (1998) e a distanza di un secolo dal tragico
avvenimento, sono state pubblicate in Francia le memorie scritte
da Lucheni (Editrice Le cherche midi - 23 Rue du Cherche Midi
- 75006 Paris- 98 F) <Memoires de l'assassin de Sissi> contenente
il fortunoso ritrovamento dei quaderni che Lucheni aveva scritto
in carcere ed erano scomparsi (l'argomento è stato approfondito
in Rubrica <Recensioni>: L'assassino dell'imperatrice Sissi).
Chi legge queste memorie non può fare a meno di collegare
il delitto all'infanzia miserabile che Lucheni aveva trascorso
. Era stata questa a portarlo a meditare sull'ingiustizia sociale,
che gli aveva procurato sofferenze durante la fanciullezza e la
giovinezza e che egli riteneva avesse trovato in lui maggior accanimento.
Non solo. Anche la vita sbandata, che aveva condotto dopo il servizio
militare e dopo essersi licenziato dal principe d'Aragona, aveva
contribuito a farlo sentire un derelitto. In effetti egli si aspettava,
come vedremo, di ottenere dallo Stato un impiego come guardia
carceraria. Ma la sua domanda non aveva ricevuto risposta. Ecco
perché i suoi risentimenti erano rivolti contro lo Stato
e contro la società.
Da qui a pensare di uccidere qualcuno per vendicarsi delle ingiustizie
o suicidarsi, il passo è breve. Lucheni fece ambedue le
cose!
Purtroppo con il suo suicidio (come detto, anch'esso rimasto nel
mistero) le memorie sono rimaste incompiute. Esse infatti sono
limitate solo ad una prima parte, quella della infanzia di Lucheni,
il quale si lascia andare a considerazioni sulla società
in genere e sulle cause che gli avevano fatto maturare le idee
anarchiche.
Lucheni aveva iniziato a scrivere, su dei quaderni, le sue memorie
(v. in Recensioni). Questi quaderni erano spariti. A seguito della
sparizione, da detenuto tranquillo e silenzioso, dedito alla lettura
(durante i dodici anni di carcere aveva letto circa cinquecento
libri), era divenuto un detenuto molesto, che urlava, inveiva
contro il direttore del carcere e contro la società. Insomma,
non era più lui, tanto da far pensare che fosse uscito
di senno. Il direttore che non andava tanto per le spicce, gli
infliggeva continue punizioni, in cella di punizione o in segregazione
nel <cachot> a pane e acqua, che non fecero altro che far
peggiorare le sue condizioni psichiche. E proprio nel <cachot>
fu trovato impiccato.
L'infanzia di Lucheni, che persone prive di scrupoli avevano sfruttato
(ma ciò non giustifica l'epilogo!), suscita compatimento
e commiserazione e ricorda, per certi aspetti, il <Cuore>
di De Amicis.
Nelle memorie (indicate nella recensione), Louis Lucheni prima
di raccontare la sua vita (il titolo dato alle memorie è:
Storia di un ragazzo abbandonato alla fine del XIXmo secolo, raccontata
da lui medesimo) si rivolge <Al lettore> definendosi <Il
timido Nazareno Il generoso cosmopolita>. Segue un'introduzione
intitolata <Ciò che conosco dei miei genitori> in
cui descrive il modo in cui era venuto a conoscenza del nome della
madre e, in queste pagine, rivolgendosi ai rappresentanti della
società che definisce filantropi, ad essi indirizza il
suo sarcasmo, scrivendo: <Voi Filantropi di società
fortemente cristiane, che avete l'abitudine di dare a intendere
che seguite i sentieri tracciati dal Maestro, ma scacciate i vostri
servi che disturbano i vostri preziosi <angora> (gatti d'angora
nda.), che stanno per mettere i loro piccoli sui vostri sofà >,
cogliendo l'occasione di manifestare il suo traboccante amore
materno, per una madre che non ha mai conosciuto e che gli era
stato negato.
Il libro meriterebbe di essere tradotto e pubblicato anche in
Italia.
