PRIMI UMANISTI

E STAMPATORI

VENEZIANI

MICHELE DUCAS PUGLIA

PARTE SECONDA

VENEZIA COSMOPOLITA E LIBERALE

Il fatto singolare di Venezia era stato che gli stampatori, o la maggior parte di loro, non erano veneziani, ma erano arrivati da fuori e non si sa bene da che cosa fossero stati attratti. Di certo Venezia, per i suoi rapporti con il Levante prima e con il Nord dopo, era una città cosmopolita. Vi era facilità di comunicazioni con galere, che partivano o arrivavano continuamente (4), mantenendo i collegamenti con i porti d'oltremare a sud e con Bruges a nord. I corsi d'acqua interni consentivano di viaggiare e trasportare merci più comodamente e più celermente che per vie terresti, non solo da poter raggiungere in poco tempo Padova col burchio-burchiello, ma Milano e oltre! (5).
Ne è prova che la metà delle edizioni veneziane del XV sec. conservate alla British Library provenivano da biblioteche tedesche. Ciò significa che buona parte della produzione libraria veneziana finiva all'estero.
Venezia era la porta dell'Oriente. Gli eruditi bizantini, che vi giungevano da Costantinopoli, respiravano aria di casa (oltre al profumo salmastro, che diventerà famoso tra i viaggiatori che nei secoli successivi lo descriveranno nei loro libri).
Agli stampatori il governo assicurava brevetti e diritti di esclusiva. Essi godevano di privilegi e libertà di stampa, almeno fino al 1559 quando l'Inquisizione pubblicava l'Index librorum prohibitorum, nonostante l'opposizione del Consiglio dei Dieci, che aveva accordato ai librai "la licenza di vendere libri proibiti fino a tanto che la Santità di Nostro Signore non risolverà a pagarli, ch'allora potranno gli inquisitori abbruciare che libri vorranno come cosa comperata e non altrimenti". Piange il cuore scriverlo!. Fu fatto un rogo e furono bruciati dai dieci ai dodicimila volumi!.
Con il nuovo sistema di stampa, le stamperie appaiono in contemporanea in Europa e in Italia e quivi prima a Roma (1467), ma subito dopo anche a Venezia e in altre città. Ma Venezia diventerà il centro più importante, di livello europeo, superando tutte le altre città italiane, anche per le diverse specializzazioni di stampa, non solo in lingua latina, ma in greco, ebraico (Talmud Babilonese, in dodici volumi stampato tra il 1510 e 1523), arabo (nel 1537 verrà stampato il Corano in lingua araba), armeno (la prima stamperia armena fu impiantata da Hakob Meghapart, che nel 1512 stampava uno strano libro: Il libro del Venerdì o Santo Venerdì - Urbata'girk - un libro di superstizioni, racconti e preghiere, purtroppo mai tradotto in italiano) e anche di musica. Peraltro il sistema di scrittura di Gutemberg viene qui modificato. Infatti, mentre Gutemberg nella stampa per essere più vicino possibile al modello manoscritto, aveva mantenuto il carattere gotico, del tutto simile a quello usato dagli ammanuensi, in Italia il gotico era stato sostituito dal carattere romano che era più pratico e rendeva il lavoro più spedito.

 

4) Forse è interessante sapere che fino al 1280 le navi non viaggiavano d'inverno. Dopo questa data, sia per l'introduzione della bussola, che per alcune invenzioni tecniche (leve, pulegge, vele quadrate) e di un nuovo tipo di timone che permetteva di governare navi più grosse con castelli di poppa e di prora, la navigazione era diventata più sicura e si incominciò a viaggiare anche d'inverno. Dal 1291 venne aperto alla navigazione lo stretto di Gibilterra, nel senso che un bucaniere e uomo d'affari genovese, Benedetto Zaccaria, distrusse la flotta marocchina che fino allora aveva impedito il passaggio, e si aprì quindi la navigazione verso i porti del Nord.
5) Liutprando da Cremona, mandato da Berengario nel 949, come ambasciatore a Costantinopoli, ci fa sapere che partendo da Pavia aveva impiegato tre giorni per raggiungere Venezia, e da qui, 23 giorni per raggiungere Costantinopoli. Il viaggio, se si considera che siamo alle soglie dell'anno mille, non era durato poi tanto!. Se oggigiorno il trasporto merci venisse organizzato usufruendo del Brenta e del Po si alleggerirebbe notevolmente il traffico con notevole riduzione dell'inquinamento, che sta raggiungendo lìmiti insopportabili. E invece si studiano, si discutono e si progettano nuove strade!.

