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Il fatto singolare
di Venezia era stato che gli stampatori, o la maggior parte di
loro, non erano veneziani, ma erano arrivati da fuori e non si
sa bene da che cosa fossero stati attratti. Di certo Venezia,
per i suoi rapporti con il Levante prima e con il Nord dopo, era
una città cosmopolita. Vi era facilità di comunicazioni
con galere, che partivano o arrivavano continuamente (4), mantenendo
i collegamenti con i porti d'oltremare a sud e con Bruges a nord.
I corsi d'acqua interni consentivano di viaggiare e trasportare
merci più comodamente e più celermente che per vie
terresti, non solo da poter raggiungere in poco tempo Padova col
burchio-burchiello, ma Milano e oltre! (5).
Ne è prova che la metà delle edizioni veneziane
del XV sec. conservate alla British Library provenivano da biblioteche
tedesche. Ciò significa che buona parte della produzione
libraria veneziana finiva all'estero.
Venezia era la porta dell'Oriente. Gli eruditi bizantini, che
vi giungevano da Costantinopoli, respiravano aria di casa (oltre
al profumo salmastro, che diventerà famoso tra i viaggiatori
che nei secoli successivi lo descriveranno nei loro libri).
Agli stampatori il governo assicurava brevetti e diritti di esclusiva.
Essi godevano di privilegi e libertà di stampa, almeno
fino al 1559 quando l'Inquisizione pubblicava l'Index librorum
prohibitorum, nonostante l'opposizione del Consiglio dei Dieci,
che aveva accordato ai librai "la licenza di vendere libri
proibiti fino a tanto che la Santità di Nostro Signore
non risolverà a pagarli, ch'allora potranno gli inquisitori
abbruciare che libri vorranno come cosa comperata e non altrimenti".
Piange il cuore scriverlo!. Fu fatto un rogo e furono bruciati
dai dieci ai dodicimila volumi!.
Con il nuovo sistema di stampa, le stamperie appaiono in contemporanea
in Europa e in Italia e quivi prima a Roma (1467), ma subito dopo
anche a Venezia e in altre città. Ma Venezia diventerà
il centro più importante, di livello europeo, superando
tutte le altre città italiane, anche per le diverse specializzazioni
di stampa, non solo in lingua latina, ma in greco, ebraico (Talmud
Babilonese, in dodici volumi stampato tra il 1510 e 1523),
arabo (nel 1537 verrà stampato il Corano in lingua
araba), armeno (la prima stamperia armena fu impiantata da Hakob
Meghapart, che nel 1512 stampava uno strano libro: Il libro
del Venerdì o Santo Venerdì - Urbata'girk -
un libro di superstizioni, racconti e preghiere, purtroppo mai
tradotto in italiano) e anche di musica. Peraltro il sistema di
scrittura di Gutemberg viene qui modificato. Infatti, mentre Gutemberg
nella stampa per essere più vicino possibile al modello
manoscritto, aveva mantenuto il carattere gotico, del tutto simile
a quello usato dagli ammanuensi, in Italia il gotico era stato
sostituito dal carattere romano che era più pratico e rendeva
il lavoro più spedito.
Il primo ad
istituire una stamperia a Venezia fu Johannes von Speyer il quale
iniziò l'attività nel 1469. Egli era di casa a Venezia
per far parte dell'ambiente dei mercanti che frequentavano il
Fondaco dei Tedeschi. Le sue edizioni erano eleganti, il genere
era quello classico come le Epistolae ad familiares di
Cicerone, di cui aveva stampato trecento copie; stampò
quindi la prima edizione dell' Historia naturalis di Plinio.
La produzione libraria aumentava a vista. Nel 1490 Battista de'
Tortis, specialista in libri di diritto, aveva stampato quattromila
copie del Digesto e Istituzioni giustinianee. Anche il
numero degli stampatori, nell'arco di qualche anno era salito
a dieci (1473), ma nel corso del secolo successivo vi fu una vera
e propria esplosione; gli stampatori (soli titolari di stamperie)
avevano raggiunto il numero di 493 (oltre ai tre più grandi,
cioè Manuzio, Marcolini e Giolito), che avevano prodotto
ben settemila edizioni (il numero non è certo, ma è
notevolmente in difetto). Per questa enorme produzione qualcuno,
riferendosi a Venezia, aveva scritto "libris urbis est
bene fulta"!
