SCISMI IN ORIENTE:
LE CHIESE SLAVE
I RITI ORIENTALI

Michele Ducas-Puglia

ARIO

Il triangolo Antiochia, Alessandria, Gerusalemme è stato nell'antichità fulcro e crogiolo d'idee e rielaborazioni nelle dottrine religiose.
Tra i primi esponenti di queste rielaborazioni, dopo che Costantinopoli era assurta a capitale dell'impero d'Oriente, troviamo Ario, vescovo d'Alessandria, il quale riteneva incompatibile con il monoteismo, l'uguaglianza tra il Padre e il Figlio. Ario negava la natura divina di Cristo.
L'imperatore Costantino dovette convocare il Concilio di Nicea (325) per discutere di questa dottrina.
Essa fu condannata, stabilendosi il dogma della <consustanzialità> del Padre e del Figlio, concetto che in seguito sarà confermato (e completato) nel secondo Concilio di Costantinopoli (381). Il Credo della Chiesa cristiana era così confermato.
Alla morte di Costantino le dispute teologiche continuarono. Con la condanna comminata a Nicea, infatti, l'arianesimo non era stato eliminato <sic et simpliciter>. Anzi, lo stesso imperatore aveva riammesso Ario nella comunità della Chiesa, suscitando la reazione di Atanasio, anch'egli vescovo di Alessandria, che lotterà per l'ortodossia e contro l'arianesimo fino alla morte (373).
La questione si riaprì con i figli di Costantino, che avevano tendenze religiose diverse (v. I mille anni dell'impero bizantino). Costanzo aveva avuto la metà Orientale dell'impero e si pronunciò a favore dell'arianesimo. Costante aveva avuto la metà Occidentale dell'impero (l'altro fratello, Costantino nel frattempo (340) era morto), e si era dichiarato per le indicazioni date dal Concilio di Nicea.
Costante aveva una personalità più forte del fratello e lo indusse a richiamare i vescovi ortodossi che Costanzo aveva mandato in esilio.
Gli ariani si divisero in due correnti. Una dei <semiariani> che pur non ammettendo la <consustanzialità>, riconoscevano un'analogia tra il Padre e il Figlio. L'altra parte, più radicale, capeggiata da Eunomio, sosteneva la totale differenza tra le due persone, la divina e l'umana.
Dopo la morte di Costante, Costanzo, recatosi in visita a Roma, fece togliere dall'aula del Senato l'altare della Vittoria e, abbattendo l'opposizione ortodossa rappresentata da Atanasio, nei Sinodi di Sirmio e Rimini, fece proclamare l'arianesimo religione di Stato.
Tra i <semiariani> si manifestò un'altra scissione. Una parte più moderata si avvicinò ai niceni, l'altra con gli eunomiani, con l'appoggio dell'imperatore, divenne la corrente dominante.
In questo periodo vi furono le conversioni dei Goti, che conobbero il cristianesimo nella forma ariana. Con la conseguenza che le popolazioni germaniche, che si convertivano al cristianesimo, lo abbracciarono sotto la forma ariana, utilizzando la traduzione scritta della Bibbia che ne aveva fatto Ulfila (343), vescovo (ariano) di Nicomedia.