 

I PRIMI STAMPATORI

Il primo ad istituire una stamperia a Venezia fu Johannes von Speyer il quale iniziò l'attività nel 1469. Egli era di casa a Venezia per far parte dell'ambiente dei mercanti che frequentavano il Fondaco dei Tedeschi. Le sue edizioni erano eleganti, il genere era quello classico come le Epistolae ad familiares di Cicerone, di cui aveva stampato trecento copie; stampò quindi la prima edizione dell' Historia naturalis di Plinio. La produzione libraria aumentava a vista. Nel 1490 Battista de' Tortis, specialista in libri di diritto, aveva stampato quattromila copie del Digesto e Istituzioni giustinianee. Anche il numero degli stampatori, nell'arco di qualche anno era salito a dieci (1473), ma nel corso del secolo successivo vi fu una vera e propria esplosione; gli stampatori (soli titolari di stamperie) avevano raggiunto il numero di 493 (oltre ai tre più grandi, cioè Manuzio, Marcolini e Giolito), che avevano prodotto ben settemila edizioni (il numero non è certo, ma è notevolmente in difetto). Per questa enorme produzione qualcuno, riferendosi a Venezia, aveva scritto "libris urbis est bene fulta"!
Da Parigi giunse nel 1470 Nicolaus Jenson, incisore di Carlo VII, (il re incoronato per merito di Giovanna d'Arco, che per tutta riconoscenza la lasciò condannare al rogo!), diventando celebre per l'incisione dei caratteri di particolare bellezza e per aver creato il formato in 16° cioè il formato tascabile (ottenuto piegando il folio in modo da ottenere 32 pagine), formato che verrà adottato dagli stampatori olandesi, gli Elzeviri (dal che il termine col quale si indicava l'articolo di terza pagina che un tempo caratterizzava i quotidiani italiani). Jenson che seguiva lo stile antico dei caratteri iniziò l'attività pubblicando le Epistolae ad Atticum di Cicerone.

 

ALDO MANUZIO

Aldo Manuzio aveva una delle più fornite biblioteche d'Europa, ricca di manoscritti greci, codici sconosciuti giunti dalla Polonia e dall'Ungheria, che Erasmo definirà sorgente dalla quale sgorgano tutte le buone biblioteche. Manuzio non era solo stampatore, ma umanista nel senso più completo della parola. Conosceva il latino, il greco, oltre ad essere critico storico e letterario, e grammatico. Nel 1502 aveva fondato la Neoacademia (i cui partecipanti dovevano parlare solo in greco) della quale facevano parte umanisti e eccelsi eruditi, che con lui collaboravano anche per l'attività editoriale e saranno di aiuto a Erasmo da Rotterdam nel periodo in cui, come vedremo, sarà suo ospite.
Anche Manuzio non era originario di Venezia; pare fosse nato a Velletri. Da giovanissimo aveva studiato a Roma, andando poi, ventenne, a Ferrara dove si perfezionò in latino e greco. Fu amico di Pico della Mirandola e precettore dei figli di Lionello Pio. Era quarantenne quando si trasferì a Venezia dove lavorò prima presso la stamperia di Andrea Torresano che a sua volta aveva rilevato quella di Nicolaus Jenson. Poi si mise in proprio, e, bruciando le tappe, diventava in pochissimo tempo famoso in Europa come umanista, per la biblioteca, e per la sua attività di stampa, che era riuscito a perfezionare. Egli infatti con l'aiuto del suo incisore (il grande Francesco Griffo di Bologna) aveva cambiato il sistema dei caratteri, introducendo il corsivo o cancelleresco, poi detto aldino e preso dalla grafìa usata per i documenti della Cancelleria romana. Aveva anche modificato gli enormi in folio, riducendoli in 8° (i primi furono il Virgilio e l'Orazio). Tra le sue opere: una grammatica greca e latina; un trattato di metrica e molte prefazioni ai libri stampati. Continueranno l'attività il figlio e il nipote Aldo che raggiungerà, o supererà lo stesso livello intellettuale e culturale del vecchio Aldo, lasciando alla sua morte una biblioteca di ottantamila volumi...andata dispersa!.