Da Parigi giunse nel 1470 Nicolaus Jenson, incisore di Carlo VII,
(il re incoronato per merito di Giovanna d'Arco, che per tutta
riconoscenza la lasciò condannare al rogo!), diventando
celebre per l'incisione dei caratteri di particolare bellezza
e per aver creato il formato in 16° cioè il
formato tascabile (ottenuto piegando il folio in modo da
ottenere 32 pagine), formato che verrà adottato dagli stampatori
olandesi, gli Elzeviri (dal che il termine col quale si indicava
l'articolo di terza pagina che un tempo caratterizzava i quotidiani
italiani). Jenson che seguiva lo stile antico dei caratteri iniziò
l'attività pubblicando le Epistolae ad Atticum di
Cicerone.
Aldo Manuzio
aveva una delle più fornite biblioteche d'Europa, ricca
di manoscritti greci, codici sconosciuti giunti dalla Polonia
e dall'Ungheria, che Erasmo definirà sorgente dalla
quale sgorgano tutte le buone biblioteche. Manuzio non era
solo stampatore, ma umanista nel senso più completo della
parola. Conosceva il latino, il greco, oltre ad essere critico
storico e letterario, e grammatico. Nel 1502 aveva fondato la
Neoacademia (i cui partecipanti dovevano parlare solo in
greco) della quale facevano parte umanisti e eccelsi eruditi,
che con lui collaboravano anche per l'attività editoriale
e saranno di aiuto a Erasmo da Rotterdam nel periodo in cui, come
vedremo, sarà suo ospite.
Anche Manuzio non era originario di Venezia; pare fosse nato a
Velletri. Da giovanissimo aveva studiato a Roma, andando poi,
ventenne, a Ferrara dove si perfezionò in latino e greco.
Fu amico di Pico della Mirandola e precettore dei figli di Lionello
Pio. Era quarantenne quando si trasferì a Venezia dove
lavorò prima presso la stamperia di Andrea Torresano che
a sua volta aveva rilevato quella di Nicolaus Jenson. Poi si mise
in proprio, e, bruciando le tappe, diventava in pochissimo tempo
famoso in Europa come umanista, per la biblioteca, e per la sua
attività di stampa, che era riuscito a perfezionare. Egli
infatti con l'aiuto del suo incisore (il grande Francesco Griffo
di Bologna) aveva cambiato il sistema dei caratteri, introducendo
il corsivo o cancelleresco, poi detto aldino e preso dalla grafìa
usata per i documenti della Cancelleria romana. Aveva anche modificato
gli enormi in folio, riducendoli in 8° (i primi furono il
Virgilio e l'Orazio). Tra le sue opere: una grammatica greca e
latina; un trattato di metrica e molte prefazioni ai libri stampati.
Continueranno l'attività il figlio e il nipote Aldo che
raggiungerà, o supererà lo stesso livello intellettuale
e culturale del vecchio Aldo, lasciando alla sua morte una biblioteca
di ottantamila volumi...andata dispersa!.
Abbiamo detto
che Erasmo era uno di quegli umanisti che in Europa agognavano
venire in Italia per confrontarsi con i colleghi italiani e avere
rapporti diretti con gli eruditi bizantini e perfezionare la conoscenza
del greco.
Venuto in Italia (le notizie circolavano anche rapidamente!),si
trovava a Bologna quando venne invitato a Venezia da Aldo Manuzio.
Pare che in un primo momento Erasmo non avesse troppa intenzione
di andarvi. Ma uno strano avvenimento gli fece cambiare idea.
