ARIO
Il triangolo Antiochia, Alessandria, Gerusalemme è
stato nell'antichità fulcro e crogiolo d'idee e rielaborazioni
nelle dottrine religiose.
Tra i primi esponenti di queste rielaborazioni, dopo che Costantinopoli
era assurta a capitale dell'impero d'Oriente, troviamo Ario, vescovo
d'Alessandria, il quale riteneva incompatibile con il monoteismo,
l'uguaglianza tra il Padre e il Figlio. Ario negava la natura
divina di Cristo.
L'imperatore Costantino dovette convocare il Concilio di Nicea
(325) per discutere di questa dottrina.
Essa fu condannata, stabilendosi il dogma della <consustanzialità>
del Padre e del Figlio, concetto che in seguito sarà confermato
(e completato) nel secondo Concilio di Costantinopoli (381). Il
Credo della Chiesa cristiana era così confermato.
Alla morte di Costantino le dispute teologiche continuarono. Con
la condanna comminata a Nicea, infatti, l'arianesimo non era stato
eliminato <sic et simpliciter>. Anzi, lo stesso imperatore
aveva riammesso Ario nella comunità della Chiesa, suscitando
la reazione di Atanasio, anch'egli vescovo di Alessandria, che
lotterà per l'ortodossia e contro l'arianesimo fino alla
morte (373).
La questione si riaprì con i figli di Costantino, che avevano
tendenze religiose diverse (v. I mille anni dell'impero bizantino).
Costanzo aveva avuto la metà Orientale dell'impero e si
pronunciò a favore dell'arianesimo. Costante aveva avuto
la metà Occidentale dell'impero (l'altro fratello, Costantino
nel frattempo (340) era morto), e si era dichiarato per le indicazioni
date dal Concilio di Nicea.
Costante aveva una personalità più forte del fratello
e lo indusse a richiamare i vescovi ortodossi che Costanzo aveva
mandato in esilio.
Gli ariani si divisero in due correnti. Una dei <semiariani>
che pur non ammettendo la <consustanzialità>, riconoscevano
un'analogia tra il Padre e il Figlio. L'altra parte, più
radicale, capeggiata da Eunomio, sosteneva la totale differenza
tra le due persone, la divina e l'umana.
Dopo la morte di Costante, Costanzo, recatosi in visita a Roma,
fece togliere dall'aula del Senato l'altare della Vittoria e,
abbattendo l'opposizione ortodossa rappresentata da Atanasio,
nei Sinodi di Sirmio e Rimini, fece proclamare l'arianesimo religione
di Stato.
Tra i <semiariani> si manifestò un'altra scissione.
Una parte più moderata si avvicinò ai niceni, l'altra
con gli eunomiani, con l'appoggio dell'imperatore, divenne la
corrente dominante.
In questo periodo vi furono le conversioni dei Goti, che conobbero
il cristianesimo nella forma ariana. Con la conseguenza che le
popolazioni germaniche, che si convertivano al cristianesimo,
lo abbracciarono sotto la forma ariana, utilizzando la traduzione
scritta della Bibbia che ne aveva fatto Ulfila (343), vescovo
(ariano) di Nicomedia.
NESTORIO
Nel periodo in cui il vescovo Nestorio, proveniente da Antiochia,
fu nominato (428) patriarca di Costantinopoli, già da tempo
(e l'abbiamo visto innanzi) si discuteva sulla duplice natura
divina e umana di Cristo.
Egli, appena consacrato, prese posizione nei confronti di Cirillo,
patriarca di Alessandria, negando la natura divina di Cristo e
affermando che la sua natura umana era solo accidentalmente unita
alla Persona divina. Nestorio negava anche che Dio, il Verbo,
potesse avere una madre, in quanto, così facendo, egli
sosteneva, si cadeva nell'errore dei pagani che attribuivano una
madre ai loro dei.