(1) Lombroso riteneva che nell'uomo vi fosse una predisposizione
al delitto, cioè che nascesse delinquente, per cui il delitto,
che commetteva, costituiva un evento naturale. Secondo Lombroso,
Lucheni aveva predisposizione al delitto avendo caratteri ben
determinati, tanto da qualificarlo nella sua classifica <degli
epilettici e criminali puri>: taglia media, 1.63, bruno (ma
era chiaramente biondo nda.), occhi grigi e mobili, arcate sopracciliari
molto accentuate, capigliatura spessa, zigomi sporgenti e mascelle
forti, grande fronte esageratamente bassa (non esattamente, in
quanto Lucheni aveva l'attaccatura a punta tipicamente nordica
nda.).
Su Lombroso pubblicheremo una <scheda>
LA NASCITA E L'INFANZIA
Lucheni era nato a Parigi dove la madre, proveniente dalla
provincia di Parma, si era recata, per nascondere al paese la
maternità e quindi per metterlo alla luce lasciandolo in
orfanotrofio ed andandosene poi in America.
Dopo sedici mesi era stato mandato in un orfanotrofio di Parma,
dove rimase per trenta mesi, quindi affidato a due coniugi (Monici),
lui ciabattino, lei lavandaia; poveri, scriveva Lucheni, ma non
tanto da patire la fame, come invece gli succederà in seguito.
I suoi ricordi d'infanzia hanno inizio dal sesto anno, quando
già si trovava presso i Monici, che abitavano a Parma.
Se poteva raccontare qualcosa della sua nascita, aveva scritto
Lucheni, e sugli autori che l'avevano causata, egli lo doveva
solo al crimine che aveva commesso, perché solo dopo averlo
commesso era venuto a conoscenza di particolari che gli permettevano
di dare dei chiarimenti. Egli era giunto al punto in cui. nell'invocare
la lima con cui aveva ucciso l'imperatrice, le inviava tutta la
sua riconoscenza,dovutale per il servizio che gli aveva reso.
Nel periodo in cui era vissuto con i Monici, Lucheni era accompagnato
all'asilo del villaggio, frequentato dai figli di genitori indigenti,
dove i bambini passavano la giornata dalle otto del mattino alle
cinque del pomeriggio, ricevendo a mezzogiorno una zuppa. Nelle
ore in cui era a casa, il bambino svolgeva il compito di consegnare
le scarpe riparate.
Questo Monici, ricordava Lucheni, <aveva lo stesso vizio di
Noè> cioè gli piaceva bere. Quando tornava a
casa ubriaco, accompagnato dagli amici perché non si reggeva
in piedi, aveva l'abitudine di prenderlo in braccio e gli strofinava
i lunghi baffi sul viso dicendogli che voleva vedere anche lui
con la barba. Le urla del bambino erano così forti da far
svegliare gli abitanti della strada.
Quando stava per compiere gli otto anni, Monici, qualche giorno
prima di accompagnarlo all'orfanotrofio, aveva avuto l'accortezza
di prepararlo spiegandogli il motivo che l'obbligava a farlo.
Gli aveva detto che lo faceva nell'interesse del suo avvenire,
e che quindi lo avrebbe condotto nella casa dove avrebbe frequentato
la scuola fino a dodici anni; arrivato a quest'età gli
avrebbero chiesto quale mestiere avrebbe voluto apprendere e avrebbe
così incominciato l'apprendistato.
Monici aveva aggiunto di avere i capelli bianchi e raggiunto i
sessantaquattro anni, l'età in cui un giorno o l'altro
la morte lo avrebbe privato del suo aiuto. Cosa ne sarebbe stato
di lui se fosse morto? Nella casa, dove l'avrebbe portato, avrebbe
trovato questo aiuto.