NESTORIO

Nel periodo in cui il vescovo Nestorio, proveniente da Antiochia, fu nominato (428) patriarca di Costantinopoli, già da tempo (e l'abbiamo visto innanzi) si discuteva sulla duplice natura divina e umana di Cristo.
Egli, appena consacrato, prese posizione nei confronti di Cirillo, patriarca di Alessandria, negando la natura divina di Cristo e affermando che la sua natura umana era solo accidentalmente unita alla Persona divina. Nestorio negava anche che Dio, il Verbo, potesse avere una madre, in quanto, così facendo, egli sosteneva, si cadeva nell'errore dei pagani che attribuivano una madre ai loro dei.
Si crearono così due correnti: quella di Nestorio e quella di Cirillo. L'imperatore Teodosio II, per dirimere la controversia, convocò un Concilio ad Efeso (431), dove tutti parteggiarono per Maria, madre di Dio, che, si diceva, avesse vissuto gli ultimi anni della sua vita in quella città. La fredda accoglienza fatta a Nestorio fece subito capire come il Concilio sarebbe finito: la sua dottrina condannata e Nestorio, con i suoi seguaci, scomunicati.
Il nestorianesimo continuò però ad affermarsi, radicandosi in Persia dove i teologi lo insegnavano agli studenti che giungevano da tutte le regioni, e questi a loro volta lo diffondevano nei luoghi di provenienza. L'opera di evangelizzazione si diffuse fino a raggiungere il Turkestan, la Mongolia, il Tibet, la Cina dove di nestoriani se ne trovano tutt'ora, come anche in Iraq, Iran, Siria e India.

MONOFISITI

Ad Alessandria, al vescovo Cirillo, che aveva combattuto Nestorio (anch'egli per poco non era caduto nell'eresia contraria a quella del suo avversario), era succeduto nella carica patriarcale il nipote Dioscoro, che seguiva le orme dello zio Cirillo.
In quella città un vecchio e saggio monaco, archimandrita (superiore) di un monastero di Costantinopoli, Eutiche, insegnava la dottrina monofisita di Cirillo. Egli affermava che la natura umana di Cristo era stata assorbita dalla natura divina, sicché in Cristo ve n'era una sola, quella divina. Con la conseguenza che il corpo di Cristo, sosteneva Eutiche, era <umbratile> (che sta nell'ombra!).
Dioscoro appoggiava Eutiche, anche perché intendeva staccarsi dalla dipendenza dall'imperatore di Costantinopoli.
L'imperatore Marciano, per dirimere quest'altra controversia e discutere sul monofisitismo, convocò (450/51) un altro Concilio, a Calcedonia (era il IV). Vi convennero cinquecento vescovi che discutendo sulla natura della Vergine, confermando che era Theotokos (Madre di Dio e non Cristotokos, madre di Cristo come sosteneva Nestorio), condannarono Dioscoro ed Eutiche.
Questa condanna suscitò la ribellione dei monaci della Siria.
Si era nel frattempo verificato che il papa Leone Magno (papa dal 440 al 461), aveva riconosciuto che gli stessi diritti <di onore> del pontefice spettavano anche al patriarca di Costantinopoli. Con questo riconoscimento, i metropoliti delle altre chiese (proprio le più antiche che avevano giurisdizione su un territorio che comprendeva tutta l'Asia minore, pari alla metà dell'impero), avrebbero dovuto ricevere l'ordinazione dal patriarca di Costantinopoli.
Non occorreva altro per trasformare una controversia religiosa, in opposizione nazionalistica, che portava all'aspirazione all'indipendenza dal giogo imperiale.
La dottrina monofisita si divise in due correnti. Quella, piuttosto stravagante (del Cristo umbratile), predicata da Eutiche, accolta dalla Chiesa siro-orientale. L'altra, predicata da Giacomo Baradai (<straccione>, per il suo modo di vestire con stracci, per non essere arrestato dalla polizia imperiale), accolta dalla Chiesa siro-occidentale, detta anche giacobita.
Tutti coloro che non avevano aderito alla proliferazione delle dottrine, staccatesi dalla principale cristiano-bizantina, e si trovavano sparsi nei territori di Gerusalemme, Alessandria e Antiochia, dagli altri chiamati <melchiti> (imperiali), si strinsero maggiormente a Costantinopoli.

