La presa di Costantinopoli - Miniatura del Codice di Filippo il Buono - Arsenal -Paris

 

    I MILLE ANNI

 DELL’IMPERO BIZANTINO

TRA INTRIGHI

 COMPLOTTI E COLPI DI STATO

 

MICHELE E. PUGLIA

 

                   

 CAP.  XI 

 

LA PRESA DI

COSTANTINOPOLI

E LA CONQUISTA DELL’IMPERO

DA PARTE DEI TURCHI

 

 

 

SOMMARIO: IL NUOVO SULTANO MAOMETTO II PIANIFICA LE CONQUISTE E PREPARA L’ASSEDIO DI COSTANTINOPOLI; LE MIRE DI MAOMETTO SULLA CATENA CHE CHIUDEVA IL PORTO; L’IDEA DI MAOMETTO DELLA GRANDE BOMBARDA NELLA DESCRIZIONE DI DUCAS; L’ARALDO ANNUNCIA LE RICHIESTE DI MAOMETTO E IL DISCORSO DI COSTANTINO IL GIORNO PRECEDENTE ALL’ASSALTO; LA CITTA’ DOPO LA PRESA E LA VISITA DI MAOMETTO ALLA GRANDE CHIESA VIZIOSE RICHIESTE DI MAOMETTO AL MEGADUCA;  IL BOTTINO  LA SORTE DEGLI ALTRI PERSONAGGI LA TESI DI CANTEMIRO SULLA PRESA DELLA CITTA’; LE INIZIATIVE DI MAOMETTO PER RIPOPOLARE LA CITTA’ UN RACCONTO SULLA SUA CRUDELTA’;CON IL MATRIMONIO TRA SOFIA E IVAN III LO SPIRITO GRECO SI TRASFERISCE A MOSCA CHE DIVIENE LA TERZA ROMA; (In Nota IL BOMBARDAMENTO DELL’UCRAINA DA PARTE DI PUTIN);  CONCLUSIONI: IL PESSIMISMO DI GIBBON E L’EREDITA’ DELL’ELLENISMO DI DIEHL: BISANZIO E I TURCHI; BISANZIO E L’ELLENISMO; BISANZIO E LA RUSSIA (In Nota: Il Domostroi); BISANZIO E LE AMBIZIONI BALCANICHE.

 

 

 

IL NUOVO SULTANO

 MAOMETTO II

PIANIFICA LE CONQUISTE

E PREPARA

L’ASSEDIO DI COSTANTINOPOLI

 

 

 

D

i acuto ingegno, instancabile alle fatiche, qualche volta clemente in politica, ma abitualmente feroce, Maometto II da giovane si era dato agli studi e, con uguale facilità, parlava l’arabo, il greco, il latino, l’ebraico e il persiano; Alessandro, Augusto, Traiano, Costantino e Teodosio erano gli eroi presi per modello, sforzandosi più di prenderli per modelli che imitarne le gesta e le virtù.

Indifferente a ogni credenza religiosa, in pubblico si mostrava musulmano; in privato sprezzava i dogmi del cristianesimo e i sogni del suo profeta. Favorito dalla sorte, conquistava due imperi, dodici regni, duecento città, i cui limiti andavano dall’Eufrate al Mare Adriatico; più soldato che generale, dovette  la fama di capitano ai capricci della fortuna, più che alla debolezza degli avversari. 

La morte di Murad (1449) era stata tenuta segreta per quaranta giorni per evitare sovvertimenti, poi  Maometto si era recato ad Adrianopoli a celebrare il suo funerale, inviando le spoglie a Prusa, dove riposavano i principi musulmani.

Il suo avvenimento al trono lo inaugurava con un atto di crudeltà, che sarebbe stato preso come necessario, da parte dei primogeniti, suoi successori, e svelava anche il suo carattere; faceva soffocare suo fratello, appena uscito dalla culla.

Dal nuovo padrone dell’Oriente, si erano recati tremanti, gli ambasciatori di Costantinopoli, di Trebisonda, e gli inviati dei despoti Tommaso e Demetrio, fratelli di Costantino Paleologo; Maometto, celando il suo pensiero, si limitava a promettere la sua protezione; poi si recava in Caramania, costringendo quel principe a rinunziare all’alleanza con i cristiani.

Il padre Murad, aveva esiliato a Costantinopoli il principe Orchan Celeby, figlio di Osman (non vi era ancora l’abitudine a eliminare i possibili successori), della casa ottomana, che corrispondeva a Costantino una pensione, non versata con puntualità; l’ambasciatore di Costantino se n’era lamentato col sultano, prospettandogli la possibilità di concedergli la libertà. Era bastato per provocare Maometto che gli aveva risposto:- “Imbecilli romani; noi penetriamo tutti i vostri disegni, ma voi avete gli occhi chiusi sui vostri pericoli; il pacifico Murad non vive più; gli è succeduto un principe giovane e bellicoso; ringraziate Iddio che mi ispirano ancora per voi sentimenti di pietà, che mi inducono a procrastinare la vostra punizione. Non curo le vostre lagnanze, rido delle vostre minacce. Potete a vostro grado liberare Orchan; proclamarlo sultano di Romania; chiamare in vostro soccorso gli Ungheresi; armare finalmente l’Occidente contro di noi. Non farete che rendere più sollecita e inevitabile la vostra rovina”.

Costantino non potette che trangugiare le minacciose parole del nuovo sultano, che gli preannunciavano una tempestosa calamità; senza forze, con un popolo più costernato che incollerito, l’imperatore, non potette fare altro che rivolgersi al papa!

In quell’anno (1549) a Paolo III Farnese era succeduto Giulio III (1550-1555) che aveva mandato come legato Isidoro di Kiev, oriundo greco, il quale invece di spegnerlo, accresceva il fuoco della discordia.

Aveva infatti, iniziato con l’officiare la sua prima messa in latino; una folla di uomini e donne si spargeva nelle vie, sulle piazze e nelle taverne della città; ebbri di collera, di fanatismo e di vino, alcuni avevano preso le armi, altri, pietre e bastoni, facendo echeggiare le preghiere alla Vergine, miste a imprecazioni contro Maometto e il papa. In quel delirio, sono minacciati,  insultati e offesi gli stessi preti ortodossi e le autorità: le guardie dell’imperatore intervengono in ritardo per dissipare gli assembramenti; Demetrio fomentava i malcontenti.

Nonostante questo precipitare di avvenimenti, la Corte suggeriva a Costantino di dare un erede all’impero! Gli era stato prospettato il matrimonio con la figlia del doge di Venezia, ritenuto da questa parte un pessimo parentado ed era stato rifiutato; la scelta era caduta su una principessa della Georgia; era stato mandato il protovestiario Frantze, mandato con un gran corteo di nobili, di guardie e di monaci, mantenendo uno sfarzo che emergeva dalla pubblica miseria; ma prima della partenza della principessa si era verificata la sciagura degli avvenimenti, che non solo gli impediranno il matrimonio, ma anche l’incoronazione.

 Al primo apparire della primavera (1453), Maometto aveva mandato cinquemila operai, protetti dall’esercito, sulla riva del Bosforo nella parte dell’Europa, a due leghe da Costantinopoli, per la costruzione di una fortezza che avrebbe chiuso il canale (l’Asia era sull’altra riva), che sfociava nel Mar Nero; erano chiari i funesti disegni del sultano.    

Inutile era stato l’intervento di Costantino, che aveva mandato i suoi ambasciatori, trattati con vituperio da Maometto, che aveva detto: “Oggi i limiti dell’impero sono le vostre mura:  conosco la vostra debolezza e la vostra malevolenza; vi ho visti altre volte dopo la battaglia di Sofia, insultare i nostri mali; il vostro odio volle chiudere a mio padre il Bosforo, ma la vostra viltà ne aprì il  passaggio. Murad, dopo aver vinto gli Ungheresi a Varna, per deludere i vostri disegni, aveva fatto voto di innalzare un forte sulle rive del distretto, al fine di assicurare le  comunicazioni fra i nostri Stati d’Europa e d’Asia, e il voto è ora adempiuto. Con quale diritto volete impedirmi di fortificare il mio territorio? Dite al vostro principe che le mie mire sono più grandi, le mie forze più formidabili di quelle dei miei predecessori, che si sono lasciati disarmare dalle vostre viltà o ingannare dalla vostra perfidia. Per ora voglio lasciarvi la vita, ma se oserete inviarmi ancora simili messaggi, quelli che li porteranno, saranno trucidati affinché il loro castigo reprima la vostra insolenza”.

L’imperatore, ascoltando la disperazione e non consultando il coraggio, volle fare una sortita con la sua guardia e investire gli operai per interrompere i lavori; ma, mentre la città, quando era stata assediata da Murad, aveva visto uomini, donne, vecchi e giovani, armarsi e fare a gara per difendere la patria e respingere i musulmani, ora un vile terrore soffocava ogni sentimento.

Non potendo combattere, l’imperatore aveva chiesto al sultano la salvaguardia dei mietitori greci, per preservarli dal saccheggio; mentre il sultano pur avendo  promesso che si sarebbe astenuto, aveva poi dato ordine di predare le messi e trucidare i contadini.

Da un censimento fatto da Costantino risultava che la popolazione di Costantinopoli era di duecentomila abitanti; ma gli uomini presentatisi per difenderla non raggiungeva il numero di  cinquemila romani e duemila stranieri.

In tre mesi i lavori della fortezza di Maometto, erano terminati e la costruzione dalla forma triangolare, delimitata da tre torri, era massiccia;  la grossezza del muro era di trentadue piedi, con i cannoni che ne circondavano i baluardi; denominata Bas-kesen, (tagliatore di teste, secondo Ducas, ma altri autori davano altri nomi); dominava Costantinopoli e il Bosforo   con quattrocento uomini che la difendevano.

Nel canale era entrato un bastimento veneziano al quale era stato chiesto il dazio, ma il pagamento era stato rifiutato; il capitano era stato impalato, il bastimento calato a picco dalle batterie del forte e tutta la ciurma uccisa.

Costantino era dedito notte e giorno, alle cure della difesa; aveva fatto restaurare le mura della duplice cinta nei punti in cui era necessario; con i baluardi muniti di cannoni, di fuoco greco e catapulte; i  generali che lo assistevano, erano il gran duca  Luca Notara, che comandava la marina, Demetrio Cantacuzeno, Niceforo e Teofilo Paleologo e Teodoro Caristinio, vecchio dotato di gran coraggio e forza singolare. Fra gli stranieri vi erano i veneziani Contarini, Loredan, Gabrieli, Trevisan, Battista Gatti, il bailo Girolamo Minotto, il console del Catalani, Pietro Giuliano e il principe musulmano, Orchan Celeby. Giorgio Doria era agli ordini del gran duca e il Genovese Giovanni Giustiniani, era stato nominato capo di tutte le milizie; ma un gran numero di ricchi, facendosi scudo della religione, avevano portato via le loro ricchezze, che avrebbero potuto salvare la patria.

Maometto aveva lanciato un proclama in tutto l’impero, promettendo il saccheggio; si era presentato un numero impressionante di uomini, anche dai territori cristiani del sultano,  era stato indicato il numero di trecentomila;  anche  riducendo la cifra alla metà, era ugualmente una massa enorme.

Maometto, circondato dai suoi giannizzeri, si era fatto costruire una tenda, di fronte alla Porta San Romano, e l’accampamento si estendeva fino alla Porta Dorata; Zagan, parente del sultano, con un’altra squadra era andato ad accamparsi dall’altra parte della città, per tenere a bada i Genovesi che avevano promesso di rimanere neutrali.