Il giorno del compleanno (aprile 1881) Lucheni è riaccompagnato
all'orfanotrofio dove si sente dire brutalmente dal direttore,
che non è figlio dei Monici, come lui pensava, ma che era
nato a Parigi da padre e madre sconosciuti. Quelli, aveva aggiunto
il direttore (i Monici), non sono i tuoi genitori. I due coniugi
non gli avevano mai parlato della sua nascita. Era stato il primo
trauma. In seguito le cose non si sarebbero messe meglio.
Il Monici prima di lasciarlo gli aveva promesso che tutte le domeniche,
lui o la moglie, sarebbero andati a trovarlo. Questa promessa
fu mantenuta fino a quando una domenica non si sentirono rispondere
che il loro Louis non era più in ospizio.
Nel febbraio dell'anno seguente (1882) il ragazzo dovette essere
ricoverato all'ospedale a causa dei geloni che avevano colpito
due dita della mano destra e due della sinistra. Era una cosa
normale per i ragazzi, dice il Lucheni, in quanto l'orfanotrofio
non era sufficientemente riscaldato.
Al suo ritorno dall'ospedale dopo due giorni, si presentò
un certo Nicasi per chiedere in affidamento un bambino e il direttore,
tra i tanti ragazzi, gli affidò proprio il piccolo Lucheni.
<Oh mie piaghe>, lamenta Lucheni, <perché non
avete ritardato ancora due giorni per guarire?>.
L'orfanotrofio, quando affidava un bambino a qualcuno, corrispondeva
un importo mensile. Per avere un bambino però bisognava
dimostrare, con un certificato, di essere in condizioni di mantenerlo.
Nicasi, che si trovava nella più assoluta miseria, si era
presentato con un certificato ottenuto corrompendo il funzionario,
che glielo aveva rilasciato.
Con questo certificato Nicasi aveva potuto dimostrare di poter
nutrire, vestire, educare e far apprendere un mestiere al bambino
che gli sarebbe stato affidato, mentre non era assolutamente in
grado farlo.
Lucheni ricordava con tristezza che, tra i tanti bambini, il direttore
aveva pensato di scegliere proprio lui! <Questa>, aggiunge
Lucheni <era stata un'irreparabile ingiustizia commessa nei
confronti della mia infanzia, privandola di ciò che la
legge prescriveva in suo favore, privazione di cui avrei sofferto
per tutto il resto della mia vita. Avrei torto a prendermela col
direttore dell'ospizio> scrive Lucheni. <colpevole era stato
il funzionario corrotto, che, se fosse stato degno del posto che
occupava, avrebbe avuto la possibilità di farmi riportare
all'ospizio, perché per lui sarebbe stato facile rendersi
conto dello stato in cui Nicasi viveva>.
IL SECONDO PADRE
Ottenuto il bambino, Nicasi lo porta nella sua casa. Era un'unica
stanza che serviva da cucina, per il pranzo, per dormire e come
deposito di stracci. In un angolo era stato apprestato il pollaio
con un bastone su cui erano appollaiate tre galline. I muri mai
intonacati erano completamente neri per il fumo. Delle carte non
oleate servivano da vetri all'unica finestra. Nel mezzo della
stanza si trovava un focolare con un'enorme fiamma, che era l'unica
cosa abbondante di cui quella povera famiglia poteva gioire, grazie
alla vicinanza del bosco che circondava il villaggio.
Gli vengono offerte per cena delle castagne secche. <Quel giorno,
ricorda Lucheni, avevo mangiato all'ospizio due panini e un'arancia>.
Nicasi mette uno sull'altro due sacchi di stracci e prende un
vecchio <paletot> dicendogli: <Per questa notte dormirai
qui, domani ti troverò qualcosa di meglio> e, dandogli
il vecchio <paletot> gli aveva detto che quello gli sarebbe
servito da coperta, aggiungendo che non sarebbe stato necessario
spogliarsi.
In questo nuovo tipo di letto il bambino passerà la prima
delle sue notti, grattandosi da tutte le parti, che gli sembrava
di avere la scabbia. Sarà così per i tre anni che
passerà da Nicasi. <E' da allora> egli scrive <che
ho perso l'abitudine di cambiarmi la camicia la domenica!>.
