PRIMI UMANISTI

E STAMPATORI

VENEZIANI

 


MICHELE DUCAS PUGLIA

 

PARTE PRIMA

SOMMARIO:L'ISLAM E L'OCCIDENTE; PETRARCA E IL PROTO-UMANESIMO; LO STUDIO DI PADOVA; GUTEMBERG; VENEZIA COSMOPOLITA E LIBERALE; I PRIMI STAMPATORI; ALDO MANUZIO; ERASMO E GLI UMANISTI, IL LATINO LINGUA INTERNAZIONALE.

 

 

L'ISLAM E L'OCCIDENTE


Sans Mahomet, Charlemagne est enconcevable. La frase, che aveva reso famoso lo storico Pirenne, intendeva dire che lo sviluppo, che si era avuto nel periodo di Carlomagno indicato come prima rinascenza, era stato determinato dalle conquiste degli arabi che avevano chiuso in una stretta tutta la fascia del Mediterraneo e per questo l'Occidente aveva dovuto rivolgere le proprie energie verso il Nord. L'Islàm quindi nell'VIII sec. aveva dato all'Europa la spinta per il suo sviluppo economico. Questa circostanza non doveva rimanere unica. Sempre l'Islàm avrebbe dato un'altra spinta a quel grande movimento culturale, artistico ed economico che sono stati l'Umanesimo e il Rinascimento (1).
Questa seconda spinta si era avuta quando, con la conquista di Costantinopoli (1453) da parte dei Turchi (anch'essi appartenenti all'Islàm), gli eruditi bizantini, erano espatriati (alcuni però erano già partiti prima della caduta di Costantinopoli) rifugiandosi in Italia. E' stata oramai sfatata la circostanza secondo la quale sarebbero stati i dotti bizantini ad avviare gli studi umanistici in Italia ed Europa, ciò perchè gli studi classici erano già iniziati qualche secolo prima. E' chiaro comunque che a quei dotti va dato il merito di aver portato all'apice il processo che si stava sviluppando molto lentamente.
Erano molti gli studiosi europei che desideravano entrare in contatto con la nuova cultura e che volevano approfondire le loro conoscenze, mettendosi in diretto rapporto con gli eruditi. L'occasione dell'esodo da Costantinopoli, aveva dato a costoro la possibilità di realizzare il loro sogno, raggiungendo semplicemente l'Italia che era più a portata di mano di quanto non lo fosse la lontana Bisanzio. Uno di questi fu Erasmo da Rotterdam.

 

1) Ricordiamo le bellissime pagine della Introduzione ne Il secolo di Luigi XIV, di Voltaire, che dovrebbero riempire gli italiani d'orgoglio: Ogni tempo ha prodotto eroi e politici, ogni popolo è passato per le sue rivoluzioni...chi possiede un poco di gusto non conta che quattro secoli nella storia del mondo, e quattro età felici che hanno conosciuto la perfezione delle arti e che, segnando le epoche della grandezza dello spirito umano servono d'esempio agli uomini futuri. ...La terza è quella che seguì alla Conquista di Costantinopoli, che vide una famiglia di semplici cittadini occuparsi di ciò che poi fu compito dei re d'Europa. I Medici chiamarono a Firenze i dotti che i turchi venivano cacciando di Grecia...Le arti che furon sempre trapiantate di Grecia in Italia, trovavano ivi terreno favorevole, dove riuscivano a fruttificare di colpo...Francesco I ...ebbe intorno a sè architetti, ma non ingegni come Michelangelo o Palladio. Volle istituire scuole di pittori, ma i pittori italiani che chiamò a sè non ebbero allievi francesi...Insomma gl'italiani possedevano tutto, se se ne eccettui la musica non ancora giunta alla perfezione e la filosofia sperimentale, per ogni dove ugualmente ignota, che Galileo doveva rivelare poco tempo dopo !