 

 

 

LE MIRE DI MAOMETTO

SULLA CATENA CHE

CHIUDEVA IL PORTO

 

 

 

S

ettemila guerrieri difendevano la città di cinque leghe di  circonferenza, contro centocinquantamila musulmani; i primi giorni uscivano dalle mura portando scompiglio e spavento negli assedianti; ma Costantino si accorse che simili azioni non allontanavano il pericolo e che la morte di venti musulmani non poteva compensare la perdita di un prode della guarnigione.

I musulmani fortificavano le loro linee, abbatterono molte torri e scorsero le mura del primo recinto, tentando di abbatterlo mentre i minatori scavavano gallerie sotto terra per aprire un passaggio segreto; nello stesso tempo in mare, si radunavano duecento bastimenti per rompere le catene e forzare l’entrata del porto.

Gli assediati facevano piovere sugli assalitori, una pioggia di dardi e di palle; mentre il fuoco greco incendiava le torri che Maometto faceva avvicinare ai baluardi e le picche e le lance, rovesciavano a centinaia nei fossati. i musulmani che si arrampicavano fino ai merli.  Un ingegnere di nome Legrand si accorgeva che sotto terra era stata scavata una galleria, attraverso la quale i musulmani stavano penetrando in città; scavando, li sorprendeva e con il fuoco e il fumo li costringeva a fuggire.

Le navi musulmane per entrare nel porto avevano come ostacolo una catena insormontabile, e le navi greche le fulminavano con il fuoco greco e le disperdevano; una luminosa meteora era apparsa nell’aria, e mentre i musulmani, costernati la reputavano un sinistro segnale, per i cristiani Greci era una fortuna.

Una circostanza era parsa favorevole, l’arrivo di cinque vascelli mercantili d’alto bordo che giungevano dall’Arcipelago per difendere Costantinopoli, negoziati dall’imperatore fin dalla primavera; quattro di questi vascelli erano montati da Genovesi, il quinto dai Greci; carichi di soldati, frumento e munizioni.

La flotta del sultano era composta da duecento bastimenti di varia grandezza che si era disposta a semicircolo da una riva all’altra davanti al porto, in attesa dell’abbassamento della catena, che avrebbe consentito l’entrata dei cinque vascelli; Maometto sulla spiaggia montava un focoso destriero e con la sua presenza animava i suoi come un’armata.

A quell’epoca i vascelli genovesi erano più grandi e meglio costruiti di tutti quelli delle altre nazioni; quelli Turchi (musulmani)  non avevano, propriamente parlando alcuna marineria, erano i più piccoli e i meno adatti alla vela; differivano anche nelle forme e dimensioni. I cinque vascelli, ben armati, ben equipaggiati, pronti al combattimento giungevano in quella moltitudine di navigli e barche; le rive dell’Europa e dell’Asia erano inondate di spettatori; l’assedio era sospeso; il cannone taceva; i Greci sui bastioni, erano divisi tra la speranza e il timore.

Appena apparsi i vascelli, la flotta del sultano cessava di essere immobile e si muoveva al suono di una musica armoniosa: i musulmani emettevano grida di gioia, dirigendosi verso il convoglio che sembrava una preda facile e sicura.

Il combattimento aveva inizio con una prodigiosa quantità di strali che ottenebravano l’aria e rendevano impossibile muovere i remi. Il vascello imperiale era quello contro cui i Genovesi indirizzavano i loro colpi. Questa cittadella galleggiante, che dominava sui vascelli musulmani, versava olio bollente e fuoco greco a riva e i Genovesi si disimpegnavano prontamente; il combattimento ricominciava per tre volte e per tre volte i musulmani erano battuti. Maometto ad assistere a quello spettacolo si riempiva di furore, si dimenava e minacciava l’ammiraglio, come se partecipasse alla battaglia, spumante di rabbia, si vendicava da insensato sul suo cavallo di cui trafiggeva i fianchi a colpi di sprone.

Con il vento favorevole, i vascelli Genovesi spazzando i navigli avversari riuscirono a entrare nel porto; la flotta musulmana riparava sulle opposte rive; le loro perdite erano variamente indicate da diecimila a dodicimila uomini; i Genovesi ebbero pochi feriti; ma i Greci, dalla vittoria traevano un triste presagio

Maometto che aveva assistito vedendo quei prodigi, infuriato, si scagliava contro il suo ammiraglio bulgaro, il cui nome era Balta, per altri Pantoglese, di famiglia principesca, che aveva rinunziato alla sua religione, per abbracciare quella di Maometto. Aborrito per le sue vessazioni e la sua durezza, una ferita lo aveva privato di un occhio. Il sultano lo gettava per terra e lo colpiva con la verga d’oro che aveva tra le mani e lo faceva frustare dai suoi schiavi. Poi rientrando nella sua tenda, convoca il consiglio e stupito del coraggio di Costantino, esitava se proseguire o abbandonare l’impresa.

Chalil bascià, gran visir, meno ardente, gli consigliava la pace; gli riferisva la forza della città, il valore dei Greci, infervorato dalla disperazione; il sangue che sarebbe costata quella conquista e la vergogna nel caso di disgrazia; infine il pericolo che tutte le potenze occidentali avrebbero potuto unirsi per liberare l’impero e vendicare la seconda Roma.

Zogane, secondo visir, giovane ardente e bellicoso era di parere contrario, sdegnato di quel vile consiglio, mostrava l’Europa divisa, indifferente alle sorti dell’Oriente; l’impero smembrato, i Greci indeboliti, dilaniati dalle divisioni religiose; Costantino ridotto con seimila combattenti; potente appena per contenere un popolo sedizioso, volubile, pronto a parlare, lento a operare. Egli dipingeva con vivi colori la gloria e l’impresa, la facilità della vittoria, l’obbrobrio della ritirata.

Era questa l’inclinazione di Maometto, che prima di iniziare, proponeva una negoziazione: Proponeva a Costantino di concedergli la Grecia e la Morea, in cambio di  Costantinopoli. La risposta è: “Salvare la capitale o mi seppellirò sotto le sue rovine. Un tributo è il solo sacrificio a cui possa acconsentire”. Quando gli fu riferita, il sultano esclamò: “Giuro sul Profeta, Costantinopoli sarà il mio trono o la mia tomba”.

Maometto comprendeva che non si sarebbe impadronito della città, se non la prendeva dai due lati, fino a quando non fosse in possesso del porto e concepisva un piano ardito.

Maometto proseguiva con le sue iniziative originali. Poiché la catena del porto impediva l’accesso delle sue navi, aveva pensato di aggirarla, facendole rotolare con rulli e avendo disteso le vele;  le navi scivolavano, per circa otto-dieci miglia, sul terreno appianato con assi impiastrate di sego. Le fuste erano tirate e in ciascuna fusta vi era un nocchiero che sedeva al timone, un altro governava le vele, l’altro batteva il tamburo, altro, la trombetta, cantando un canto di marinai.

E navigando come sulle onde per la valle, andavano per terra fino a quando non giunsero al mare. Per questa via furono portate ottanta fuste: cosa nuova e meravigliosa; un lavoro prodigioso (anche per noi moderni! ndr.) svolto dall’esercito durante l’intera notte.

Serse (nel 485 a.C. aveva fatto una spedizione in Grecia, finita con un completo disastro nel 470); aveva invaso la Grecia e fatto un ponte sul mare e un numeroso esercito era passato su quel ponte come sarebbe passato per terra;  ma questo novello Macedone (Maometto), come io credo (scrive Ducas), ultimo tiranno della sua gente, fece della terra mare e i navigli camminare per la cime delle montagne, come sulle onde marine.

Al mattino i Greci guardando dalle mura, costernati, vedono nel porto i vascelli musulmani; un tetro stupore invade la città che vede sorgere il giorno della propria distruzione. Una folla di gente smarrita riempie le chiese, prostrandosi ai piedi degli altari, inonda il suolo di lacrime invocando la clemenza del Signore. Le vergini e i sacerdoti, scorrono le vie della città, in processione che riempiono di grida e di gemiti.

 

 

L’IDEA DI MAOMETTO

 DELLA GRANDE

BOMBARDA

 NEL RACCONTO DI DUCAS

 

 

 

P

assata l’estate (1542) ed entrando l’autunno, durante la sua permanenza nel palazzo, Maometto non dava riposo ai suoi occhi ed era sempre cogitabondo, e di giorno e di notte pensava alla città (Costantinopoli), e come poter di quella, farsi signore. Durante  quei mesi dalla città era uscito un artefice di grande ingegno e operosità, maestro perfetto nel fondere il bronzo, bronzine e bombarde grosse: per patria era Ungaro.    

Questo era andato a Costantinopoli per esercitare la sua arte, condottovi dall’imperatore e con il suo interessamento iscritto a provvigione, ma in verità per molto meno di quello che meritava, e quella paga attribuita, neanche gli veniva corrisposta. Onde l’artefice, disperato, un giorno uscito dalla Città, andò a trovare il barbaro e accolto di buon grado, fu assunto con grande compenso per vivere, vestire ed avere denari; che se avesse ricevuto dall’imperatore la quarta parte, non sarebbe scappato da Costantinopoli.

Essendo l’artefice stato richiesto dal sultano se gli avesse potuto costruire una bombarda tanto grossa e potente da fracassare le mura di Costantinopoli, l’artefice rispose di sì, se gli concedeva di poter fare la bombarda della grandezza della pietra che gli mostrò, conoscendo minutamente la misura della grossezza delle mura della città;  e  la bombarda che lui avrebbe costruito, per la sua forma sarebbe stata possente da ridurre in polvere non solo le mura della città, ma anche quelle babilonesi.

E aggiunse al sultano, che avrebbe ottenuto un lavoro eccellente, però per il lancio non sapeva dire né voleva obbligarsi; udito ciò, il principe disse: “Fammi pure la bombarda, per il lancio della pietra si vedrà”.

Nello spazio di tre mesi il maestro eseguì la bombarda, miracolo spaventoso e inusitato da vedere. In quei giorni, passando una grande nave Veneziana  per il castello di Bas-kesen e non avendo calato le vele, quelli del castello utilizzarono una bombarda grossa la cui pietra disfece la nave in due parti e la mandò a picco. Il comandante chiamato Rizzo, con trenta uomini (*), montati su una barca, scesero nei lidi vicini. Subito furono presi e legati tutti a una catena, furono portati dal sultano il quale in quel tempo si trovava nel Didimotico. Appena li ebbe visti, comandò che a tutti fosse tagliata la testa e il comandante fosse ficcato sul palo secondo la loro bestiale e inumana usanza e furono lasciati senza sepoltura.

Di costoro, io scrittore di questa storia, passando in seguito ho visto i corpi insepolti, senza teste (Ducas).

Giunto il sultano dal Didimotico ad Adrianopoli, per preparare tutte le cose belliche, e volendo provare la bombarda che l’artefice aveva eseguito, piantatala davanti alla porta del palazzo da lui edificato in quell’anno, fece annunciare a tutta Adrianopoli che ciascuno fosse attento allo scoppio della grande bombarda, perché ciascuno udendo improvvisamente lo scoppio non rimanesse stordito e senza voce e le femmine gravide non abortissero. La mattina seguente fu dato fuoco alla bombarda; la pietra come baleno andava per aria riempiendo il cielo di fumo e di oscurità; lo scoppio fu sentito cento stadi lontano dal luogo dove era stato lanciato.

Il principe in verità mai riposava, andando, fermandosi, vegliando, dormendo sempre ansioso, pensava a Costantinopoli, tanta era grande la sua sete di prenderla. Spesso cavalcava con due accompagnatori e altri due che seguivano a piedi andando per la città di Adrianopoli, come uomini privati, ascoltando quello che di lui si diceva. E se qualcuno della semplice moltitudine, avesse avuto l’ardire di guardarlo e richiedere la benedizione lodandolo e lo salutava secondo l’usanza dei sudditi, allora il carnefice sanguinario senza misericordia tirava l’arco e lanciava la saetta mortale nel cuore del povero che lo riveriva.