LA CHIESA SLAVA

Dopo lo scisma tra Costantinopoli e Roma (v. Schede: La Chiesa Ortodossa, e Schegge: Libri carolini, iconoclastia e culto delle immagini), i missionari bizantini, primi fra tutti i <melchiti>, dipendenti dai patriarcati di Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme, si diffusero per la penisola balcanica e per la Russia.
Il principe Rostislav (863), che agiva come capo di tutti gli Slavi, si era rivolto all'imperatore Michele III chiedendogli di mandargli <un uomo in grado di insegnare tutta la verità al suo popolo>. L'imperatore convocò il filosofo Costantino detto Cirillo, invitandolo ad andare presso gli Slavi, prendendo con sé anche il fratello, l'abate Metodio, <visto>, disse l'imperatore, <che voi siete di Tessalonica e come tutti i tessalonicesi siete bilingui e conoscete lo slavo>.
I due fratelli non solo conoscevano lo slavo, ma avevano già tradotto in questa lingua la Bibbia e i testi liturgici. A seguito dell'invito dell'imperatore, si misero in viaggio e si diressero in Moravia.
Gli slavi erano sprovvisti di libri propri e non avevano una scrittura, perc i due fratelli monaci ne inventarono una con trentotto lettere, derivandola in parte dal greco. Fu chiamata <cirillico> dal nome di Cirillo.
L'opera dei due fratelli ottenne successo, ma essi furono osteggiati dal clero franco e germanico, che li accusò di usare una lingua - lo slavo - non consentita dalla Chiesa romana.
Cirillo e Metodio furono chiamati dal papa a Roma, dove Cirillo morì (869). Metodio, essendo stato riconosciuto che la sua opera era in linea con la Chiesa, fu nominato arcivescovo di Sirinio e successivamente arcivescovo di Moravia.
Metodio, con i suoi discepoli, su invito dell'imperatore (Basilio I), aveva atteso anche all'evangelizzazione della Bulgaria (1). Ben accolto e incoraggiato dallo zar Boris, fu costituita la Chiesa bulgara. Questa aveva abbracciato il rito greco per un errore del papa, il quale si era rifiutato di nominare arcivescovo di Bulgaria il vescovo di Porto, Formoso. La nomina dell'arcivescovo fu fatta dalla Chiesa di Costantinopoli con l'affermazione del rito greco e la divisione in sette diocesi.
Quando la Bulgaria si unificò con la Romania, i rumeni, che seguivano il cristianesimo latino (XI sec.) adottarono come lingua liturgica lo slavo.
Anche i Serbi accolsero il cristianesimo ortodosso. Nel 1220 come vescovo della Chiesa serba di Nicea, fu consacrato san Sava, che aveva salvato l'unità del suo popolo. Egli sarà in seguito riconosciuto eroe nazionale.
I Georgiani, sparsi sulle montagne del Caucaso, furono evangelizzzati da santa Nino, prigioniera di guerra (IV sec.), che convertì il re Miriam, il quale, una volta convertito, richiese a Costantino missionari ortodossi. Sotto l'égida del patriarcato d'Antiochia, fu organizzata la Chiesa georgiana.
Successivamente alla conversione degli slavi, i missionari bizantini passarono in Russia, senza ottenere grandi risultati.
A Kiev le conversioni iniziarono con la principessa Olga (957). Successivamente, ebbe luogo
la conversione del granduca Vladimiro (989).
Il granduca, prima di convertirsi, aveva voluto esser reso edotto delle differenze tra musulmani, ebrei e latini. Gli era stato sbrigativamente risposto che l'Islàm proibiva l'uso del vino; l'ebraismo era una religione senza patria, il cristianesimo latino non ammetteva il matrimonio dei preti.
Vladimiro decise quindi, di mandare ambasciatori a Costantinopoli. Costoro, dopo aver assistito ad una funzione religiosa nella Chiesa di santa Sofia, al ritorno raccontarono al granduca che, assistendo alla funzione, non sapevano più se erano stati in cielo o in terra, perché non si erano mai trovati di fronte a tanta bellezza. Fu così che convertitosi il granduca Vladimiro, il cristianesimo ortodosso fu accolto dalla nobiltà e dal clero (latino) e la popolazione fu battezzata in massa sul Dniepr.
Quest'avvenimento ebbe come conseguenze politiche l'unificazione dei territori russi, dal Mar Nero al Baltico.
Nel 1037, il figlio di Vladimiro, Yaroslav il Saggio, fece costruire a Kiev, considerata <madre delle città Russe> una chiesa dedicata a santa Sofia. Dopo due secoli (1237) la chiesa e la città furono distrutte dai Mongoli di Gengis Kan. Dalla distruzione riuscirono a salvarsi solo le città di Novgorod e di Pskov, essendo circondate da terreni paludosi.
Le incursioni di Gengis Kan invogliarono Svedesi e Cavalieri Teutonici ad invadere quelle terre e a prendere d'assalto le città che non erano state distrutte dai Mongoli.
A Novgorod vi era il principe Alexandr, uomo umile e mite, che in quell'occasione rivelò tutta la sua forza. Egli, infatti, alla testa di pochi uomini riuscì a sconfiggere sulla Neva, Cavalieri teutonici e Svedesi. Costoro si diressero verso Pskov che distrussero. Sopraggiunto il principe Alexandr, riuscì a spingerli sul lago non sufficientemente ghiacciato di Pskov, dove tutti annegarono. Fu considerata la <vittoria del ghiaccio> e il principe Alexandr, fu chiamato Nevskj.