 

PETRARCA E IL PROTO-UMANESIMO

Abbiamo detto che l'idea di un'improvvisa espansione di studi umanistici nel momento in cui in Italia erano arrivati i dotti profughi greci, è oramai stata sfatata, questo, non per togliere loro il merito che essi effettivamente hanno avuto, ma perché si sono ritrovate le radici dell'Umanesimo in epoca precedente e in casi che si erano sviluppati autonomamente e che avevano intanto preparato il terreno a quello che sarà lo sviluppo successivo. Uno di questi proto-umanisti è stato certamente Francesco Petrarca. La sua fama era oramai consacrata quando dopo tutte le sue peregrinazioni (a Carpentras era stato portato all'età di otto anni, a Montpellier aveva studiato diritto, in seguito si recherà spesso ad Avignone), ottenne ospitalità dalla Serenissima che gli concesse una casa in Riva degli Schiavoni, in cambio di lezioni pubbliche di letteratura latina.
Petrarca, riteneva che la conoscenza della letteratura latina avrebbe consentito di scrivere in quella lingua con maggior eleganza (aveva suggerito al doge Andrea Dandolo di scrivere in un latino più classico), e riteneva che fosse importante per uno studioso la conoscenza del greco di cui ammirava la bellezza, anche se lui non conosceva quella lingua. Queste idee si dovevano realizzare quasi un secolo più tardi, quando veniva istituito un corso di lezioni umanistiche, in s. Marco, con docenti di greco e di latino.
Sulle scuole e sui corsi, la Serenissima era molto vigile e parca perchè non voleva che si rivaleggiasse con lo studio di Padova dove gli studenti dovevano andare a frequentare i corsi, e, i giovani nobili veneziani erano obbligati ad andare a Padova, in quanto il governo veneziano, non consentiva che le città dei territori sottoposti a Venezia rilasciassero diplomi.
Pur avendo molti amici, a Venezia le idee del Petrarca non erano molto condivise (perché anticipavano il nuovo!), in quanto egli non accettava le sottili distinzioni logiche degli aristotelici, mentre i veneziani ritenevano che, chi non avesse avuto questo genere di cultura era da ritenere sic et simpliciter - ignorante -. Il Petrarca si difese con un trattato (De suis ipsius et multorum ignorantia) in cui, contestando Aristotele e ancor più i suoi traduttori e commentatori latini, e criticando anche tutta la scienza medievale, sosteneva che quel tipo di cultura basato su sottili distinzioni era indegno della natura dell'uomo (2).

Dopo di che, se ne partì per Padova prendendo dimora ad Arquà dove morì nel 1374. Aveva promesso che avrebbe dato alla Serenissima la sua collezione di manoscritti, che dovevano costituire un primo corpus di biblioteca pubblica, ma alla sua morte i libri andarono dispersi. Circa cento anni più tardi, sarà il Cardinale Bessarione di Trebisonda, (trasferitosi dalla Grecia ancor prima della caduta di Costantinopoli, dopo aver partecipato al Concilio di Ferrara-Firenze del 1438), a donare alla sua morte (1468) la sua biblioteca. Pietro Bembo ne sarà nominato bibliotecario. Quei libri sono stati il primo nucleo della grande Biblioteca Marciana.
Il caso di Petrarca che, come proto-umanista, aveva agito singolarmente, perchè i tempi non erano ancora maturi per lo sviluppo del movimento umanistico, non era stato l'unico. Un altro caso, precedente al Petrarca, era stato quello di Giacomo da Venezia che possiamo ritenere primo dei primi, il quale addirittura nel 1135 (è il tempo delle Crociate) si recò a Costantinopoli per imparare il greco, e poter tradurre dal greco in latino opere aristoteliche. Altro caso di umanista solitario era stato quello del nobile veneziano Ermolao Barbaro il quale riteneva che fosse indispensabile studiare Aristotele direttamente dal greco e non sulle vecchie traduzioni (in latino, tradotte non dal greco, ma dall'arabo!).