Né mai alcuno sente tanto piacere avvolgere la fune attorno alle pulegge, quanto costui degno della morte prende diletto a tagliar carne umana ed ammazzare uomini non degni della morte. Una notte alla seconda vigilia (secondo turno di guardia dalle 9 di sera a mezzanotte ndt.) mandò eunuchi, guardiani della sua porta a chiamare Halil pascià; e andati alla casa del pascià che era a letto gli annunziarono l’ordine del signore.

Levatosi presto, Halil attonito e tremebondo, credendo esser giunto alla fine della vita, corse a baciare la moglie e i figli. Poi prese con sé una confettiera d’oro piena di ducati e venne alla presenza del principe, il quale, vestito, sedeva sul suo letto. Fatta il pascià la solita riverenza, pose la confettiera davanti al suo signore, dicendo al  principe lala, come dire in Greco tata (padre). Il principe chiese: “Cosa  significa questo?”. Rispose il pascià: “Signore, è un’usanza dei baroni che entrano dal loro signore in ore straordinarie: non entrano mai a mani vuote alla presenza del loro signore. Io dunque non ho portato alcuna cosa mia, ma ho portato le cose tue”. Il principe, rispondendo, disse: “Io non ho bisogno delle tue cose, anzi te ne donerò maggiori che non queste. A te in verità faccio una sola domanda, che tu mi dia la città”. 

Alla domanda del tiranno il pascià rimase tutto attonito, perché ripensava nella sua mente,, che era stato sempre amico dei Romei e da loro riceveva continuamente doni e grandi presenti. E questa era la voce che circolava, che non ingannava nessuno e Halil pascià era protettore di tutti gli infedeli.

Alla greve domanda del principe, questa fu la risposta del saggio pascià: “Che a parer mio non sfuggirà dalle tue mani con l’aiuto di Dio e della tua potenza. Ed io e tutti i tuoi servi ti daremo aiuto non solamente con  i nostri averi e i denari, ma con i corpi e il nostro sangue, perché al tuo pensiero consegua il desiderato effetto”. Queste parole avevano umiliato alquanto  la pessima fiera selvaggia, la quale con volto e parole più umane, disse: “Vedi tu, Halil questo cuscino? Tutta la notte l’ho menato tirandolo da un cantone del letto all’altro e da quello all’altro. Giacendo e levandolo, il sonno non è venuto ai miei occhi. Dico dunque Halil, oro e argento non ti prenda, la grazia o l’amicizia di alcuno non ti faccia andare lontano dalla risposta che ora mi hai dato. Ma ferma la mente e fortemente combattiamo la città, che spero in Dio e nella intercessione del Profeta che noi la conquisteremo”. Con queste allettanti e spinose, dolci e amare parole, lasciò Halil stupefatto, col sangue secco nelle vene, la mente e il cuore afflitto; poi licenziandolo, disse: “Va in pace”. 

E lui, giorno e notte non cessava di descrivere la città, dipingendola e disegnandola; dove doveva piantare le sue bombarde, da quale parte dar battaglia e attaccare con le macchine e le torri, e accostare le scale alle mura da terra. Tutte le cose che la notte pensava, la mattina con gioia faceva eseguire. Ma quelli della Città, sollecitati da più grevi e amari pensieri giorno e notte si chiedevano come poter salvare la città dalle mani di Nabucodonosor.

Portando quella grande bombarda contro la città, la piantò verso la porta s. Romano;  oltre alla bombarda grande, ne fece piazzare altre due minori, una da un lato, l’altra dall’altro e prima faceva tirare le due minori, poi dava fuoco alla grande bombarda, perché il colpo non andasse a vuoto prendendo segno e misura per la grande, dalle due altre minori. Scaricata la grande bombarda che faceva gran tuono e tremore, tutti i costantinopolitani, rimasero attoniti e stupefatti, chiamando in loro aiuto Cristo redentore. Allora tolsero l’icona della genitrice di Dio dal palazzo dove soleva stare e la portarono con solenne processione e devote preghiere al monastero di Cora ed ivi rimase finché la città fu presa.

Ma tornando alla sagacia del maestro bombardiere, perché la bombarda non si spaccasse dopo aver tirato la pietra, con l’entrata di aria nel vuoto, del metallo riscaldato dal calore della polvere, subito copriva le calde bombarde con pelle di cammelli. Ma poiché questo rimedio non era sufficiente in quanto per due o tre volte le bombarde si erano rotte, il prudente maestro,  trovò miglior rimedio che scaricata la bombarda, subito la bagnava con olio caldo e così il freddo del vento e dell’aria veniva temperato dal caldo dell’olio bollente. In questo modo le bombarde sopportarono la fatica finché la città fu presa.

 

 

 

 

*) E’ lo stesso racconto dei quaranta giovani e dell’affondamento del vascello veneziano, riportato anche nel paragrafo che segue, di due storici diversi, Ducas, Historia turco-bizantina e Segur, Storia del basso impero.)

 

 

 

L’ARALDO ANNUNCIA LE

RICHIESTE DI MAOMETTO

IL DISCORSO DI COSTANTINO

IL GIORNO PRECEDENTE

ALL’ASSALTO

 

 

 

C

ostantino, nell’intento di liberarsi dei musulmani,  aveva pensato all’ardita idea di  distruggere la loro flotta; quaranta giovani greci, votati alla morte, erano saliti su un brulotto carico di materie infiammabili e fingendo di disertare, sarebbero passati in mezzo alla flotta musulmana per incendiarla. Ma la macchinazione era stata immediatamente sventata; appena apparso il brulotto, era stato affondato e i quaranta giovani presi e decapitati; la squadra veneziana che era nelle vicinanze, circondata, era stata quasi interamente distrutta.

Per rappresaglia Costantino faceva appendere alle mura duecento prigionieri; Veneziani e Genovesi si accusavano reciprocamente, l’ammiraglio Notara si lamentava di Giustiniani e l’imperatore assisteva a queste brighe di Corte, alle gelosie dei  generali, alle quali si aggiungeva il problema del popolo sedizioso.

Erano appena giunte truppe fresche e macchine da guerra e prima di dare l’assalto Maometto inviava un araldo d’arme che leggeva il seguente dispaccio per l’imperatore: ”Ogni cosa è pronta per un attacco generale: io sono per eseguire il progetto che medito da gran tempo. Qual’é la tua intenzione? Acconsenti ad arrenderti? Io profferisco la vita a te e ai grandi del tuo Stato, e il tuo popolo non riceverà nessun cattivo trattamento. Persisti forse a volerti difendere? Tu e i tuoi perderete le sostanze e la vita, e il tuo popolo captivo, sarà disperso per tutta la terra”.

Costantino rispondeva dando la seguente risposta ”Se vuoi vivere in pace con noi, come i tuoi antenati sono vissuti con i nostri, noi ne renderemo grazie a Dio. Il tuo avo onorava il mio come padre. Costantinopoli gli è sembrata un asilo sicuro nella sua disgrazia. Possiedi pure in pace le tue ingiuste conquiste; imponici un tributo, così userai il diritto del più forte. Forse saremo vendicati; forse tu sarai preso nel momento che crederai di prenderci. La resa di Costantinopoli non dipende né da me né dagli abitanti. Noi tutti abbiamo deliberato di morire per la sua difesa”. Maometto, ricevendo questa risposta aveva esclamato che Costantinopoli sarebbe stato il suo trono o il suo sepolcro.

Chiamati i giannizzeri, Maometto annunziava l’assalto per il 29 Maggio, data indicatagli dagli astrologi come quella dell’ultima volta in cui il sole avrebbe illuminato il trono dei Cesari e sarebbe stato il giorno della caduta del trono; inoltre, il sultano faceva ricorso alla religione per propiziarsi il favore divino  e disponeva per il digiuno e le abluzioni di rito; intervenivano anche i dervisci, che la sera e la notte correvano per tutto il campo illuminato, spingendo gli imam a infiammare col fanatismo, i soldati, ai quali promettevano le porte aperte del Cielo per i vincitori.

Maometto, dal suo canto prometteva: “Vi concedo”, diceva, “uomini, donne e le dovizie della città; non riservo per me che il trono e gli edifici; coloro che per primi saliranno le mura, saranno colmati di onori e dignità”.

Le sue promesse, l’ardore della gloria, la sete dei piaceri e dell’oro, avevano svegliato l’entusiasmo di uno zelo guerresco e fanatico. Rimbombavano nell’aria le parole “Allah, illallah muhammadur rasulullah”: “Non vi è altro Dio che Dio e Maometto è il suo Profeta”.

La sera del Ventotto Maggio, Costantino chiamava a sé i dignitari, gli ufficiali, i magistrati e pronunziava il seguente discorso (definito da Gibbon “the funeral oration of the roman empire”): “Generali, tribuni, cittadini, compagni d’infortunio, è arrivato l’istante fatale. Maometto ha ricoperto la terra e le acque degli strumenti di distruzione. Egli sta per fare un ultimo sforzo, un terribile sforzo. Continuate, ve ne scongiuro, come avete fatto fino ad ora, ad opporre al suo furore insensato, un invitto coraggio. Io vi confido la prima città del mondo come la più celebre, la vostra patria, la regina delle città. La nostra vita, voi lo sapete, è dovuta alla difesa della fede, della patria, del trono e delle nostre famiglie. Quando è minacciato alcuno di questi cari e preziosi soggetti, dobbiamo difenderlo col pericolo dei nostri giorni. Tutti, al punto in cui vi parlo, egualmente lo sanno: quanto grande ha da essere il nostro coraggio, quando tutti, ad un tempo, domandano un tal sacrificio! Questa religione che ci consola nei nostri mali e ci aiuta a sopportarli; questo impero che rifulse di tanto splendore; questa patria sì celebre, questa libertà che tanto a ragione apprezziamo; queste famiglie, tenero oggetto delle nostre affezioni ... . Tutto, tutto ciò che ci è caro e sacro, corre gli stessi rischi. Da cinquantadue giorni, Maometto ci stringe inutilmente; invano egli ha raccolto, per perderci, tutto ciò che gli uomini hanno inventato per distruggersi ... . Che le brecce non v’ispirino timore. Non ci avete forse veduti, riparar quelle che sono state fatte? Non avete già dimenticato l’empietà di Maometto, il disprezzo che ha per la nostra religione, la sua crudeltà che dappertutto lascia tracce di sangue. Ci ha devastato i campi, i giardini, i raccolti. I nostri fratelli sono stati uccisi o venduti come schiavi. Ciò che ci aspetta  è la morte, o la servitù. Egli s’inoltra con la spada in una  mano, lo scudo in un’altra e cerca di divorarci. Tutti gli sforzi della sua rabbia, tornarono utili contro di voi. Vi siete coperti di una gloria immortale e già vi attendono i nuovi allori”,

Dopo aver ringraziato Giustiniani, i Genovesi e i Veneziani con commozione, si rivolgeva ai Greci, e deposta la corona in loro presenza, diceva loro: “Quantunque io abbia il cuore  pieno dei sentimenti che vi porto, non posso parlare più a lungo ... Ecco la mia corona; la tengo da Dio; la devo alla vostra elezione; la ripongo nelle vostre mani; ve l’affido; vado a combattere per meritarla di nuovo, per morire nel difenderla”.

Tutti erano stati presi dalla commozione; quando questa gli permise di riprendere il discorso, disse loro. “Compagni, domani siate pronti prima del levar del sole; domani é il nostro giorno più bello”. Sgorgarono le lacrime agli occhi di tutti. Un testimone oculare aveva commentato: “Bisognava essere di marmo per resistere a quella scena che lacerava il cuore”.