Si crearono così due correnti: quella di Nestorio e quella
di Cirillo. L'imperatore Teodosio II, per dirimere la controversia,
convocò un Concilio ad Efeso (431), dove tutti parteggiarono
per Maria, madre di Dio, che, si diceva, avesse vissuto gli ultimi
anni della sua vita in quella città. La fredda accoglienza
fatta a Nestorio fece subito capire come il Concilio sarebbe finito:
la sua dottrina condannata e Nestorio, con i suoi seguaci, scomunicati.
Il nestorianesimo continuò però ad affermarsi, radicandosi
in Persia dove i teologi lo insegnavano agli studenti che giungevano
da tutte le regioni, e questi a loro volta lo diffondevano nei
luoghi di provenienza. L'opera di evangelizzazione si diffuse
fino a raggiungere il Turkestan, la Mongolia, il Tibet, la Cina
dove di nestoriani se ne trovano tutt'ora, come anche in Iraq,
Iran, Siria e India.
MONOFISITI
Ad Alessandria, al vescovo Cirillo, che aveva combattuto
Nestorio (anch'egli per poco non era caduto nell'eresia contraria
a quella del suo avversario), era succeduto nella carica patriarcale
il nipote Dioscoro, che seguiva le orme dello zio Cirillo.
In quella città un vecchio e saggio monaco, archimandrita
(superiore) di un monastero di Costantinopoli, Eutiche, insegnava
la dottrina monofisita di Cirillo. Egli affermava che la natura
umana di Cristo era stata assorbita dalla natura divina, sicché
in Cristo ve n'era una sola, quella divina. Con la conseguenza
che il corpo di Cristo, sosteneva Eutiche, era <umbratile>
(che sta nell'ombra!).
Dioscoro appoggiava Eutiche, anche perché intendeva staccarsi
dalla dipendenza dall'imperatore di Costantinopoli.
L'imperatore Marciano, per dirimere quest'altra controversia e
discutere sul monofisitismo, convocò (450/51) un altro
Concilio, a Calcedonia (era il IV). Vi convennero cinquecento
vescovi che discutendo sulla natura della Vergine, confermando
che era Theotokos (Madre di Dio e non Cristotokos, madre di Cristo
come sosteneva Nestorio), condannarono Dioscoro ed Eutiche.
Questa condanna suscitò la ribellione dei monaci della
Siria.
Si era nel frattempo verificato che il papa Leone Magno (papa
dal 440 al 461), aveva riconosciuto che gli stessi diritti <di
onore> del pontefice spettavano anche al patriarca di Costantinopoli.
Con questo riconoscimento, i metropoliti delle altre chiese (proprio
le più antiche che avevano giurisdizione su un territorio
che comprendeva tutta l'Asia minore, pari alla metà dell'impero),
avrebbero dovuto ricevere l'ordinazione dal patriarca di Costantinopoli.
Non occorreva altro per trasformare una controversia religiosa,
in opposizione nazionalistica, che portava all'aspirazione all'indipendenza
dal giogo imperiale.
La dottrina monofisita si divise in due correnti. Quella, piuttosto
stravagante (del Cristo umbratile), predicata da Eutiche, accolta
dalla Chiesa siro-orientale. L'altra, predicata da Giacomo Baradai
(<straccione>, per il suo modo di vestire con stracci, per
non essere arrestato dalla polizia imperiale), accolta dalla Chiesa
siro-occidentale, detta anche giacobita.
Tutti coloro che non avevano aderito alla proliferazione delle
dottrine, staccatesi dalla principale cristiano-bizantina, e si
trovavano sparsi nei territori di Gerusalemme, Alessandria e Antiochia,
dagli altri chiamati <melchiti> (imperiali), si strinsero
maggiormente a Costantinopoli.
LA CHIESA SLAVA
Dopo lo scisma tra Costantinopoli e Roma (v. Schede: La
Chiesa Ortodossa, e Schegge: Libri carolini, iconoclastia e culto
delle immagini), i missionari bizantini, primi fra tutti i <melchiti>,
dipendenti dai patriarcati di Costantinopoli, Antiochia, Alessandria
e Gerusalemme, si diffusero per la penisola balcanica e per la
Russia.