 

2) Un giudizio, più negativo e velenoso lo aveva dato Dante Alighieri il quale, essendo stato, come ambasciatore di Guido da Polenta, accolto con freddezza e indifferenza, scrisse (30 marzo 1314) al suo Signore, riferendosi al doge, (Giovanni Soranzo e riprendendo la frase da Virgilio) " minuit praesentia famam (la sua persona è inferiore alla fama)" .. aggiungendo: "Misera et malcondotta plebe, tanto insolentemente oppressa, tanto vilmente signoreggiata, tanto crudelmente vessata sei da questi uomini nuovi destruttori delle memorie antiche et autori di ingiustissime corruptele... Che vi dico, Signore, dell'ottusa et bestiale ignoranza di così gravi et venerabili Padri?". Dante poi si lamentava anche del fatto che, nel momento in cui stava elogiando il Doge per la sua nuova elezione, mentre stava parlando in fiorentino (che considerava italiano), si sentì richiedere di cercarsi un traduttore o cambiar favella!...accorgendosi che:" parlando la lingua che portai meco dalle fasce" aveva creato meraviglia e confusione, nel fertilissimo campo dell'ignoranza, perchè era come se avesse parlato pressocchè in latino. "Non c'è da meravigliarsi" aggiungeva nella sua filippica "ch'essi non parlano italiano in quanto i loro progenitori erano i dalmati e i greci discesi in questo gentilissimo terreno, altro non hanno recato che pessimi et vituperissimi costumi, insieme con il fango della loro sfrenata lascivia!". Sembra veramente un po' troppo, per essere stato accolto come incognito peregrino!

 

LO STUDIO DI PADOVA

L">' idea di Ermolao Barbaro ebbe grande successo e venne presa in considerazione da Leonico Tomeo che insegnando a Padova, teneva le sue lezioni su Aristotele, in greco. La qual cosa aveva portato a risultati rivoluzionari. Le traduzioni dal greco in arabo e dall'arabo in latino avevano alterato profondamente il significato di molti passaggi dai testi originali. Rifacendosi direttamente alle fonti greche veniva fuori un Aristotele completamente nuovo in campo naturalistico, emergendo così una verità razionale del tutto nuova. Queste nuove idee vennero divulgate da Pietro Pomponazzi che insegnò a Padova dal 1495 al 1509.
L'insegnamento di Aristotele a Padova, quindi, caratterizzava lo stesso studio. Si sa che le varie universitas studiorum rivaleggiavano tra loro anche per le diverse scuole di pensiero che ciascuna università seguiva, perciò mentre a Padova e Bologna (Padova si era staccata nel 1222 da Bologna per secessione), dominavano gli studi aristotelici, a Firenze, dove insegnava Marsilio Ficino, prevaleva il platonismo. Padova, per tutto il XV sec. rimase legata alla tradizione averroistica e naturalistica aristotelica, nel senso che Aristotele veniva studiato secondo l'interpretazione naturalistica data dall'arabo Averroè. Si parlava infatti di filosofia naturale che si studiava in medicina.
Allo studio della medicina era unificato anche quello della astrologia e astronomia (perché si riteneva che il movimento degli astri avesse influenza sugli organi del corpo umano). In proposito è da rilevare che gli studi erano distinti in due guppi. Da una parte vi era lo studio del Diritto, dall'altra tutte le altre discipline, medicina compresa, raggruppate nella facoltà delle Arti. Studiando Aristotele che, oltretutto era un biologo, lo studio della medicina veniva incanalata su basi strettamente scientifiche. Nel 1537 l'insegnamento della medicina (chirurgia e anatomia) fu affidato ad Andrea Vesalio (Andreas van Wescle), che può essere considerato il fondatore della anatomia moderna, il cui metodo si fondava sulla dissezione, per cui la fama degli studi medici di Padova attrasse studenti da tutta l'Europa.
E' evidente che gli studi così impostati prepareranno la strada al metodo scientifico di Galileo, che da Padova, veniva dibattuto in tutte le altre università europee.