Il tuono del cannone dei musulmani del 29 Maggio dava il segnale dell’inizio  del combattimento. Costantino rientrava nel palazzo per indossare l’armatura e abbracciare i familiari, che non rivedrà mai più, recandosi alla porta di san Romano, assediata da Maometto; la Porta Dorata e quella della Fontana, erano difese da Giustiniani; la Torre dell’Ippodromo era difesa da Giuliano, con i suoi Catalani e Spagnoli; il legato del papa  con la squadra di Italiani, difendeva la punta di San Demetrio. 

L’imperatore uscendo dal palazzo, montava a cavallo, accompagnato dal fido   Frantze che fungeva da aiutante di campo; faceva il giro dei bastioni per recarsi alla Porta san Romano, la più esposta, di cui si era riservata la difesa; non si vedevano che fuochi e si sentiva il rumore delle macchine che Maometto faceva appressare alle mura col favore delle tenebre.

L’assalto cominciava prima dell’alba: la crudele tattica adottata da Maometto, era stata di mettere davanti al suo esercito la moltitudine di individui di ogni età e condizione, contadini, vagabondi, attratti dalla speranza del saccheggio, che dovevano combattere per primi; posti tra l’esercito e le mura, non potevano andare da nessun’altra parte.

Maometto non faceva conto di quei volontari arrivati il giorno prima, che potevano battersi senza ordine e disciplina; ma calcolava che esponendoli ai primi colpi della guarnigione, di guardia da due mesi, serviva per stancarla e contribuire al consumo di munizioni e a diminuire il numero dei difensori.

Quella truppa inesperta, scriveva Le Beau, fu ricevuta come doveva e pagò a caro prezzo la sua imprudenza. Al levar del sole, comparve l’esercito: il grido di guerra si faceva sentire su tutta la linea; l’attacco incominciava su tutti i punti; sulla città cadeva una grandine di frecce, di pietre, di palle. La guarnigione a sua volta lanciava torrenti di fuoco greco,  versava olio bollente, staccava dai suoi bastioni massi di marmo, macine, che aveva portato il giorno prima; e infine, scariche di  artiglieria, tutte micidiali, avendo acquistato qualche esperienza.

 Il disordine si spandeva tra i Turchi (musulmani) e ne diradava le file; essi facevano un movimento retrogrado, ma il sultano che prevedeva ogni cosa, faceva stare alle loro spalle i ministri della sua vendetta, spietati come lui, che colpivano di morte quelli che volevano fuggire;  collocati tra due pericoli, uno dei quali poteva offrire la fortuna e la gloria, mentre l’altro non offriva che vergogna e morte. Non fare nessun avanzamento, nella situazione dei musulmani, era lo stesso che essere battuti. Per più ore i Greci, avevano mantenuto un vantaggio che aveva offerto qualche speranza a Costantino.

Da una parte aveva mandato Frantze per incoraggiarli, dall’altra egli stesso diceva: “Amici cari, fratelli miei, valorosi compagni, non cadete d’animo, i nemici non hanno più lo stesso coraggio; non hanno più quell’ardore che pareggiava quasi il vostro; i loro battaglioni non si presentano più nello stesso ordine, o con la stessa fiducia; li vedo piegare. Ancora alcuni sforzi e la vittoria è vostra; la salvezza dell’impero, la liberazione di Costantinopoli, la gloria, saranno la vostra ricompensa”.           

Nel momento in cui il principe si lusingava nell’ingannevole speranza, dalle file nemiche partiva un dardo che colpiva Giustiniani, che stava combattendo poco distante, alla gamba destra. Vedendo il sangue, colui che aveva affrontato molte volte la morte, perdeva coraggio, dimenticava le sue azioni eroiche e senza articolar parola, si ritirava vergognosamente per farsi curare. Costantino, avvertito, gli indirizzava parole commoventi: Che fai, fratello; dove vai? Di grazia, rimani al tuo posto; tu fuggi nel momento più critico. Giustiniani, mostrandosi tanto pusillanime, quanto si era fatto conoscere intrepido, in silenzio si allontanava recandosi a Galata; moriva poco dopo di vergogna e di dolore.

In quel giorno, scriveva LeBeau, si conobbe come la sorte di un impero pende qualche volta da un sol uomo. I musulmani avevano notato quel movimento; si trovavano nel punto in cui Maometto aveva raccolto il maggior numero di mezzi di attacco, che richiedeva la più grande resistenza; notando che si era affievolita, il giannizzero Assan, di statura gigantesca con uno scudo in una mano e una scimitarra nell’altra, si lanciava sul bastione seguito da trenta giannizzeri. I Greci li affrontavano, ne uccidevano diciotto e precipitavano gli altri dodici e il capo, nel fosso. Assan cadeva, si rialzava e ricadeva sotto una gragnola di frecce. Ma aveva mostrato ai suoi il percorso da seguire; i musulmani vedendolo sulle mura, si erano scagliati spontaneamente da quella parte; superavano tutti gli ostacoli e il bastione si riempiva di musulmani.

I Greci rinculavano, si pressavano per rientrare in città, si rivolgevano verso la porta Cassia, raggiunti dai Turchi che presto giungevano in  folla. La porta era talmente ingombra di cadaveri  che era impossibile passare. Il nemico attraversava la breccia, la superava e inondava il bastione interno.

In quel momento appariva Costantino su un focoso cavallo; avvertendo che non vi era più speranza; sceso da cavallo, si scagliava contro i Turchi, ne precipitava un gran numero dalle mura, dando la morte prima di riceverla; il sangue scorreva sulla sua armatura. Francesco di Toledo combatteva al suo fianco; Teofilo Paleologo vedendo il principe in mezzo ai nemici, urlava che non gli voleva sopravvivere; tutti e tre si battevano come leoni;  Costantino fu visto gettarsi in mezzo alla truppa nemica; fu anche udito gridare angoscioso (su cui i tre storici contemporanei erano d’accordo, ma la frase appare piuttosto enfatica! ndr.): Non vi è qualche cristiano che voglia tagliarmi la testa?  (Prosegue Ducas): Allora uno dei Turchi gli tirò un colpo e lo ferì in faccia; l’imperatore irato lo colpì con una maggior forza; un altro Turco che stava dietro, colpì l’imperatore con una ferita mortale, che lo fece cadere morto. I Turchi credendo di aver ferito un comune stratiota, avevano lasciato l’imperatore dei Greci a terra, sconosciuto.

 

 

 

 

 

 

 LA CITTA’ DOPO LA

SUA PRESA

E  LA VISITA DI MAOMETTO

ALLA GRANDE CHESA

DESCRITTE DA DUCAS

SUE VIZIOSE RICHIESTE

AL MEGADUCA

 

 

 

L

a città bruciava dalla Porta Carso, dalla Porta San Romano e dalla parte del Palazzo. I molto sfortunati Greci che combattevano contro i Turchi, giunti con l’armata dalla parte del mare e del porto, non lasciavano appoggiare le scale alle mura ed erano più forti dei Turchi; si mantennero vivi, combattendo fino alla terza ora del giorno (tra le otto e le nove del mattino). Ma vedendo che la città era presa e udendo la voce dolorosa dei prigionieri Greci e vedendosi in tutto abbandonati dalla forza d’animo e di corpo, e non avendo più altra via di salvezza né speranza, dicevano: “Poveri noi”,  e chiudendo gli occhi, come morti, si gettavano dalle mura.

Allora i Turchi che erano venuti con l’armata, vedendo la città presa e le mura della marina abbandonate, accostando le scale alle mura e rompendo le porte, entrarono in città senza contrasto. Il megaduca (Cantacuzeno) che guardava la Porta Imperiale, con cinquecento uomini, visto che la città era stata presa, si recava a casa sua. E similmente fecero quelli che erano nella sua compagnia, recandosi ad abbracciare le mogli e i figli. Ma i meschini trovarono le case vuote senza roba e senza famiglia.

Gli altri che avevano trovato le mogli e i figli, furono legati con loro. I vecchi che per età e infermità non potevano portarli via, furono crudelmente ammazzati. I bambini appena nati venivano buttati nelle strade senza pietà. Il megaduca aveva trovato i suoi figli e la moglie chiusi nella torre, perché aveva posto alcuni dei suoi servi a guardar la sua casa e la famiglia.

I Turchi in quell’ora, predando, rubando e ammazzando Greci e Latini, giunsero al tempio quando non era ancora passata la prima ora del giorno;  avendo trovato le porte del tempio chiuse, con le asce le buttarono a terra. Entrando i barbari con le spade insanguinate, tra quel numeroso popolo afflitto, senza contrasto, legavano ciascuno in propria schiavitù. Ora chi potrà commemorare assolutamente senza lacrime la nefanda strage dei cittadini, le voci e i vagiti in quell’ora, dei teneri bambini, le lacrimose grida e urla delle madri, gli amari pianti dei padri, la miserevole schiavitù di tutto il popolo?  

I barbari, delle fanciulle e delle monache, sceglievano le più tenere e le più belle. Le semplici infelici, battendo i sanguinanti petti e stracciando gli sparsi capelli non muovevano i barbari a compassione, né a pena, ma a maggior libidine e rapina. Legavano le matrone con le ancelle accoppiando i signori con i servi, i giovani con le tenere donzelle.

Le vergini pudiche, le quali appena osavano guardare in faccia ai loro padri, aborrendo e rifiutando il contatto dei barbari, venivano tirate per i capelli e battute perché il barbaro rapitore le voleva condurre alla sua casa e metterle in salvo, per poi tornare per l’altro bottino.

Legavano i maschi con le corde, le donne con le proprie bende e parte con  i propri capelli, cosa miserabile a vedere, quel numeroso stuolo lamentevole di maschi e femmine di ogni età, legati come animali, andar piangendo, dove i rapitori li portavano. E non vi era chi avesse misericordia e compassione.

Quale uomo di lingua mortale potrebbe narrare i grandi tesori del sacro tempio, gli ornamenti delle cose sacre e le sante reliquie sporcate dalle nefande mani degli empi, strappate e rubate.

Parlando (scriveva Ducas), la lingua e la voce nella mia bocca secca, è diventata muta. Avendo i barbari vendicatori della giusta ira di Dio spogliato il grande tempio degli antichi tesori, preziosi ornamenti, sante reliquie e cose sacre, vasi d’oro e d’argento, catene, lampade e candelabri e tutte le opere e immagini d’oro e d’argento, in pochissimo tempo distrussero ogni cosa, legarono e portarono via, lasciando il tempio nudo e deserto. E in quell’ora fu compiuta la profezia del profeta Amos, dicendo per bocca di Dio, il signore Dio onnipotente dice: “In quel giorno all’uomo veloce mancherà la fuga. L’uomo forte non manterrà la sua virtù, il robusto non salverà la sua anima. Quello che tenderà l’arco non sarà preciso e quello che monterà a cavallo non si salverà. Le estremità degli altari cadranno per terra, percuoterò le case d’inverno e d’estate e le case d’avorio periranno, e molte case saranno distrutte, dicit dominus” (dice il Signore).

Avendo i barbari vendicatori della giusta ira di Dio, spogliato il grande tempio degli antichi tesori, preziosi ornamenti, sante reliquie e cose sacre, vasi d’oro e d’argento, catene, lampade e candelabri e tutte le opere e immagini d’oro e d’argento, in pochissimo tempo distrussero ogni cosa, legarono e portarono via, lasciando il tempio nudo e deserto.