Il principe Rostislav (863), che agiva come capo di tutti gli
Slavi, si era rivolto all'imperatore Michele III chiedendogli
di mandargli <un uomo in grado di insegnare tutta la verità
al suo popolo>. L'imperatore convocò il filosofo Costantino
detto Cirillo, invitandolo ad andare presso gli Slavi, prendendo
con sé anche il fratello, l'abate Metodio, <visto>,
disse l'imperatore, <che voi siete di Tessalonica e come tutti
i tessalonicesi siete bilingui e conoscete lo slavo>.
I due fratelli non solo conoscevano lo slavo, ma avevano già
tradotto in questa lingua la Bibbia e i testi liturgici. A seguito
dell'invito dell'imperatore, si misero in viaggio e si diressero
in Moravia.
Gli slavi erano sprovvisti di libri propri e non avevano una scrittura,
perc i due fratelli monaci ne inventarono una con trentotto lettere,
derivandola in parte dal greco. Fu chiamata <cirillico>
dal nome di Cirillo.
L'opera dei due fratelli ottenne successo, ma essi furono osteggiati
dal clero franco e germanico, che li accusò di usare una
lingua - lo slavo - non consentita dalla Chiesa romana.
Cirillo e Metodio furono chiamati dal papa a Roma, dove Cirillo
morì (869). Metodio, essendo stato riconosciuto che la
sua opera era in linea con la Chiesa, fu nominato arcivescovo
di Sirinio e successivamente arcivescovo di Moravia.
Metodio, con i suoi discepoli, su invito dell'imperatore (Basilio
I), aveva atteso anche all'evangelizzazione della Bulgaria (1).
Ben accolto e incoraggiato dallo zar Boris, fu costituita la Chiesa
bulgara. Questa aveva abbracciato il rito greco per un errore
del papa, il quale si era rifiutato di nominare arcivescovo di
Bulgaria il vescovo di Porto, Formoso. La nomina dell'arcivescovo
fu fatta dalla Chiesa di Costantinopoli con l'affermazione del
rito greco e la divisione in sette diocesi.
Quando la Bulgaria si unificò con la Romania, i rumeni,
che seguivano il cristianesimo latino (XI sec.) adottarono come
lingua liturgica lo slavo.
Anche i Serbi accolsero il cristianesimo ortodosso. Nel 1220 come
vescovo della Chiesa serba di Nicea, fu consacrato san Sava, che
aveva salvato l'unità del suo popolo. Egli sarà
in seguito riconosciuto eroe nazionale.
I Georgiani, sparsi sulle montagne del Caucaso, furono evangelizzzati
da santa Nino, prigioniera di guerra (IV sec.), che convertì
il re Miriam, il quale, una volta convertito, richiese a Costantino
missionari ortodossi. Sotto l'égida del patriarcato d'Antiochia,
fu organizzata la Chiesa georgiana.
Successivamente alla conversione degli slavi, i missionari bizantini
passarono in Russia, senza ottenere grandi risultati.
A Kiev le conversioni iniziarono con la principessa Olga (957).
Successivamente, ebbe luogo
la conversione del granduca Vladimiro (989).
Il granduca, prima di convertirsi, aveva voluto esser reso edotto
delle differenze tra musulmani, ebrei e latini. Gli era stato
sbrigativamente risposto che l'Islàm proibiva l'uso del
vino; l'ebraismo era una religione senza patria, il cristianesimo
latino non ammetteva il matrimonio dei preti.
Vladimiro decise quindi, di mandare ambasciatori a Costantinopoli.
