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Sans Mahomet, Charlemagne
est enconcevable. La frase, che aveva reso famoso lo storico
Pirenne, intendeva dire che lo sviluppo, che si era avuto nel
periodo di Carlomagno indicato come prima rinascenza, era
stato determinato dalle conquiste degli arabi che avevano chiuso
in una stretta tutta la fascia del Mediterraneo e per questo l'Occidente
aveva dovuto rivolgere le proprie energie verso il Nord. L'Islàm
quindi nell'VIII sec. aveva dato all'Europa la spinta per il suo
sviluppo economico. Questa circostanza non doveva rimanere unica.
Sempre l'Islàm avrebbe dato un'altra spinta a quel grande
movimento culturale, artistico ed economico che sono stati l'Umanesimo
e il Rinascimento (1).
Questa seconda spinta si era avuta quando, con la conquista di
Costantinopoli (1453) da parte dei Turchi (anch'essi appartenenti
all'Islàm), gli eruditi bizantini, erano espatriati (alcuni
però erano già partiti prima della caduta di Costantinopoli)
rifugiandosi in Italia. E' stata oramai sfatata la circostanza
secondo la quale sarebbero stati i dotti bizantini ad avviare
gli studi umanistici in Italia ed Europa, ciò perchè
gli studi classici erano già iniziati qualche secolo prima.
E' chiaro comunque che a quei dotti va dato il merito di aver
portato all'apice il processo che si stava sviluppando molto lentamente.
Erano molti gli studiosi europei che desideravano entrare in contatto
con la nuova cultura e che volevano approfondire le loro conoscenze,
mettendosi in diretto rapporto con gli eruditi. L'occasione dell'esodo
da Costantinopoli, aveva dato a costoro la possibilità
di realizzare il loro sogno, raggiungendo semplicemente l'Italia
che era più a portata di mano di quanto non lo fosse la
lontana Bisanzio. Uno di questi fu Erasmo da Rotterdam.
Abbiamo detto
che l'idea di un'improvvisa espansione di studi umanistici nel
momento in cui in Italia erano arrivati i dotti profughi greci,
è oramai stata sfatata, questo, non per togliere loro il
merito che essi effettivamente hanno avuto, ma perché si
sono ritrovate le radici dell'Umanesimo in epoca precedente e
in casi che si erano sviluppati autonomamente e che avevano intanto
preparato il terreno a quello che sarà lo sviluppo successivo.
Uno di questi proto-umanisti è stato certamente Francesco
Petrarca. La sua fama era oramai consacrata quando dopo tutte
le sue peregrinazioni (a Carpentras era stato portato all'età
di otto anni, a Montpellier aveva studiato diritto, in seguito
si recherà spesso ad Avignone), ottenne ospitalità
dalla Serenissima che gli concesse una casa in Riva degli Schiavoni,
in cambio di lezioni pubbliche di letteratura latina.
Petrarca, riteneva che la conoscenza della letteratura latina
avrebbe consentito di scrivere in quella lingua con maggior eleganza
(aveva suggerito al doge Andrea Dandolo di scrivere in un latino
più classico), e riteneva che fosse importante per uno
studioso la conoscenza del greco di cui ammirava la bellezza,
anche se lui non conosceva quella lingua. Queste idee si dovevano
realizzare quasi un secolo più tardi, quando veniva istituito
un corso di lezioni umanistiche, in s. Marco, con docenti di greco
e di latino.
Sulle scuole e sui corsi, la Serenissima era molto vigile e parca
perchè non voleva che si rivaleggiasse con lo studio di
Padova dove gli studenti dovevano andare a frequentare i corsi,
e, i giovani nobili veneziani erano obbligati ad andare a Padova,
in quanto il governo veneziano, non consentiva che le città
dei territori sottoposti a Venezia rilasciassero diplomi.
Pur avendo molti amici, a Venezia le idee del Petrarca non erano
molto condivise (perché anticipavano il nuovo!), in quanto
egli non accettava le sottili distinzioni logiche degli aristotelici,
mentre i veneziani ritenevano che, chi non avesse avuto questo
genere di cultura era da ritenere sic et simpliciter - ignorante
-. Il Petrarca si difese con un trattato (De suis ipsius
et multorum ignorantia) in cui, contestando Aristotele e ancor
più i suoi traduttori e commentatori latini, e criticando
anche tutta la scienza medievale, sosteneva che quel tipo di cultura
basato su sottili distinzioni era indegno della natura dell'uomo
(2).
Dopo di che, se ne partì per Padova prendendo dimora
ad Arquà dove morì nel 1374. Aveva promesso che
avrebbe dato alla Serenissima la sua collezione di manoscritti,
che dovevano costituire un primo corpus di biblioteca pubblica,
ma alla sua morte i libri andarono dispersi. Circa cento anni
più tardi, sarà il Cardinale Bessarione di Trebisonda,
(trasferitosi dalla Grecia ancor prima della caduta di Costantinopoli,
dopo aver partecipato al Concilio di Ferrara-Firenze del 1438),
a donare alla sua morte (1468) la sua biblioteca. Pietro Bembo
ne sarà nominato bibliotecario. Quei libri sono stati il
primo nucleo della grande Biblioteca Marciana.