Il tiranno, essendo fuori d’ogni pericolo e paura, entrò in Costantinopoli con i suoi visir, consiglieri e messaggeri, avendo avanti, dietro e tutt’intorno i suoi servi prediletti spiranti fuoco; giovani erculei, e più esperti di Apollo a tirar l’arco. Uno era sufficiente a contrastarne dieci; smontò da cavallo ed entrato nella Grande chiesa, osservò estasiato l’altezza e grandezza di quell’antico tempio. E guardando intorno vide un Turco che aveva rotto uno dei marmi nobili della costruzione e domandando il tiranno, al Turco, che motivo avesse di rompere il marmo, rispose: “Per la gloria della fede”. Allora il tiranno strinse la spada e batté il Turco: “A voi bastano i tesori e gli schiavi, senza danneggiare gli edifici della città, che sono miei”. Così battuto, fu tolto dai piedi e buttato fuori mezzo morto. Poi Maometto fece chiamare uno dei suoi perfidi preti e fatto salire sul pulpito, gli fece pronunciare un sermone esecrabile e nefando. Oltre a questo, il figlio e grande capitano dell’Anticristo, salì sul sacratissimo altare e fece la sua preghiera.

Ahi maledizione! Ahi portento meraviglioso e inaudito. Ohimè: Chi siamo diventati? Guai a noi, e che cosa mostruosa abbiamo visto ai nostri giorni! Il Turco senza legge e senza fede, sul santissimo altare ove sono le reliquie degli apostoli e dei martiri, ha fatto la sua sedia. O sole, o stelle, o universo cielo e mondo, non aborrite e non abominate questi miracoli tanto stupefacenti ed orrendi? Ov’è l’agnus dei? Dov’è il figlio, il Verbo del Padre mangiato e non consumato, che soleva sacrificare su quell’altare. Certamente siamo considerati come vili animali di nessun valore e la nostra preghiera per i nostri peccati, presso le genti, non venne udita. Il tempio che fu edificato in nome della Sapienza del Verbo di Dio, chiamato nel santuario Santa Trinità, Grande chiesa e Nuova Sion, oggi è fatta ara dei barbari e diventata e chiamata casa di Maometto . Giusto Signore, giusto è il tuo giudizio.  ....

Uscendo dunque il tiranno fuori dai luoghi sacri, chiese del megaduca, il quale, essendosi presentato, gli disse: “Avete fatto bene a non darmi la città? Vedi quanto danno è stato fatto, quanta distruzione e quanto bottino. Il megaduca rispondendo, disse: “Signore, non avevamo noi tanta libertà da darvi la città; neanche l’aveva lo stesso imperatore, confortato che non avesse paura,  perché la tua signoria non aveva la forza di prendere questa città”.

Il tiranno  avendo udito il nome dell’imperatore, domandò se fosse fuggito con le navi. Il megaduca rispose che non lo sapeva perché nel momento in cui i Turchi erano entrati, egli si trovava alla Porta Imperiale, mentre l’imperatore era alla Porta Carso.

Due giovani si levarono dalla moltitudine, e uno di essi disse: “Signore, l’ho ammazzato io, e avendo fretta per recuperare con i miei compagni il guadagno, lo lascai morto”. L’altro, disse: “Io l’ho prima ferito”. Allora il tiranno disse ad ambedue che andassero a cercarlo e trovato, gli tagliassero la testa e la portassero a lui. E così immediatamente fu fatto. Presentata che fu la testa, il tiranno disse al megaduca: “Dimmi la verità, è questa la testa del tuo imperatore?”. Dopo averla attentamente esaminata, rispose e disse: “Sì signore, è sua”. E molti altri che l’avevano visto, l’avevano  riconosciuta.

Subito dopo la fece infilare sulla colonna Augustea ed ivi la lasciò fino alla sera. Poi, avendola scorticata e riempita la pelle di paglia, la mandò per mostrarla a tutta la città, e poi la mandò a molti signori Turchi, al sovrano degli Arabi e dei Persi come trofeo della sua vittoria. ...

Passato il primo giorno tanto oscuro e tenebroso in cui si compì la rovina del nostro paese, il tiranno venne alla casa del megaduca e questo andandogli incontro con molti inchini e riverenze, entrò nella sua casa. Essendo la moglie nel letto, approssimandosi il lupo che pareva pecora, salutando disse: “Ave o mater. Non aver dispiacere per le cose intervenute, fiat voluntas dei. Io ho da darti ancor più di quello che tu hai perduto. Ora sei salva, abbi cura di te”.

E giunti i figli si inchinarono ai piedi del tiranno, rendendogli molte grazie. Uscito, andò in giro per la città che era tutta disabitata, nella quale non si udiva uomo, né animale, né uccello.

Il secondo giorno che fu il trentesimo di Maggio, il tiranno andò a visitare ogni parte della città, festeggiando e facendo conviti presso il palazzo imperiale. E avendo il tiranno bevuto tanto da essere ubriaco, comandò al capo degli eunuchi che andasse a casa del megaduca, e a suo nome gli comandasse di mandargli suo figlio, dell’età di quattordici anni, il quale era di una bellezza superiore a quella di ciascun altro.

Udendo il padre questo spiacevole messaggio, rimase come morto e alterato nel viso, disse all’arcieunuco: “Non è costume della nostra gente dare i nostri figli per i conviti, perché siano sporcati e macchiati nei sordidi vizi conviviali. Che certamente avrei preferito che il signore mi avesse mandato un littore (ufficiale della guardia) che mi tagliasse la testa”. L’arcieunuco consigliava al megaduca di mandare il ragazzo, perché il signore non si adirasse contro di lui. Il padre non volle consentire alla contaminazione del figlio, ma disse: “Se vuoi prenderlo, prendilo pure e andate via, perché io non lo darò di mia volontà”.

L’arcieunuco tornato disse al suo signore ciò che il megaduca gli aveva detto e non gli aveva voluto dare il ragazzo. Allora il tiranno disse all’eunuco: prendi uno dei littori, tu porta il ragazzo, e il littore porti il megaduca e gli altri figli. Il megaduca, inteso il nunzio, corse a baciare la moglie e i figli. Poi con i figli e suo genero, Cantacuzeno, col littore si recò al palazzo. L’arcieunuco presentò il ragazzo al principe e disse che gli altri si trovavano alla porta del palazzo.

Il signore comandò al littore che tagliasse la testa a quelli che stavano alla porta. Allora il littore portando quelli poco lontano dal palazzo, riferì gli ordini del signore. Ascoltando i figli l’ordine di morte, cominciarono a piangere. Ma il nobile padre, rimanendo forte e costante, confortò i giovani sbigottiti, spiegando e dicendo: “O figli miei, avete visto che oggi in un momento abbiamo perduto tutte le nostre cose. Le nostre ricchezze accumulate, l’ammirata gloria che avevamo in questa grande città e per questo in tutto il mondo conosciuto abitato dai Cristiani, tutta la nostra felicità, ogni nostro bene è perduto. Ora non ci è rimasto altro che la presente vita che non è infinita, perché nel tempo dovremo morire. Che neanche tanto ci deve essere gradita, essendo privati delle nostre cose che perdiamo con la gloria, l’onore, il potere, e in loro vece riceviamo obbrobrio e ogni dispregio, che sopportiamo con fatica, finché per noi non venga la morte, togliendoci senza onore da questa vita. Dov’è il nostro imperatore? Non fu ucciso ieri? Dov’è  tuo suocero, gran domestico? Dov’è Paleologo protostator, con due suoi figli? Non furono sgozzati ieri in battaglia? Fossimo noi morti con loro! Ma è sufficiente quest’ora. Non peccheremo più, perché, chi conosce le armi del diavolo? Se tardiamo saremo feriti dalle sue saette che mandano veleno. Ora, ora l’Agone è preparato per noi. In nome del Crocifisso morto e resuscitato, noi moriamo per godere dei suoi beni”.

E avendo detto queste cose, i giovani diventarono fermi e costanti, anzi preparati e pronti a morire. E disse al littore: “Fa quello che ti è stato comandato, cominciando dai giovani”.

Il manigoldo obbedendo tagliò le teste ai giovani, presente il megaduca che diceva: Ago tibi gratias, domine iustus es, dominus. (Ti porti la grazia, il signore è giusto, signore). Allora disse al littore: fratello, dammi un po’ di tempo per entrare e dire un’orazione, essendovi in quel luogo una piccola chiesa.

Entrato col premesso del littore pregò e uscito dov’erano i corpi dei suoi figli ancora frementi, per grazia di Dio fu decapitato. Il manigoldo, compiuto il macabro incarico, lasciando i corpi insepolti venne al convivio, mostrando le teste al dragone sanguinario.

Similmente egli fece con tutti gli ufficiali e nobili di palazzo che aveva comperato, mandandoli tutti a morte. E raccomandò all’arcieunuco di salvare le mogli e i figli, prendendo quelli dai corpi più belli; del resto del bottino aveva affidato la cura ad altri, perché fossero portati ad Adrianopoli, nuova Babilonia (Ducas, Historia, ovvero Historia turco-bizantina, 2008 MEP.).  

 

 

IL BOTTINO

LA SORTE DEGLI ALTRI

PERSONAGGI

LA TESI DI CANTEMIRO

SULLA PRESA DI

COSTANTINOPOLI

 

 

 

T

re giorni dopo la presa di Costantinopoli, prosegue Ducas, i vascelli erano talmente carichi, che poco mancò non affondassero. Ma di che cosa erano carichi?

Di ricche vesti, di vasi d’oro, d’argento, di rame e di stagno; un’infinita quantità di libri, di prigionieri di ogni condizione, di preti, di laici, di monaci e di religiose. Le tende erano piene parimenti di prigionieri e di bottino.

In mezzo ai barbari si vedevano vescovi vestiti degli abiti pontificali; se ne vedevano, che avevano le collane d’oro e se ne servivano per trascinar cani al guinzaglio. Se ne vedevano altri che adoperavano tonache, ornamenti, vesti ecclesiastiche ricamate d’oro, per coprir cavalli invece di gualdrappe. Altri si facevano servire gli alimenti in vasi sacri e bevevano nei calici. Trasportavano sopra i carri un’infinità di libri che si dispersero in Oriente e Occidente. Diedero per uno scudo dieci volumi di Aristotele e di Platone. Vendettero o gettarono un’incredibile quantità di libri e dei santi Vangeli, dopo averne strappato gli ornamenti d’oro e d’argento; tutte le immagini erano state bruciate per cuocere le vivande.

L’amico fedele dell’imperatore, Frantze,  separato dalla moglie e dai figli che erano stati tutti venduti,  aveva perso la libertà per quattro mesi; dopo averla recuperata, riscattava la moglie appartenente alla famiglia del gran maestro della cavalleria; questo ufficiale aveva ceduto i suoi due figli a Maometto, il quale a causa della loro bellezza, si era mostrato desideroso di averli; la figlia, invece, moriva nel serraglio; il fratello di quindici anni era stato ucciso da Maometto, indispettito dalla resistenza che faceva alle sue voglie.

Il cardinale Isidoro, si era segnalato nell’assedio, facendo sacrifici per far riparare le brecce, collaborando personalmente e i Turchi bramavano averlo in loro potere, ma, essendo stato avvertito,  aveva preso delle precauzioni per non essere riconosciuto; aveva fatto vestire un cadavere con la sua porpora e la sua berretta, e i Turchi gli avevano mozzato la testa, prendendolo per il cardinale e l’avevano portata in trionfo, mentre lo stesso Isidoro era stato venduto come schiavo, riuscendo poi a fuggire.