Costoro, dopo aver assistito ad una funzione religiosa nella Chiesa
di santa Sofia, al ritorno raccontarono al granduca che, assistendo
alla funzione, non sapevano più se erano stati in cielo
o in terra, perché non si erano mai trovati di fronte a
tanta bellezza. Fu così che convertitosi il granduca Vladimiro,
il cristianesimo ortodosso fu accolto dalla nobiltà e dal
clero (latino) e la popolazione fu battezzata in massa sul Dniepr.
Quest'avvenimento ebbe come conseguenze politiche l'unificazione
dei territori russi, dal Mar Nero al Baltico.
Nel 1037, il figlio di Vladimiro, Yaroslav il Saggio, fece costruire
a Kiev, considerata <madre delle città Russe> una
chiesa dedicata a santa Sofia. Dopo due secoli (1237) la chiesa
e la città furono distrutte dai Mongoli di Gengis Kan.
Dalla distruzione riuscirono a salvarsi solo le città di
Novgorod e di Pskov, essendo circondate da terreni paludosi.
Le incursioni di Gengis Kan invogliarono Svedesi e Cavalieri Teutonici
ad invadere quelle terre e a prendere d'assalto le città
che non erano state distrutte dai Mongoli.
A Novgorod vi era il principe Alexandr, uomo umile e mite, che
in quell'occasione rivelò tutta la sua forza. Egli, infatti,
alla testa di pochi uomini riuscì a sconfiggere sulla Neva,
Cavalieri teutonici e Svedesi. Costoro si diressero verso Pskov
che distrussero. Sopraggiunto il principe Alexandr, riuscì
a spingerli sul lago non sufficientemente ghiacciato di Pskov,
dove tutti annegarono. Fu considerata la <vittoria del ghiaccio>
e il principe Alexandr, fu chiamato Nevskj.
I DIVERSI RITI
Una volta formate le varie chiese (erano tutte acefale e
autonome non dipendendo da nessun'altra né da Costantinopoli),
si suddivisero sulla base dei rispettivi riti. Nessuna aveva adottato
il rito latino (1), ma tutte avevano seguito il rito orientale,
Tali riti erano:
IL RITO BIZANTINO. Questo rito si celebra in cinque lingue: il
greco nella Chiesa greca; lo slavo antico nella Chiesa russa;
il rumeno nella Chiesa rumena; il georgiano nella Chiesa georgiana
e l'arabo nelle Chiese melchite di Siria ed Egitto.
IL RITO SIRIACO OCCIDENTALE o GIACOBITA.
IL RITO SIRIACO ORIENTALE o CALDEO.
Questi due riti, giacobita e caldeo, anch'essi antichissimi, come
abbiamo visto originari della Siria, facevano capo alle città
di Antiochia e Gerusalemme.
Il rito siriaco subì le influenze scismatiche monofisite
e nestoriane e la lingua greca, per motivi nazionalistici nei
confronti dell'impero bizantino, fu sostituita dalla lingua siriaca.
IL RITO COPTO o ETIOPICO. Ad Alessandria d'Egitto ebbe origine
la liturgia copta sulla quale influì fortemente la spiritualità
dei monaci egiziani, affermandosi in Etiopia da dove si divulgò
in Africa.
Anche le chiese della Mesopotamia e della Persia trasformarono
il loro rito in caldeo o siriaco orientale.
La messa non è unica nei cinque riti, ma si diversifica
in un centinaio di versioni.
Il RITO ARMENO inizialmente si rifaceva alle antiche liturgie
greche e sirie. Nel V sec., con l'acquisizione di una propria
liturgia si giunse ad un rito tutto proprio, che si perfezionò
a tal punto, particolarmente nel canto liturgico, che questo,
accompagnato dalla melodia di cembali e gong, si può considerare
uno dei più belli di tutte le Chiese orientali.
La messa nel rito armeno è unica, chiamata, con titolo
lungo ed enfatico: <Liturgia del nostro amatissimo padre san
Gregorio l'Illuminatore, riveduta e aumentata dai santi patriarchi
e dottori Sahag, Mestrope, Kud e Giovanni Montagouni>.