Nicasi aveva sessantun'anni e anche lui era stato portato all'ospizio
dopo la nascita. Aveva passato un'infanzia sfortunata e d'abbandono
e aveva vissuto la vita per metà da mendicante e per metà
servendo presso diverse famiglie del villaggio. Era assolutamente
analfabeta e senza mestiere, ed era ricorso all'espediente dell'affidamento
di bambini per ricavarne un utile. Lucheni era stato il terzo
bambino che Nicasi era riuscito a farsi affidare.
La mattina seguente, Nicasi gli offrì, dopo averlo messo
sul fuoco, un pezzo di polenta. Era la prima volta che mangiava
quel tipo di polenta, racconta Lucheni, diversa da quella che
aveva mangiato in precedenza.
Il bambino aveva avvertito che aveva un sapore agro e vedeva filare
dei fili bianchi, che pensava fossero di parmigiano, ma essi si
erano formati perché la polenta era vecchia e il Nicasi
gli chiese anche se la polenta gli piacesse! Certamente,
gli aveva risposto, avrebbe finito di mangiarla! Nicasi aveva
aggiunto che non c'era bisogno che si sforzasse, anzi gli consigliava
di mettere un pezzo da parte così avrebbe potuto mangiarla
più tardi!
Qualche minuto più tardi Nicasi, dopo aver preso un piccolo
sacco di farina, uscendo dal tugurio gli disse di seguirlo. Nel
giro di un quarto d'ora arrivarono al Municipio. Nicasi bussò
ad una porta; gli aprì il sindaco in persona che lo accolse
sorridendo. Nicasi gli mostrò il libretto che aveva avuto
dal direttore dell'orfanotrofio, e il sindaco, sfogliandolo, sempre
sorridendo, gli disse che era stato ben fortunato ad aver trovato
un ragazzo che sapesse leggere e scrivere. Nicasi caricò
sulle spalle un altro sacco e, salutato il sindaco, si diresse
al mulino dicendo al bambino di andare a casa ad avvertire la
mamma che sarebbe tornato tra un paio d'ore e di preparare il
paiolo.
Lucheni aveva la divisa dell'orfanotrofio, che era come una divisa
di soldato di fanteria. Egli sentiva che i passanti si chiedevano
a chi appartenesse il ragazzo vestito da soldato, come mai si
trovasse al villaggio, da dove veniva, dove andava. A chi glielo
chiedeva, lui indicava il casolare dove abitava. <Povero ragazzo sfortunato
ragazzo> gli sentiva dire mentre si allontanavano!
Arrivato a casa il ragazzo aveva trovato la moglie del Nicasi,
che col dito controllava una gallina che teneva sulle ginocchia,
per accertare se stesse per deporre l'uovo. Nel momento in cui
si era resa conto che l'uovo non c'era, aveva scaraventato con
rabbia la gallina fuori della porta. L'operazione era stata ripetuta
altre due volte, soltanto che alla seconda la rabbia era aumentata!
Alla terza però, accertato che la gallina era pronta per
deporre l'uovo, l'aveva depositata dolcemente in una cesta. Queste
tre galline, racconta Lucheni, erano molto utili perché
le uova erano vendute e col ricavato si acquistava il sale usato
per la polenta e il pancotto. Quando si mangiava polenta vi era
abbondanza. La domenica si mangiava zuppa magra. <Ciò
che mi aveva sorpreso era che la farina per la polenta non era
mai passata al setaccio. Ricordavo che da Monici essa era passata
al setaccio ben due volte. Secondo Nicasi il non passarla al setaccio
la rendeva più nutriente! Comunque mentre da Monici con
la polenta si mangiava sempre qualcos'altro, da Nicasi la polenta
si mangiava da sola>.
IN COMPAGNIA DI PULCI, TOPI E BUOI
Uno dei figli di Nicasi ogni tanto si recava al villaggio
per andare a trovare il padre e per ritirare gli stracci, e quello
era il giorno in cui si mangiava pancotto. La cosa era davvero
inusitata, non essendosi mai verificato che nei tre anni in cui
Lucheni aveva abitato presso Nicasi si fosse preparato il pane.