Durante la sua permanenza a Bologna scoppia la peste. Erasmo pensa
di ritirarsi in campagna in attesa che l'epidemia cessi. Egli
vestiva da religioso, con abito nero e sciarpa bianca. La sciarpa
bianca la portavano anche i medici degli appestati, per cui la
gente di campagna avendolo scambiato per uno di questi voleva
prenderlo a legnate. Inutilmente Erasmo aveva cercato di spiegarsi
in latino, ma quella gente non lo capiva, per cui, per evitare
il peggio, dovette darsi alla fuga dirigendosi a Venezia.
E' l'aprile del 1508 quando giunge dal Manuzio il nuovo ospite,
il quale trova raccolti in cenacolo un folto gruppo di studiosi
e umanisti, che facevano parte della <Neoacademia>
come il cretese Marco Musuro, filologo che insegnava a Padova
e Giano Lascaris col suo allievo Germain de Brie; Girolamo Aleandro,
ellenista di vaglia, Battista Egnazio, Urbano Bolzanio, autore
della grammatica greca in lingua latina pubblicata nel 1498 (era
la prima grammatica greca che era offerta agli studiosi italiani)
e Scipione Forteguerri, i quali gli mettono a disposizione non
solo la loro cultura ma anche manoscritti greci non ancora conosciuti
nel mondo occidentale. Il greco Arsenio lo aiuterà a perfezionare
la conoscenza della sua lingua..
Questa disponibilità a Erasmo, che con gli italiani non
era tenero (per quanto siano un guazzabuglio delle più
barbare stirpi pure hanno attinto dalla lettera pagana l'aberrante
abitudine di chiamare barbari quelli che sono nati fuori d'Italia),
gli farà scrivere <da noi la gente non ha la gentilezza
e la schiettezza che si ritrovano in Italia, almeno nell'ambito
degli studi umanistici>. Erasmo aveva con sè il
materiale relativo agli Adagia che già aveva pubblicato
in precedenza, ma in forma molto ridotta. Manuzio non si lascia
sfuggire l'occasione e gli pubblica la nuova edizione, che Erasmo,
tra i libri che trova da Manuzio e quelli che gli portano i nuovi
amici, amplia notevolmente. L'opera la prepara giornalmente, lavorando
anche di notte, in modo che al mattino porta in stamperia il lavoro
da stampare. E così l'intero poderoso libro, in folio,
sarà pronto a settembre dello stesso anno, e sarà
il libro che consacrerà la sua fama a livello europeo.
Erasmo non si trattiene ulteriormente e parte per Roma, non senza
aver fatto sapere ai posteri che, la tavola del Manuzio era "avara".
Essendo egli di appetito teutonico, avrebbe preferito qualcosa
di più consistente delle minestre che gli venivano servite!.
Il suo commento per Venezia era stato lusinghiero quanto lapidario
<è la più bella di tutte le città>;
e dei Veneti, <si beano nel prestigio della loro nobiltà>.
Nel suo soggiorno a Roma Erasmo si reca a far visita al Cardinal
Grimani, ambasciatore della Serenissima a palazzo Venezia. L'accoglienza
del Cardinale lo lusinga perchè il Cardinale lo riceve
da pari <non come un prelato della sua importanza può
ricevere un personaggio modesto come me, ma come un collega>.
Il Cardinale gli presenta un nipote, <giovane di spiccate
doti che è già arcivescovo> scrive Erasmo,
aggiungendo che egli al momento della presentazione voleva alzarsi,
ma il Cardinale non glielo permette, dicendo che <è
giusto che l'allievo stia in piedi e il maestro a sedere>.
Il Cardinale lo invita a rimanere come ospite, pregandolo di non
dubitare della sincerità della sua offerta. Ma Erasmo non
può accettare perchè lo chiamava il re d'Inghilterra!,
promettendo però che sarebbe tornato. <Sciagurato>
scriverà poi <non ci sono tornato perchè temevo
di lasciarmi convincere. Mai ho seguito un impulso peggiore!>.