La fama del  gran duca Luca Notara, era stata oscurata dai contemporanei, che lo avevano accusato di viltà e perfidia.  Primo dell’impero, dopo Costantino, con ricchi doni e gioielli, si era presentato da  solo, da Maometto, per fargliene dono, dicendogli: Ho tenuto in serbo, per te queste ricchezze. Perché? gli aveva chiesto il sultano, avendo tu così innumerevoli tesori non sei venuto  a soccorrere il tuo principe e la tua patria?  Perché li conservavo per te, supponendo che ti dovessero appartenere. Se tu eri di tale avviso, perché ti sei permesso di conservarli per sì gran tempo? Perché non farmeli toccare prima dell’assedio? Avresti evitato la guerra e le stragi; tutti i mali che sono accaduti, si devono attribuire a te.

Il gran duca, ritenne di doversi scolpare a spese del gran visir, il quale, contrario alla guerra, faceva sempre sperare che i Turchi rinunziassero alla loro impresa. E con tale accusa, il gran duca,  mandò in rovina il gran visir, senza salvare se stesso.

Infatti, alcuni giorni dopo, il sultano aveva comandato al gran duca di consegnargli il più giovane dei suoi figli; Notara, adirato per tale onta, si era rifiutato; la natura aveva ripreso i suoi diritti e gli aveva dato quell’energia che non avevano ottenuto né il principe, né la patria, né i doveri che essa imponeva. Adirato, Maometto, fu così crudele da ordinare il suo supplizio, dopo aver fatto giustiziare il figlio, sotto gli occhi del padre. Si può dire di Notara, concludeva Le Beau, “che  la sua morte aveva onorato la sua vita”.

Gli storici che avevano descritto la presa di Costantinopoli erano stati tutti concordi nel riferire che la città fosse stata presa d’assalto, come poi avevano sostenuto anche gli storici musulmani. Ma Le Beau su questo punto aveva rilevato che una voce si era levata per sostenere la capitolazione e non l’assalto, e questo era Demetrio Cantemiro  (1673-1723) storico (*) solitario, che nella sua “Storia ottomana” aveva sostenuto questa sua tesi. Egli infatti riferiva che quasi tutti gli scrittori Greci e Latini erano insorti contro di lui, affermando che la città fosse  stata presa per forza.

“La loro autorità”, egli aveva scritto, “sebbene autorevole, non mi seduca, avendo considerazioni abbastanza solide per chiarire la verità”.

Egli premetteva che tutti gli autori turchi dichiaravano con una voce, che la metà e più della città si fosse arresa a Maometto per capitolazione: ma riteneva si trattasse di una menzogna che non tornava a loro onore. Chiunque conosce la sensibilità dei militari, precisava, reca più gloria nel dire di prendere una città con la forza che prenderla per composizione. Altro argomento era quello che i cristiani Greci avevano mantenuto il possesso delle chiese, nella parte della città che si era arresa e ciò, precisava Cantemiro, era avvenuto con tre sultani (Maometto, Bajazet II e Selim I, sui quali si era trattenuto con dovizia di particolari).

Era stata anche invocata l’autorità di Voltaire, ma, era stato detto che aveva scritto due secoli dopo gli avvenimenti e poi era chiaro che Voltaire parteggiasse per i Turchi, anziché per i cristiani. Le Beau, dopo varie considerazioni, anche relative a un libro unico, citato da Cantemiro, in cui erano indicate delle testimonianze di anziani viventi, del quale però non si trovavano copie,  confermava di confutare l’opinione di Cantemiro.

Ma, relativamente ai combattimenti, abbiamo visto, che mentre in alcuni punti si era combattuto aspramente, in altri i Greci avevano ceduto, e proprio il megaduca “Cantacuzeno che guardava la porta imperiale con cinquecento uomini, vista la città presa, se n’era andato a casa sua, e così avevano fatto gli altri” per cui è da ritenere che la spinta alla presa della città, certamente,  fosse stata data dall’assalto ...  e non bisogna dimenticare la breccia aperta dalle bombarde; ma il resto delle postazioni, dopo un inizio di combattimento. erano state abbandonate e per il resto della città, i musulmani se ne erano impadroniti senza combattere.

Maometto pur essendo andato ad abitare ad Adrianopoli, aveva nominato Costantinopoli capitale del suo impero ed egli prendeva il titolo di padichaz (imperatore) mentre passava ai principi il titolo di sultano.

 

 

 

 

*) Demetrio Cantemiro era figlio del principe di Moldavia che lo aveva mandato a Costantinopoli per sostituire il fratello tenuto come ostaggio, dove rimase quattro anni. Nominato principe di Moldavia, era stato mandato dal ministro ottomano (1740) per difenderlo dallo zar Pietro e, per assicurarsi della sua fedeltà (in questo periodo) la nomina di principe gli era stata sospesa. Ma Demetrio si era dichiarato a favore di chi doveva combattere, vale a dire dello zar Pietro il Grande. Quando fu trattata la pace,  il gran visir aveva chiesto a Pietro, come una delle principali condizioni, che  gli fosse consegnato il principe; ma lo zar rispose che avrebbe ceduto piuttosto una provincia, che avrebbe potuto riprenderla, mentre la perdita del principe sarebbe stata irrimediabile. Pertanto Pietro tenendosi il principe, gli concedeva vasti domini (Le Beau cit.). 

 

 

 

 

 

LE INIZIATIVE

DI MAOMETTO

PER RIPOPOLARE

LA CITTA’

UN RACCONTO

SULLA SUA CRUDELTA’

 

 

 

M

aometto, cinque giorni dopo essere entrato nella capitale, aveva fatto fare un censimento della popolazione; poi aveva visitato Galata e aveva notato che i Genovesi avevano chiuso le loro case e si erano tutti imbarcati per Genova

Egli  aveva ordinato che si aprissero le porte e si facesse l’inventario degli arredi;  aveva poi dichiarato che i proprietari dovessero tornare entro tre mesi e se non lo avessero fatto, le case sarebbero state confiscate.

Nella città fece demolire tutte le fortificazioni ed anche parti delle mura, ma in altre le fece riparare :poi attese a ripopolare la città che si era interamente spopolata; aveva cominciato con il tollerare la religione e in questo si vide usare la prudenza, l’accorgimento, la dissimulazione, l’ingegno dell’uomo potente che, avvedendosi che non avrebbe raggiunto con la forza le sue mire, sostituiva l’artifizio e l’astuzia.

In proposito Le Beau fa ricorso a Mainbourg (autore della Storia dello scisma dei Greci) il quale aveva scritto: Il sultano, essendo astutissimo e non volendo perdere con i cristiani le principali forze e la più grande rendita del suo nuovo impero, fece un tratto di politica accortissima per rassicurarli, facendo loro conoscere che li volesse trattare favorevolmente da buon padrone e lasciare ad essi il libero esercizio della religione. E, avendo inteso che era vacante la sede patriarcale, per la rinuncia del patriarca Gregorio, che si era recato a Roma, fece riunire alcuni vescovi che erano nei dintorni e i principali cittadini, i quali elessero Giorgio Scolario che si era dichiarato contrario alla fede cattolica ed era il più dotto ed eloquente tra tutti i Greci.

Fu eletto col nome di Gennadio e il sultano volle che fossero osservate le stesse cerimonie che erano state osservate sotto gli imperatori e dopo la cerimonia lo ricevette in gran pompa al palazzo dove fu accolto con onori e tenendolo a pranzo alla sua mensa e poi, nella gran sala provvedendo a dargli egli stesso l’investitura, gli consegnava il pastorale. Non solo. Ma nonostante l’opposizione del patriarca, lo accompagnò fino alla porta del palazzo dove era stato preparato un magnifico cavallo, il più bello della scuderia, fregiato di una superba gualdrappa di raso bianco, tutta ricamata d’oro e comandò ai suoi visir e bascià di accompagnarlo, come fecero in bell’ordine a piedi, alcuni davanti, altri dietro, con lungo e superbo corteggio fino alla chiesa dei Dodici apostoli.

Giunto in chiesa, il sultano richiedeva al patriarca di illustrargli i punti principali della religione cristiana e Gennadio lo fece con tal giudizio, forza e chiarezza, che il sultano ne richiese una versione scritta (che fu resa in greco, latino e arabo semiturco, esistente).

Su questo comportamento tenuto da Maometto, vi è un commento di Le Beau, il quale scrive: “che ciò prova come fosse in grado di reggere gli uomini; e se conosceva l’arte funesta di distruggere gli imperi e di rovesciare l’edificio sociale, ben conosceva altrettanto, quello di ricostruirli.

Dopo aver provveduto alla sistemazione del patriarca, Maometto provvide anche per i metropolitani per proteggere il culto dei cristiani; e a mano a mano che si impadroniva delle altre città greche, ne traeva famiglie cristiane che mandava a Costantinopoli per ripopolarla; ai monaci del monte Atos aveva lasciato i loro privilegi.

Poiché non amava stare in una città spopolata (il 18 giugno) se ne tornò ad Adrianopoli portando  con sé le donne della nobiltà che aveva riscattato; i principi greci, non osando mandare ambasciatori, si erano recati personalmente da Maometto che li aveva ricevuti su un trono altissimo. mentre loro erano in piedi, in atteggiamento rispettoso, per sentire quali dovessero essere le loro contribuzioni. Iniziò con il principe di Serbia al quale disse: Lo Stato su cui regni, non è tuo, né ti viene dalla successione di tuo padre, ma è di Stefano figlio di Lazzaro e quindi mio; escine senza dimora. Al principe non rimase altro che riparare in Ungheria. Maometto poi si recò in Serbia, la saccheggiò e mandò quattromila famiglie a Costantinopoli per ripopolare la città.

Demetrio e Tommaso Paleologhi, fratelli di Costantino, invece di essere uniti per affrontare le avversità si combattevano tra di loro e Maometto ne approfittò per  impadronirsi del ducato di Atene (1456-1476) e prendersi la Morea; Demetrio era stato così vile da unirsi a Maometto per piombare sul fratello Tommaso, che se ne partiva per l’Italia, recandosi a Roma.

Per premio il sultano gli disse che era troppo debole per reggere il Peloponneso e che dovesse riposare e gli prese una figlia di particolare bellezza (Maometto era già pieno di gotta e di acciacchi come vedremo), concedendogli l’appannaggio della Tracia;  poi prendeva il principato di Sinope, nelle vicinanze della Morea, ricco di prodotti e in particolare di rame.

Giunse quindi il turno di Trebisonda, che Davide Comneno gli lasciava dopo qualche resistenza: le condizioni erano state il matrimonio della figlia primogenita con  Maometto che gli accordava una rendita. Comneno, si trasferiva con la numerosa famiglia a Costantinopoli, fidandosi degli accordi presi col sultano, il quale prese possesso di Trebisonda senza mantener fede agli accordi. 

Divise Trebisonda in tre parti; i giovani dell’uno e l’altro sesso  furono da lui requisiti come conquistatore; le altre due parti divise ulteriormente tra basso popolo e parte dei musulmani; Comneno finiva per essere condannato a morte con la famiglia, ìnteramente sterminata.

Ma in Francia nell’esercito di Luigi XVI era emerso un ufficiale che usava quel cognome, e si dichiarava discendente della stirpe;  ma, si trattava di uno dei tanti casi di appropriazione di cognomi che si sono verificati della storia (v. Cap. VIII).

La conquista della Valacchia per Maometto era risultata difficile in quanto il voivoda Vlad (indicato come Usado, in Specchio v. Vampiri, storia e leggenda), ricorreva agli stessi metodi di crudeltà, usati dal sultano.

Maometto aveva mandato alcuni deputati per reclamare il tributo; i deputati non avevano ritenuto scoprirsi il capo, ritenendolo disdicevole alla dignità di un musulmano. Usado disse loro, che li avrebbe dispensati per sempre, e gli fece inchiodare il turbante alla testa.