 

ERASMO E GLI UMANISTI

Abbiamo detto che Erasmo era uno di quegli umanisti che in Europa agognavano venire in Italia per confrontarsi con i colleghi italiani e avere rapporti diretti con gli eruditi bizantini e perfezionare la conoscenza del greco.
Venuto in Italia (le notizie circolavano anche rapidamente!),si trovava a Bologna quando venne invitato a Venezia da Aldo Manuzio. Pare che in un primo momento Erasmo non avesse troppa intenzione di andarvi. Ma uno strano avvenimento gli fece cambiare idea. Durante la sua permanenza a Bologna scoppia la peste. Erasmo pensa di ritirarsi in campagna in attesa che l'epidemia cessi. Egli vestiva da religioso, con abito nero e sciarpa bianca. La sciarpa bianca la portavano anche i medici degli appestati, per cui la gente di campagna avendolo scambiato per uno di questi voleva prenderlo a legnate. Inutilmente Erasmo aveva cercato di spiegarsi in latino, ma quella gente non lo capiva, per cui, per evitare il peggio, dovette darsi alla fuga dirigendosi a Venezia.
E' l'aprile del 1508 quando giunge dal Manuzio il nuovo ospite, il quale trova raccolti in cenacolo un folto gruppo di studiosi e umanisti, che facevano parte della <Neoacademia> come il cretese Marco Musuro, filologo che insegnava a Padova e Giano Lascaris col suo allievo Germain de Brie; Girolamo Aleandro, ellenista di vaglia, Battista Egnazio, Urbano Bolzanio, autore della grammatica greca in lingua latina pubblicata nel 1498 (era la prima grammatica greca che era offerta agli studiosi italiani) e Scipione Forteguerri, i quali gli mettono a disposizione non solo la loro cultura ma anche manoscritti greci non ancora conosciuti nel mondo occidentale. Il greco Arsenio lo aiuterà a perfezionare la conoscenza della sua lingua..
Questa disponibilità a Erasmo, che con gli italiani non era tenero (per quanto siano un guazzabuglio delle più barbare stirpi pure hanno attinto dalla lettera pagana l'aberrante abitudine di chiamare barbari quelli che sono nati fuori d'Italia), gli farà scrivere <da noi la gente non ha la gentilezza e la schiettezza che si ritrovano in Italia, almeno nell'ambito degli studi umanistici>. Erasmo aveva con sè il materiale relativo agli Adagia che già aveva pubblicato in precedenza, ma in forma molto ridotta. Manuzio non si lascia sfuggire l'occasione e gli pubblica la nuova edizione, che Erasmo, tra i libri che trova da Manuzio e quelli che gli portano i nuovi amici, amplia notevolmente. L'opera la prepara giornalmente, lavorando anche di notte, in modo che al mattino porta in stamperia il lavoro da stampare. E così l'intero poderoso libro, in folio, sarà pronto a settembre dello stesso anno, e sarà il libro che consacrerà la sua fama a livello europeo. Erasmo non si trattiene ulteriormente e parte per Roma, non senza aver fatto sapere ai posteri che, la tavola del Manuzio era "avara". Essendo egli di appetito teutonico, avrebbe preferito qualcosa di più consistente delle minestre che gli venivano servite!. Il suo commento per Venezia era stato lusinghiero quanto lapidario <è la più bella di tutte le città>; e dei Veneti, <si beano nel prestigio della loro nobiltà>.
Nel suo soggiorno a Roma Erasmo si reca a far visita al Cardinal Grimani, ambasciatore della Serenissima a palazzo Venezia. L'accoglienza del Cardinale lo lusinga perchè il Cardinale lo riceve da pari <non come un prelato della sua importanza può ricevere un personaggio modesto come me, ma come un collega>. Il Cardinale gli presenta un nipote, <giovane di spiccate doti che è già arcivescovo> scrive Erasmo, aggiungendo che egli al momento della presentazione voleva alzarsi, ma il Cardinale non glielo permette, dicendo che <è giusto che l'allievo stia in piedi e il maestro a sedere>. Il Cardinale lo invita a rimanere come ospite, pregandolo di non dubitare della sincerità della sua offerta. Ma Erasmo non può accettare perchè lo chiamava il re d'Inghilterra!, promettendo però che sarebbe tornato. <Sciagurato> scriverà poi <non ci sono tornato perchè temevo di lasciarmi convincere. Mai ho seguito un impulso peggiore!>.
Tra gli altri umanisti, a Venezia troviamo Guarino Guarini, che era andato anch'egli a Costantinopoli per imparare il greco. Guarini riteneva che gli studenti dovessero imparare il latino e greco, non come fine a sè stesso, ma per acquisire la capacità di parlare ed esprimersi e discutere in modo efficace in pubblico, sia presso le corti che presso i consigli cittadini. Queste idee trovarono fertile terreno nel suo allievo Francesco Barbaro, umanista di grande levatura intellettuale, il quale tradusse alcune delle vite di Plutarco.
All'età di ventinove anni, Francesco Barbaro ebbe già incarichi politici e, in seguito, ricoprì cariche prestigiose di ambasciatore, a Roma, Firenze e Ferrara, e di Podestà di diverse città venete. Altro umanista che divise la sua vita tra lo studio della letteratura latina e gli incarichi politici fu Bernardo Giustiniani il quale scrisse una storia di Venezia antica. Questa storia però non gli venne riconosciuta dai senatori veneziani come storia ufficiale. Gli venne preferita quella scritta da un altro umanista, Marcantonio Sabellico, detto Coccio, che fu professore d'eloquenza a Udine e conservatore della Marciana, il quale non eccelleva molto in obiettività e aveva passato sotto silenzio delle verità non molto gradevoli. Questa storia del Sabellico (Rerum venetorum ab urbe condita ad Marcum Barbadicum) arrivava al 1486 (6). A continuarla fu chiamato Pietro Bembo, la cui fama e notorietà indiscusse ci esimono dal parlare di lui (vi sarebbe tanto da scrivere!). Come tutti i nobili veneziani, percorse la carriera politica, ma invece di starsene a Venezia, preferì frequentare le corti principesche. Egli rappresenta un nuovo tipo di umanista, anzi è uomo rinascimentale. Se vi fosse una netta divisione tra umanesimo e rinascimento, potremmo dire che Bembo è il primo della nuova fase, per la sua mentalità brillante e aperta, certamente diversa dagli umanisti che lo avevano preceduto. Aveva avuto l'incarico di continuare la storia di Sabellico, e quella che scrisse era originale, nel senso che egli non riportava pedantescamente fatti e avvenimenti, ma esprimeva anche sue opinioni personali su personaggi che aveva conosciuto direttamente, e anche apprezzamenti non molto lusinghieri, particolarmente sulla famiglia Grimani, sulla quale aveva detto che si era arricchita a spese della Repubblica. Il Senato, prima che l'opera fosse pubblicata, fece eliminare tutte quelle parti non gradite, che però dal punto di vista letterario erano proprio le più interessanti!.