Il caso di Petrarca che, come proto-umanista, aveva agito singolarmente,
perchè i tempi non erano ancora maturi per lo sviluppo
del movimento umanistico, non era stato l'unico. Un altro caso,
precedente al Petrarca, era stato quello di Giacomo da Venezia
che possiamo ritenere primo dei primi, il quale addirittura
nel 1135 (è il tempo delle Crociate) si recò a Costantinopoli
per imparare il greco, e poter tradurre dal greco in latino opere
aristoteliche. Altro caso di umanista solitario era stato quello
del nobile veneziano Ermolao Barbaro il quale riteneva che fosse
indispensabile studiare Aristotele direttamente dal greco e non
sulle vecchie traduzioni (in latino, tradotte non dal greco, ma
dall'arabo!).
L">'
idea di Ermolao Barbaro ebbe grande successo e venne presa in
considerazione da Leonico Tomeo che insegnando a Padova, teneva
le sue lezioni su Aristotele, in greco. La qual cosa aveva portato
a risultati rivoluzionari. Le traduzioni dal greco in arabo e
dall'arabo in latino avevano alterato profondamente il significato
di molti passaggi dai testi originali. Rifacendosi direttamente
alle fonti greche veniva fuori un Aristotele completamente nuovo
in campo naturalistico, emergendo così una verità
razionale del tutto nuova. Queste nuove idee vennero divulgate
da Pietro Pomponazzi che insegnò a Padova dal 1495 al 1509.
L'insegnamento di Aristotele a Padova, quindi, caratterizzava
lo stesso studio. Si sa che le varie universitas studiorum rivaleggiavano
tra loro anche per le diverse scuole di pensiero che ciascuna
università seguiva, perciò mentre a Padova e Bologna
(Padova si era staccata nel 1222 da Bologna per secessione), dominavano
gli studi aristotelici, a Firenze, dove insegnava Marsilio Ficino,
prevaleva il platonismo. Padova, per tutto il XV sec. rimase legata
alla tradizione averroistica e naturalistica aristotelica, nel
senso che Aristotele veniva studiato secondo l'interpretazione
naturalistica data dall'arabo Averroè. Si parlava infatti
di filosofia naturale che si studiava in medicina.
Allo studio della medicina era unificato anche quello della astrologia
e astronomia (perché si riteneva che il movimento degli
astri avesse influenza sugli organi del corpo umano). In proposito
è da rilevare che gli studi erano distinti in due guppi.
Da una parte vi era lo studio del Diritto, dall'altra tutte le
altre discipline, medicina compresa, raggruppate nella facoltà
delle Arti. Studiando Aristotele che, oltretutto era un biologo,
lo studio della medicina veniva incanalata su basi strettamente
scientifiche. Nel 1537 l'insegnamento della medicina (chirurgia
e anatomia) fu affidato ad Andrea Vesalio (Andreas van Wescle),
che può essere considerato il fondatore della anatomia
moderna, il cui metodo si fondava sulla dissezione, per cui la
fama degli studi medici di Padova attrasse studenti da tutta l'Europa.
E' evidente che gli studi così impostati prepareranno la
strada al metodo scientifico di Galileo, che da Padova, veniva
dibattuto in tutte le altre università europee.
Dobbiamo ora fare
un salto di là dalle Alpi, a Magonza, per seguire la grande
invenzione del secolo, quello della stampa meccanica, che verrà
subito importata in Italia, e, come vedremo, quivi perfezionata
.
Come accade spesso agli inventori, ai quali l'invenzione viene
contestata e rivendicata da altri, anche Gutemberg non era stato
risparmiato da questa fatalità. Molte circostanze negative
dovevano fargli andare l'invenzione di traverso!.
Johannes Gutemberg (di nobile famiglia, il suo nome completo era
Henne Gensfleich zur Laden zum Gutemberg), aveva dovuto fare i
conti con i detrattori che per sminuire l'invenzione, sostenevano
che l'idea del torchio egli l'aveva presa dagli antichi torchi
per il vino e per l'olio. C'era poi chi gli contestava proprio
l'invenzione, come Panfilo Castaldi di Feltre il quale si riteneva
l'inventore dello scrivere meccanico. Egli sosteneva che avrebbe
parlato della sua invenzione a Jean o Johannes Fust, che l'avrebbe
riferita a Gutemberg. Infine tra i vari processi che l'inventore
aveva dovuto subire, l'ultimo, quello con il suo finanziatore
strozzino, ma anche geniale, Johnnes Fust, lo aveva privato addirittura
di tutti gli attrezzi e dei libri che stava stampando. Fust oltre
che esser pratico di affari, aveva imparato in maniera eccellente
l'arte della stampa, perciò aveva continuato l'attività
di Gutemberg, con il genero Peter Schoeffer. I libri stampati
dai due erano risultati preziosi per le innovazioni che essi avevano
introdotto con la loro genialità.
E' indiscusso che l'invenzione di Gutemberg fosse assolutamente
originale, non solo nei caratteri mobili di cui si è sempre
parlato con riferimento alla invenzione, ma in tutte le sue componenti,
torchio compreso (anche il nostro Leonardo ne aveva disegnato
uno). Gutemberg l'aveva studiata in tutti i suoi risvolti di lega
per i caratteri che non si dovevano deformare e non dovevano provocare
sbavature e per i punzoni. Anche l'inchiostro era stato studiato
con elementi diversi da quelli usati in precedenza. La stampa
che usciva dal torchio di Gutemberg era perfetta, e nei suoi caratteri
gotici era perfettamente uguale ai manoscritti. Il primo libro
stampato a Magonza nel 1450, era la Bibbia chiamata delle 42 linee
resa preziosa dalla decorazione (3) di Cremer. Una copia di questa
Bibbia, con decorazione ancora più ricca, venne trovata
nello studio del Cardinale Mazzarino, perciò chiamata mazzarina.
Tutti i libri stampati fino al 1500 si considerano incunaboli.