Le altre sette famiglie, che erano considerate le più povere
del villaggio, lo facevano invece spesso. Era evidente che la
famiglia di Nicasi era più povera delle più povere.
<Quella sera ebbi la spiegazione di ciò che Nicasi mi
aveva detto la sera precedente a proposito di dormire>. Nicasi
infatti condusse il bambino in una masseria isolata, dove trovarono
il massaro amico di Nicasi, il quale nella stalla aveva quattro
grossi buoi. Dopo averlo mandato a prendere della paglia, che
mise nella stesso posto dov'erano legati i buoi, Nicasi gli spiegò
quali lavori doveva svolgere per il fattore, che gli permetteva
di andare a coricarsi tutte le sere in quel posto. Doveva pulire
tutte le mattine e sistemare la lettiera utilizzando la paglia
che aveva usato per dormire, e, se il fattore glielo avesse ordinato,
doveva andarne a prenderne dell'altra. La sera, prima che facesse
buio, doveva andare alla fattoria per preparare il suo posto nella
lettiera, e aiutare il proprietario nel lavoro in stalla.
Fu grazie a questo <piccolo trattato>, accettato dal fattore,
che Nicasi aveva potuto dare alloggio al fanciullo <che la
società gli aveva affidato>!
Il piccolo Louis, malgrado il letto costituito dalla paglia fosse
migliore di quello che aveva avuto la notte precedente, non riuscì
ad addormentarsi, non essendosi mai trovato vicino a dei buoi,
e <non conoscendo la loro natura, pregavo che non mi mangiassero>.
Il minimo rumore, ch'essi facevano con il collare, bastava a farlo
mettere a sedere e a gesticolare, come se avesse voluto cacciare
le mosche, per far paura ai buoi. Ciò che aumentava la
paura erano i topi, che si ostinavano a passare su tutto il suo
corpo come se fosse stato una passerella.
Louis aveva compiuto nove anni e un mese e il suo blocchetto
conteneva trentasette buoni, che sarebbero durati fino al compimento
dei dodici anni.
Portando ogni mese uno di essi al Sindaco, Nicasi avrebbe ricevuto
cinque franchi. In totale erano centottantacinque franchi, più
una sovvenzione finale di cento franchi. In totale duecentottantacinque
franchi: era una somma enorme per il villaggio e ancor più
per quella famiglia.
Per avere però i cento franchi Nicasi era costretto, contro
la sua volontà, a mandare il ragazzo a scuola per alcuni
giorni. Altrimenti il maestro, se non si fosse fatto corrompere
come il Sindaco, non gli avrebbe rilasciato il certificato comprovante
che era scolaro. Ma prima di ricevere l'importo, Louis avrebbe
dovuto sostenere un esame presso l'ospizio alla fine del secondo
anno.
Fu quindi per ottenere il certificato che Nicasi gli fece frequentare
la scuola del villaggio, proprio in prossimità delle vacanze,
per tre mesi.
Le spese per quei tre mesi di studio non furono enormi. Il maestro
aveva ben da ripetergli di farsi acquistare dai genitori questo
o quel libro. Fu già tanto se Nicasi, dopo molte discussioni
arrivò ad accordargli un uovo per acquistare un quaderno.
Durante quei tre mesi Louis aveva utilizzato quattro quaderni.
La spesa corrispondente era stata di quattro uova!
Pur senza libri e senza un minimo d'incoraggiamento, all'esame
era riuscito a prendere il primo premio (qualche incredulo può
recarsi a Varano dé Melegari a consultare i registri del
1882). I suoi concorrenti erano stati ragazzi agiati di tredici-quattordici
anni.