6) Il Sabellico scrisse anche una voluminosa storia universale: Enneades seu rapsodiae historicarum, che giungeva fino al 1504 ed in cui raccontava particolari su Cristoforo Colombo e i suoi viaggi.

 

IL LATINO LINGUA INTERNAZIONALE

La produzione di libri in quei tempi andava a gonfie vele. Abbiamo visto che Speyer, nel suo primo anno di attività, aveva stampato ben trecento copie delle Lettere di Cicerone. Queste Lettere all'epoca erano diventate un vero e proprio best-seller. Re, principi, giuristi, diplomatici, prelati, fossero essi spagnoli, tedeschi, fiamminghi, inglesi, italiani, tra di loro comunicavano in latino (le idee si trasmettevano e si scambiavano o verbalmente, abbiamo visto il caso di Erasmo, o tramite corrispondenza) e per seguire uno stile essi cercavano di imitare quello delle lettere ciceroniane. Come si può facilmente rilevare, per i libri come per la corrispondenza, non esistevano condizionamenti e confini derivanti dalla diversità delle lingue, perchè la lingua correntemente parlata tra le persone colte era il latino. Per questo motivo un libro si poteva stampare in un qualsiasi Paese e poteva essere comperato e letto in qualsiasi altro (da un documento dell'epoca risulta un ordine spedito da Norimberga a Milano per copie di libri da mandare alla fiera di Lione, che si sarebbe tenuta tre mesi dopo, e l'ordine era stato eseguito alla perfezione!). Come si vede la cultura in quell'epoca aveva unificato senza troppi problemi gli spiriti e aveva già fatto ciò che dopo quattro secoli l'Europa di oggi sta tentando ancora di fare con l'Unione Europea.

FINE

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