 

GUTEMBERG


Dobbiamo ora fare un salto di là dalle Alpi, a Magonza, per seguire la grande invenzione del secolo, quello della stampa meccanica, che verrà subito importata in Italia, e, come vedremo, quivi perfezionata .
Come accade spesso agli inventori, ai quali l'invenzione viene contestata e rivendicata da altri, anche Gutemberg non era stato risparmiato da questa fatalità. Molte circostanze negative dovevano fargli andare l'invenzione di traverso!.
Johannes Gutemberg (di nobile famiglia, il suo nome completo era Henne Gensfleich zur Laden zum Gutemberg), aveva dovuto fare i conti con i detrattori che per sminuire l'invenzione, sostenevano che l'idea del torchio egli l'aveva presa dagli antichi torchi per il vino e per l'olio. C'era poi chi gli contestava proprio l'invenzione, come Panfilo Castaldi di Feltre il quale si riteneva l'inventore dello scrivere meccanico. Egli sosteneva che avrebbe parlato della sua invenzione a Jean o Johannes Fust, che l'avrebbe riferita a Gutemberg. Infine tra i vari processi che l'inventore aveva dovuto subire, l'ultimo, quello con il suo finanziatore strozzino, ma anche geniale, Johnnes Fust, lo aveva privato addirittura di tutti gli attrezzi e dei libri che stava stampando. Fust oltre che esser pratico di affari, aveva imparato in maniera eccellente l'arte della stampa, perciò aveva continuato l'attività di Gutemberg, con il genero Peter Schoeffer. I libri stampati dai due erano risultati preziosi per le innovazioni che essi avevano introdotto con la loro genialità.
E' indiscusso che l'invenzione di Gutemberg fosse assolutamente originale, non solo nei caratteri mobili di cui si è sempre parlato con riferimento alla invenzione, ma in tutte le sue componenti, torchio compreso (anche il nostro Leonardo ne aveva disegnato uno). Gutemberg l'aveva studiata in tutti i suoi risvolti di lega per i caratteri che non si dovevano deformare e non dovevano provocare sbavature e per i punzoni. Anche l'inchiostro era stato studiato con elementi diversi da quelli usati in precedenza. La stampa che usciva dal torchio di Gutemberg era perfetta, e nei suoi caratteri gotici era perfettamente uguale ai manoscritti. Il primo libro stampato a Magonza nel 1450, era la Bibbia chiamata delle 42 linee resa preziosa dalla decorazione (3) di Cremer. Una copia di questa Bibbia, con decorazione ancora più ricca, venne trovata nello studio del Cardinale Mazzarino, perciò chiamata mazzarina.
Tutti i libri stampati fino al 1500 si considerano incunaboli.

 

3) Era la miniatura o come si diceva all'epoca l'alluminatura. Quest'ultimo termine viene riferito da Dante nella Divina Commedia. Il termine miniatura deriva dal minio che veniva usato nei colori. Ai tempi di Dante il termine era alluminare e chi eseguiva il lavoro era alluminatore. Esso derivava dal francese enluminer con riferimento all'allume usato nei colori. Dante, nell'XI Canto, v. 80, del Purgatorio, incontra tra i superbi Oderisi da Gubbio (l'onor di quell'arte c'alluminar chiamata è in Parisi), il quale riconosce che la sua fama era poi passata a Franco Bolognese (Più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese: l'onore è tutto or suo, e mio in parte), aggiungendo che questo riconoscimento non lo avrebbe mai esternato quand'era in vita per il gran desiderio di eccellere, per questo ora stava pagando il fio della sua superbia. E' da dire che per quanto attiene l'arte della miniatura, mentre Oderisi era legato al gotico e alla tradizione bizantina, quella di Franco Bolognese rompeva con quella tradizione ed era quindi innovativa, oltre che a risplendere per l'uso degli ori e dei colori.

 

 

continua...(seconda parte)

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