Maometto quando il fatto fu riferito, preso da ira, mandava delle  truppe che furono battute e  tutti quelli che erano stati presi, erano stati impalati; ma Maometto ritornava con centocinquantamila uomini e Vlad-Usado, dopo aver devastato il suo paese, distruggendo mandrie, case e fatti ritirare i suoi sudditi nei boschi, riparava in luoghi inaccessibili e i Turchi si trovarono in un deserto, ma Maometto si impadroniva ugualmente della Valacchia.

Poi Maometto finiva per impadronirsi di Lesbo, Negroponte, della Bosnia e della Crimea. Era giunto all’età di cinquantun anni (quindi sarebbe nato il 1430 e non il 1432 come viene indicato e alla presa di Costantinopoli aveva ventitre anni e non ventuno! ndr.), quando moriva (1481) di colpo apoplettico (infarto), deformato dalla pinguedine e dalla gotta che gli gonfiava le gambe (che nessun medico sapeva diagnosticare, ndr.), e non sapendo rinunciare ai piaceri del mondo, prendeva tutto a sazietà, senza misura (e all’epoca le diete non si conoscevano! ndr.); l’ipotesi dell’avvelenamento che era stato anche avanzato, sarebbe quindi da escludere.

Si è spesso parlato della sua ferocia e crudeltà; un episodio può indicare a che punto potessero arrivare.

Quando Maometto aveva preso Costantinopoli, un suo bascià era venuto in possesso di una ragazza Greca, il cui nome era Irene, di nascita mediocre, ma sembrava esser nata per comandare sul resto della terra; aveva diciassette anni e i suoi capelli erano del più bel biondo del mondo e la Grecia non aveva ancora prodotto di così prefetta, dicevano, dopo la famosa Elena.

Irene aveva ancora qualcosa di così speciale nella fisionomia, che vederla e amarla appassionatamente, sarebbe stata la stessa cosa. Aveva spirito, era ben fatta, la sua dolcezza e pietà l’avevano resa famosa in tutta Costantinopoli, quanto la sua estrema bellezza; era caduta nelle mani del bascià, che l’aveva ritenuta degna del solo sultano Maometto.

Questo principe che disprezzava tutto, non si era potuto sottrarre al suo fascino; egli dimenticava la sua dignità, la fierezza, sembrava umiliato alla presenza d’Irene e non riusciva a staccarsi da questo piacere; lei aveva lasciato che sorgesse una passione reciproca, con questo giovane conquistatore; il sultano si abbandonava a una gioia, per lui sconosciuta.

Irene occupava nel serraglio l’appartamento della sultana favorita e ogni suo desiderio era esaudito;  egli trovava nella Greca un fascino sempre nuovo; due anni dopo la sua conquista egli ne era innamorato come quando l’aveva conosciuta. Irene sapeva far uso della sua fortuna; lei impiegava l’autorità che la sua bellezza le dava sul sultano, per ottenere due cose che desiderava appassionatamente.

La prima, che le fosse permesso di non abbandonare la sua religione; e  lei nel serraglio era fornita di ciò che per  questa occorresse. La seconda  era che il sultano trattasse con umanità coloro che aveva vinto, al fine di rendere il loro giogo meno pesante. 

Questa condotta aveva attirato su Irene i voti e le benedizioni dei Greci. Per il resto lei si era dedicata a conservare il cuore del sultano, convinta della grandezza della sua vittoria. Maometto non era più lo stesso; il suo ardore per la gloria era diminuito; egli si appoggiava per gli affari più importanti su Isac bascià, che era succeduto al visir Calil bascià, che il sultano aveva sacrificato ai suoi risentimenti.

Quando era giunto il momento di mettersi alla testa delle sue truppe, egli aveva rinviato la partenza di giorno in giorno ed era giunto l’inizio dell’autunno; una delle sultane aveva partorito un terzo figlio al quale era stato dato il nome  di Zizim (in Art. Le sventure di Djem sultan  ecc.), che gli assicurava la successione della dinastia.

Dopo aver conquistato Novigrad in Serbia, era tornato a Costantinopoli ed era sorta una sedizione tra i giannizzeri e Mustafà bascià, che, legato al sultano per il suo zelo e la sua fedeltà, gli aveva chiesto un’udienza particolare, che il sultano gli aveva  concesso.

Egli aveva esposto i sentimenti dell’armata in quel momento, e si lamentava della negligenza degli affari, per essersi abbandonato a una delle sue schiave, ciò che ispirava il disprezzo dei suoi più fedeli sudditi; in particolare per mostrarsi favorevole alla popolazione soggiogata che era in contrasto con l’inclinazione mostrata per la gloria, all’inizio del suo regno; e che i musulmani non riconoscevano più il loro sultano, che vedevano languire tra le braccia di una donna, invece di eseguire il glorioso progetto di riunire i due imperi e recarsi a Roma a ricevere la corona imperiale.

Il bascià terminava dicendo al sultano che se egli era così strettamente legato a Irene, le poteva concedere una tenda nel suo accampamento e portarla con sé; egli l’assicurava che i giannizzeri avrebbero rispettato i suoi amori, ma essi non avrebbero potuto perdere così facilmente le speranze che egli stesso gli aveva suscitato,  di conquistare tutta la terra che gli avrebbe obbedito.

Era parso a Maometto che il bascià avesse forzato la cieca sottomissione che i Turchi  dovevano al sovrano, e il sua primo pensiero era stato quello di farlo impalare; ma poi disse al bascià che gli perdonava la sua audacia e gli disse di tornare il mattino seguente con i giannizzeri, pronti per combattere.

Maometto si era recato da Irene, mostrandole tutto l’affetto che nutriva per lei e l’abbracciava mille volte e sembrava che non l’avesse mai amata tanto e Irene era tanto presa dalle tenerezze del sultano. Egli sembrava non volerla lasciare e cenava con lei e con lei passava tutta la notte e il giorno dopo le diceva di indossare  tutto l’oro e l’argento, per mostrare tutta la bellezza che una donna avrebbe potuto mostrare.

Il sultano dopo aver accertato che l’ippodromo si fosse riempito di soldati, tornato da Irene la trovava pronta come le aveva chiesto e la portava  al circo. Erano pochi coloro che conoscevano la sua bellezza; e se vi fosse stato qualche spettatore duro di cuore, si sarebbe subito addolcito. 

Essi non la guardavano con ammirazione, ma erano stati toccati per lei, dalla venerazione; si era sollevato un mormorio gradevole che costituiva un elogio per Irene. Il sultano  colpito dall’effetto del fascino, rivolgeva qualche parola ai capi che gli erano vicino. Ebbene, aveva detto, la natura ha prodotto ai vostri occhi un’opera più compiuta? Il sovrano ebbe per risposta un grido di plauso; i capi si gettarono ai suoi piedi e lo rassicurarono che Irene era l’ornamento del loro impero e che l’avrebbero amata per tutta la vita. “E’ per questa gloria”, riprese il sultano con tono furioso, “che per tutta la vita ho sospirato, è lei solo che ho sempre davanti agli occhi. Vedo che voi biasimate i miei amori; sappiate, sappiate che il vostro imperatore  non solo è il capo dell'universo ma che egli lo è ancora di se stesso”.

Nel finire queste parole il suo viso si copriva di fuoco, gli occhi ruotavano  nella sua testa  e una specie di furore si era impossessato di lui; egli prese con una mano i capelli  d'Irene e la riversava per terra, e tirando dal suo fianco la scimitarra, prima ancora che lei potesse toccare terra, le tagliava la testa, lasciando ai giannizzeri lo spettacolo di una donna morta, che poco prima era stata la meraviglia dell'impero (Madeleine Angelique Poisson, Anedoctes ou Histoire de la maison Ottomane. Lyon 1724), ma Segur la ritiene una favola inventata per dimostrare che il sultano fosse   disposto a sacrificare tutto per i giannizzeri.

 

 

 

Augusto inizia a porre ordine nell’Ecumene

 

 

CON IL MATRIMONIO

  TRA SOFIA E IVAN III

LO SPIRITO GRECO

SI TRASFERISCE  

A MOSCA CHE DIVIENE

LA TERZA ROMA

 

 

 

I

l fratello dell’imperatore Costantino, Tommaso che si era trasferito a Roma, morendo, lasciava una figlia di none Sofia (indicata anche col nome di Zoe, che si usava cambiare durante la funzione del matrimonio, con l’impegno di seguire la religione ortodossa ), di rara bellezza, allevata sotto la saggia direzione del cardinale Bessarione, il quale si era anch’egli stabilito a Roma.

Il papa Paolo II aveva pensato di far sposare Sofia, dandole un marito degno di lei, e Bessarione aveva suggerito il  gran principe di Mosca Ivan III, il quale era rimasto vedovo della sua prima moglie (1467), la principessa Maria di Tver.

Con questo matrimonio (*), il papa pensava di risolvere due problemi; il primo era quello di liberare la Grecia dai Turchi. Il secondo era esclusivamente religioso; Sofia era stata educata nello spirito del concilio di Firenze e Bessarione riteneva che con l’interessamento di Sofia, Ivan avrebbe riconosciuto quel concilio e si sarebbe unito alla Chiesa cattolica.

Il cardinale mandava (1469) quindi a Ivan III, un messaggero Greco, di nome Giorgio

proponendogli il matrimonio con Zoe, figlia di Tommaso Paleologo, fratello dell’imperatore Costantino.

Al servizio del principe, da lungo tempo a Mosca, viveva un veneziano, che aveva abbracciato la religione ortodossa e godeva della sua fiducia, di nome Giovanni Friazin (il suo vero nome pare fosse Giovan Battista della Volpe); Bessarione aveva rintracciato un fratello e un nipote di questo confidente, e tramite costoro si  metteva in contatto col Friazin, che da questo momento si sarebbe occupato della faccenda.

Il risultato fu che tutti coloro che circondavano Ivan, i consiglieri, la madre, il metropolita, i principali bojardi, erano favorevoli al matrimonio, ritenendo favore del Cielo, che fosse mandata al sovrano una sposa tanto illustre, ramo di un albero imperiale che avrebbe fatto di Mosca una seconda Bisanzio e avrebbe trasmesso ai monarchi russi i diritti degli imperatori greci.

Il principe mandò a Roma Friazin come ambasciatore per condurre le trattative, ed egli, come detto, ortodosso, si era finto cattolico ed era stato colmato dal papa e da Bessarione, di doni, ed era tornato in Russia, col ritratto di Sofia, facendo i massimi elogi della principessa greca. 

Nel frattempo il papa Paolo II moriva (1471), ed era eletto Sisto IV (1471-1484) al quale Ivan inviava (1472) Friazin, con numeroso seguito, con una lettera pergamena, che costituiva una delle prime lettere diplomatiche, sui generis, in forma elementare del sovrano russo, da cui pendeva una bolla d’oro, e diceva che “Ivan, gran principe della Russia Bianca, percuotendosi la fronte  con la mano, fa riverenza e prega  di prestar fede agli ambasciatori”.

Il Friazin aveva fatto credere al papa che il sovrano russo aderisse al concilio fiorentino e chiedeva un legato pontificio in grado di correggere le corruttele e gli abusi  che fossero stati introdotti nella Chiesa russa. Alla Corte del papa vi erano comunque quelli che dubitavano  della fede latina del sovrano, ma il papa diceva che occorreva usare la dolcezza e la condiscendenza per ricondurre i figli traviati nel grembo della madre; per di più, il diritto canonico, i matrimoni tra cristiani e non, non li dichiarava nulli.