1) Si tenga comunque presente che l'introduzione del cristianesimo nei vari territori dell'Est non avvenne <sic et simpliciter>, immediatamente, ma per gradi, partendo prima dalle città e poi diffondendolo nelle campagne, dove da secoli erano ben sedimentati i riti pagani, che furono sostituiti dai riti della nuova religione. Questa sostituzione avvenne spesso in maniera cruenta, poiché i contadini non accettavano di buon grado la nuova religione e reagivano con rivolte domate nel sangue.

 

I DIVERSI RITI

Una volta formate le varie chiese (erano tutte acefale e autonome non dipendendo da nessun'altra né da Costantinopoli), si suddivisero sulla base dei rispettivi riti. Nessuna aveva adottato il rito latino (1), ma tutte avevano seguito il rito orientale, Tali riti erano:
IL RITO BIZANTINO. Questo rito si celebra in cinque lingue: il greco nella Chiesa greca; lo slavo antico nella Chiesa russa; il rumeno nella Chiesa rumena; il georgiano nella Chiesa georgiana e l'arabo nelle Chiese melchite di Siria ed Egitto.
IL RITO SIRIACO OCCIDENTALE o GIACOBITA.
IL RITO SIRIACO ORIENTALE o CALDEO.
Questi due riti, giacobita e caldeo, anch'essi antichissimi, come abbiamo visto originari della Siria, facevano capo alle città di Antiochia e Gerusalemme.
Il rito siriaco subì le influenze scismatiche monofisite e nestoriane e la lingua greca, per motivi nazionalistici nei confronti dell'impero bizantino, fu sostituita dalla lingua siriaca.
IL RITO COPTO o ETIOPICO. Ad Alessandria d'Egitto ebbe origine la liturgia copta sulla quale influì fortemente la spiritualità dei monaci egiziani, affermandosi in Etiopia da dove si divulgò in Africa.
Anche le chiese della Mesopotamia e della Persia trasformarono il loro rito in caldeo o siriaco orientale.
La messa non è unica nei cinque riti, ma si diversifica in un centinaio di versioni.
Il RITO ARMENO inizialmente si rifaceva alle antiche liturgie greche e sirie. Nel V sec., con l'acquisizione di una propria liturgia si giunse ad un rito tutto proprio, che si perfezionò a tal punto, particolarmente nel canto liturgico, che questo, accompagnato dalla melodia di cembali e gong, si può considerare uno dei più belli di tutte le Chiese orientali.
La messa nel rito armeno è unica, chiamata, con titolo lungo ed enfatico: <Liturgia del nostro amatissimo padre san Gregorio l'Illuminatore, riveduta e aumentata dai santi patriarchi e dottori Sahag, Mestrope, Kud e Giovanni Montagouni>.

1) La chiesa latino-cattolica ha nel suo seno una differenza di riti: a Milano, col rito ambrosiano, a Toledo con la liturgia mozarabica, a Lione col rito lionese.

FINE

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