Fu in questa occasione che aveva lanciato in aria il berretto
con la visiera che involontariamente era finito sul ritratto di
Umberto I e si era rotto il vetro. Questo particolare sarebbe
servito ai giudici per affermare che a quell'epoca era già
un nemico del re. Il premio consisteva in un diploma che attestava
la sua capacità a frequentare una classe superiore. La
fine di quel brevetto, racconta Lucheni, fu che Nicasi lo incollò
alla finestra per rimpiazzare la vecchia carta che era stata strappata
da una gallina spaventata che cercava di guadagnarsi una via d'uscita.
Lucheni, durante i tre mesi in cui aveva frequentato la scuola,
aveva dovuto subire delle contrarietà, che se avesse avuto
l'età di comprendere, gli avrebbero dato la possibilità
di fargli maledire il giorno che lo aveva visto nascere.
L'uniforme dell'ospizio gli aveva attirato da parte degli altri
scolari ogni sorta di villanie. Essi non si accontentavano di
farsi beffe di lui e della sua uniforme con parole ingiuriose,
ma lo picchiavano dicendo <cacciamo il bastardo>. Fu così
che presero a chiamarlo nel villaggio, e, senza eccezione, anche
Nicasi. A quell'epoca egli pensava che fosse un soprannome.
Era anche inutile per il bambino mostrarsi disponibile quando
doveva aiutare i compagni nei compiti. Quando glielo chiedevano,
si mostravano amici. Una volta fuori dalla scuola, dimenticavano
tutta la sua disponibilità.
Questo loro modo di agire lo spingeva a rientrare subito a casa,
correndo per sentieri fuori mano, per sfuggire ai nuovi compagni
che erano tanto diversi da quelli dell'ospizio.
Le sofferenze di Louis si aggravarono a partire dal giorno in
cui il compagno, che a scuola gli sedeva dietro, si accorse che
sul colletto dell' uniforme passeggiavano delle pulci e dette
l'allarme!
Questi insetti erano familiari da Nicasi, in quanto i suoi
figli accumulavano stracci che poi andavano a vendere a Parma,
e Nicasi non si dava nessuna pena per eliminarli. Costoro si accontentavano
di togliere quelli che cadevano sulle loro mani, grattandosi.
Dopo quindici giorni dall' uscita dall'ospizio, aveva già
un gran numero d'insetti, che si moltiplicavano con rapidità
incredibile!
In stalla il ragazzo era obbligato a coricarsi vestito, senza
mai cambiare la camicia, perché aveva solo quella.
Dal giorno in cui fu fatta la triste scoperta dei suoi ospiti,
incominciarono le sue sofferenze. Egli non ricevette ingiurie
soltanto dagli scolari. Infatti ricordava (triste ricordo che
lo riempiva ancora di emozione) di un compagno, che abitava anche
lui in un casolare, che essendosi avvicinato per farsi aiutare
nel compito di aritmetica, subì un forte rimprovero dalla
madre: < io stesso avevo sentito, e mentre mi guardava gli
diceva: <proprio questa mattina ti ho detto che non ti voglio
vedere pieno di pulci>>.
Come poteva quel ragazzo dimenticare la sua infanzia! Chi si doveva
pentire dei mali che aveva dovuto soffrire. E rivolgendosi alla
società chiedeva se <era veramente questa la maniera
in cui si deve trattare un tuo orfano>.
La frase e lo sguardo di quella madre gli avevano fatto provare
vergogna tanto che, piangendo (per la prima volta), si diresse
verso il bosco vicino per liberarsi da quegli odiosi insetti che
aggravavano le sue sofferenze.
Operazione che doveva rinnovare quasi giornalmente senza riuscire
a eliminarli completamente. Erano momenti terribili che Louis
passava in quest'occupazione. Egli, malgrado avesse fatto ricorso
a ogni accorgimento per nascondersi in un angolo folto del bosco
ove non essere visto in quella ripugnante operazione, credeva
che qualcuno potesse ugualmente vederlo.
A nulla serviva girarsi ogni tanto a guardare intorno, ascoltare
e non vedere nessuno. Dovettero passare cinque o sei anni prima
che egli perdesse l'abitudine, che aveva preso, di girarsi ogni
tanto per vedere se qualcuno guardasse il colletto del suo vestito.