Tra gli altri umanisti, a Venezia troviamo Guarino Guarini, che
era andato anch'egli a Costantinopoli per imparare il greco. Guarini
riteneva che gli studenti dovessero imparare il latino e greco,
non come fine a sè stesso, ma per acquisire la capacità
di parlare ed esprimersi e discutere in modo efficace in pubblico,
sia presso le corti che presso i consigli cittadini. Queste idee
trovarono fertile terreno nel suo allievo Francesco Barbaro, umanista
di grande levatura intellettuale, il quale tradusse alcune delle
vite di Plutarco.
All'età di ventinove anni, Francesco Barbaro ebbe già
incarichi politici e, in seguito, ricoprì cariche prestigiose
di ambasciatore, a Roma, Firenze e Ferrara, e di Podestà
di diverse città venete. Altro umanista che divise la sua
vita tra lo studio della letteratura latina e gli incarichi politici
fu Bernardo Giustiniani il quale scrisse una storia di Venezia
antica. Questa storia però non gli venne riconosciuta dai
senatori veneziani come storia ufficiale. Gli venne preferita
quella scritta da un altro umanista, Marcantonio Sabellico, detto
Coccio, che fu professore d'eloquenza a Udine e conservatore
della Marciana, il quale non eccelleva molto in obiettività
e aveva passato sotto silenzio delle verità non molto gradevoli.
Questa storia del Sabellico (Rerum venetorum ab urbe condita
ad Marcum Barbadicum) arrivava al 1486 (6). A continuarla
fu chiamato Pietro Bembo, la cui fama e notorietà indiscusse
ci esimono dal parlare di lui (vi sarebbe tanto da scrivere!).
Come tutti i nobili veneziani, percorse la carriera politica,
ma invece di starsene a Venezia, preferì frequentare le
corti principesche. Egli rappresenta un nuovo tipo di umanista,
anzi è uomo rinascimentale. Se vi fosse una netta divisione
tra umanesimo e rinascimento, potremmo dire che Bembo è
il primo della nuova fase, per la sua mentalità brillante
e aperta, certamente diversa dagli umanisti che lo avevano preceduto.
Aveva avuto l'incarico di continuare la storia di Sabellico, e
quella che scrisse era originale, nel senso che egli non riportava
pedantescamente fatti e avvenimenti, ma esprimeva anche sue opinioni
personali su personaggi che aveva conosciuto direttamente, e anche
apprezzamenti non molto lusinghieri, particolarmente sulla famiglia
Grimani, sulla quale aveva detto che si era arricchita a spese
della Repubblica. Il Senato, prima che l'opera fosse pubblicata,
fece eliminare tutte quelle parti non gradite, che però
dal punto di vista letterario erano proprio le più interessanti!.
La produzione
di libri in quei tempi andava a gonfie vele. Abbiamo visto che
Speyer, nel suo primo anno di attività, aveva stampato
ben trecento copie delle Lettere di Cicerone. Queste Lettere
all'epoca erano diventate un vero e proprio best-seller. Re, principi,
giuristi, diplomatici, prelati, fossero essi spagnoli, tedeschi,
fiamminghi, inglesi, italiani, tra di loro comunicavano in latino
(le idee si trasmettevano e si scambiavano o verbalmente, abbiamo
visto il caso di Erasmo, o tramite corrispondenza) e per seguire
uno stile essi cercavano di imitare quello delle lettere ciceroniane.
Come si può facilmente rilevare, per i libri come per la
corrispondenza, non esistevano condizionamenti e confini derivanti
dalla diversità delle lingue, perchè la lingua correntemente
parlata tra le persone colte era il latino. Per questo motivo
un libro si poteva stampare in un qualsiasi Paese e poteva essere
comperato e letto in qualsiasi altro (da un documento dell'epoca
risulta un ordine spedito da Norimberga a Milano per copie di
libri da mandare alla fiera di Lione, che si sarebbe tenuta tre
mesi dopo, e l'ordine era stato eseguito alla perfezione!). Come
si vede la cultura in quell'epoca aveva unificato senza troppi
problemi gli spiriti e aveva già fatto ciò che dopo
quattro secoli l'Europa di oggi sta tentando ancora di fare con
l'Unione Europea.