In ogni caso, sul presupposto che il principe avesse aderito a concilio di Firenze, il primo giugno (1472) a Roma, era celebrato con la presenza di Sofia e la procura del principe, rappresentato dal suo ambasciatore Giovanni Friazin, il loro matrimonio;  Sofia partiva  (il 24 giugno) con i ricchi doni ricevuti dal papa, accompagnata  dal suo legato  vescovo Antonio e da molti signori romani e un gran numero di greci che  non avevano accettato la dominazione turca.

Quando Sofia era a quindici verste da Mosca, il principe convocava i bojardi  e il metropolita, per stabilire l’accoglienza del legato del papa che si faceva precedere da un crocifisso latino d’argento, portato davanti a lui su un traino separato. Il metropolita Filippo, però disse al principe: “Signore, se consenti che si porti la croce davanti al vescovo latino a Mosca, soggiorno dell’ortodossia, nell’istante in cui quel prelato entrerà da una porta, io uscirò dall’alta, giacché, nell’onorare una religione straniera, si tradisce la propria” .

Il gran principe, udito ciò, mandò a dire al legato col bojardo Feodor, che dovesse nascondere la croce, a causa di altercazioni e malumori. Il legato obbediva a malincuore. E’ da dire, che Giovanni Friazin aveva biasimato la condotta del metropolita, in quanto gli ambasciatori del gran principe a Roma erano stati colmati di onori e sarebbe stato loro dovere usare gli stessi riguardi verso gli ambasciatori del papa a Mosca.   

Sofia durante il viaggio, giunta a Reval (Tallin, il 12 settembre) fu ospitata per dieci giorni dai cavalieri Portaspada e quindi,  giunta a Mosca (12 novembre) nella cattedrale, il metropolita procedeva alla benedizione col rito ortodosso;  e, lo stesso giorno era celebrato il matrimonio con Ivan, alla presenza dei principi, dei bojardi, del legato pontificio Antonio, e di un gran numero di Romani e di profughi Greci, che a Mosca speravano di trovare una seconda patria.

Il legato papale, in base alle istruzioni ricevute, chiedeva che la Russia si dichiarasse favorevole al concilio di Firenze, come avevano confermato i suoi ambasciatori; ma essendosi oramai il principe, già sposato, non ne volle più sentir parlare.

Raccontava Giovanni Markovic, che scriveva queste note, riprese da un documento del 1488:- Che il sovrano russo si qualificava fratello degli antichi imperatori di Costantinopoli, i quali stabilendosi a Costantinopoli (che diveniva la seconda Roma), avevano ceduto ai papi la città di Roma.

Il sovrano russo era zelante difensore dell’ortodossia  greca, tanto da avere in odio la Chiesa cattolica fino al punto che, quando gli chiedevano in matrimonio le sue figlie, poneva come condizione che sposandosi, non dovessero cambiare religione. 

Ivan III, primogenito di Vasilj II (1462-1505) il Cieco, era stato un ottimo sovrano che aveva posto le basi della formazione dell’impero russo;  aveva  unificato tutte le Terre russe e aveva costruìto  il Cremlino e, come abbiamo detto era molto legato alla religione ortodossa. Nel 1494 aveva assunto il titolo di autocrate di tutte le Russie e nelle sue relazioni con gli stranieri si faceva appellare czar .

Ritenendosi erede degli imperatori d’Oriente era entrato nel loro spirito e aveva adottato lo stemma dell’aquila bicipite; inoltre i Russi si erano convinti che Mosca fosse succeduta a Bisanzio, divenendo la terza Roma, come Bisanzio era stata la seconda.

La loro resistenza nella religione  era dovuta alla circostanza di possedere, essi solo, la verità; da un documento risultava che il legato del papa, avesse avuto delle discussioni teologiche col metropolita Filippo e che questi, con l’aiuto di un certo Niceta, aveva provato la verità della religione greca, mentre il legato. non sapendo cosa  opporre, aveva terminato la disputa dicendo di non avere con sé i libri per poter rispondere.

Tornando a Roma, il legato aveva riferito al papa la triste notizia che in Russia gli animi erano tutt’altro che favorevoli alla unione; anche l’appello alla crociata era rimasta inefficace. Quanto alla principessa Zoe-Sofia, invece di convertire il marito alla religione latina, era stata lei a convertirsi alla greca e, mancando alla promessa fatta al papa Sisto IV, era divenuta zelante nella religione greca (Markovic, Gli slavi e i papi, 2 Voll. Zagabria 1897).

 

 

L’UCRAINA BOMBARDATA DA PUTIN

*) Mentre scriviamo queste piacevoli storie della Russia, dalla quale sin da giovani siamo stati sempre affascinati, vi è una guerra insensata che l’attuale capo della Federazione, Vladimir Putin, da tre anni sta vergognosamente distruggendo con bombardamenti l’Ukraina, per appropriarsene.

Siamo al terzo tentativo di appropriazione di territori altrui, come ha già fatto con la Cecenia e la Georgia (oltre alla Bielorussia). Il problema è che non porta benessere, ma miseria,  affamando il suo popolo, quando avrebbe potuto far vivere la popolazione nel benessere in quanto, l’immenso territorio della federazione, che comprende undici fusi orari (gli USA ne hanno tre!), è piena di ricchezze minerarie, da poter far vivere la popolazione in un incomparabile benessere, invece di farla vivere nella miseria e malata per mancanza di assistenza sanitaria, con la consolazione dell’alcool al quale essa fa ricorso per consolazione.

Quando Putin aveva preso il potere dopo Boris Elsin, avevamo pensato che da agente del KGB, qual’era, si sarebbe evoluto, essendo normale nelle aspirazioni umane, divenendo uno “Statista” che avrebbe curato il suo Paese portandolo al passo con i tempi nel miglior modo possibile.  

L’unico personaggio chc si stava muovendo nella giusta direzione, era Mikhail Gorbaciov, ma era stato stroncato dagli USA.

Invece Putin, col tempo, non si è né maturato né sviluppato, rimanendo con la stessa mentalità dell’agente di spionaggio che era, senza progredire, pensando, a spese del suo popolo, non solo a conquistare i Paesi confinanti, ma sobillando, con i propri agenti, i Governi dei Paesi Occidentali (elezioni in Romania) e disturbando i loro programmi telematici, facendo ricorso al cyber crime o addirittura nei Paesi dell’Africa, dove acquista territori a prezzi stracciati, mandando in giro la terribile brigata Wagner, per realizzare i suoi disegni.

 

 

CONCLUSIONI:

IL PESSIMISMO DI GIBBON

E L’EREDITÀ

 DELL’ELLENISMO

DI DIEHL   

 

     .

E

dward Gibbon, nella sua “Storia della decadenza e caduta dell’impero romano”, giunto alla morte di Teodora (la seconda del 1054), aveva scritto di aver passato rapidamente in rassegna il periodo di ventotto anni (che terminava appunto con la morte di Teodora), in cui cessava  la dinastia macedone o basiliana, “concludendola con piacere, essendo stato tutto quel periodo vergognoso e distruttivo. Il popolo greco, in quel periodo” scriveva Gibbon  “era sceso al di sotto del comune livello della schiavitù, passando come un gregge da padrone a padrone secondo la scelta di due donne impotenti (Zoe e Teodora).     

Quel periodo come abbiamo visto, non era stato l'unico. Nella carrellata  dei quasi mille anni che abbiamo esaminato, ci sono passati sotto gli occhi imperatori imbelli, corrotti e cospiratori, assassini, quando non erano rozzi e ignoranti.

La cospirazione era un elemento naturale, si può dire genetico, nutrito da chiunque avesse delle aspirazioni superiori alla media. Basti pensare alla principessa Anna Comnena che pur nutrendo un grande amore per il padre, amore che addirittura le aveva ispirato l’Alessiade; nonostante tutto quell’amore, anche lei aveva cospirato contro il proprio padre,  per insediare sul trono il proprio marito, Niceforo Briennio, nonostante lo riconoscesse e gli rinfacciasse di essere un imbelle; e  malediceva il suo sesso che l’aveva privata del trono, nonostante il suo diritto di primogenitura e accusava la natura per aver dato a lei la cavità e al marito il membro virile.

A fronte di un mondo di imperatori assassini e imperatrici dissolute, dedite all'intrigo e assassine di figli e mariti, coperti di vesti, gioielli e  oro splendenti, sotto i quali si nascondevano le ambizioni, le crudeltà, le invidie, insomma tutto ciò che rappresentava la miseria umana; ma, quegli stessi imperatori pensavano a tenere alto il prestigio dell’impero, facendo costruire (un esempio lo aveva dato Andronico I, nonostante i suoi misfatti) opere pubbliche, che, come aveva scritto Niceta Coniata, erano destinate ad adeguare la città ai tempi; opere che davano  grandezza e splendore all’impero.

Al contrario, Charles Diehl, aveva visto il lato positivo che Bisanzio aveva offerto al mondo europeo, nella sua esistenza millenaria, esaminando per primo, l’aspetto  politico che per lungo tempo era stato campione della cristianità, contro l’Islam; e, tra l’VIII e XImo secolo, aveva opposto la sua tenace resistenza all’assalto degli Arabi; e aveva poi ritardato e indebolito quello dei Turchi.

Nell’ordine delle cose intellettuali, scriveva Diehl, Bisanzio era stata per lungo tempo difensore della civilizzazione, contro la barbarie; e, nei limiti dell’impero greco, si sono conservate e sviluppate le tradizioni del mondo antico ed era fiorita una civilizzazione che può essere stata la più brillante e la più raffinata che il medioevo avesse conosciuto.

Bisanzio, aggiungeva Diehl,  era stata l’educatrice dell’Oriente slavo e arabo: mentre dalla sua scuola l’Occidente aveva appreso tanto, che nel XVmo secolo, era stato illuminato dalla fiamma della Rinascenza. Ma non è tutto. Quando Bisanzio era caduta e quando aveva cessato di esistere come impero, essa continuò a esercitare nel mondo Orientale un’influenza tanto potente, da esercitarla ancora oggi.

Dall’estremità della Grecia, al fondo della Russia, tutti i popoli dell’Europa orientale, Turchi e Greci, Serbi e Bulgari, Romeni e  Russi, scriveva Diehl, hanno conservato il vivo ricordo e raccolto le tradizioni della Bisanzio scomparsa. E da questa vecchia storia lontana, molto mal conosciuta, un poco dimenticata, non è, come si crede troppo volentieri, una cosa morta; essa ha lasciato fino al nostro tempo, delle tracce profonde, incontestabili, nel movimento delle idee e nelle ambizioni della politica.

Diehl, prosegue il capitolo, con i paragrafi che seguono

 

BISANZIO E I TURCHI.

Quando i Turchi, con la presa di Bisanzio, avevano eliminato l’impero bizantino, essi non ereditarono solo i territori sui quali  avevano regnato gli imperatori e della potenza che essi avevano esercitato. Questi rudi soldati avevano preso ben altro alla monarchia che sembrava avessero annientato. I Turchi non erano né amministratori, né giuristi; essi si intendevano poco della scienza politica. Essi modellarono quindi  gran parte delle loro istituzioni di Stato e la loro organizzazione amministrativa  su ciò che offriva loro Bisanzio.

La pomposa etichetta di cui si circondarono i sovrani Turchi del XVImo e XVIImo secolo aveva tutte le complicazioni minuziose del cerimoniale bizantino e il sultano , come era stato detto giustamente, non era che un imperatore musulmano. Attorno a lui la gerarchia di funzionari, come l’aveva costituita Maometto II nel Kanoun-Nameh, richiamava curiosamente, gli usi dell’impero greco. E Diehl ricorda:  Niente somiglia di più, aveva scritto Rambaud, ai due domestici delle scuole d’Oriente e d’Occidente dei due beylerbegs d’Anatolia e di Romelia, al gran domestico,  del gran visir; al megaduca, del capitan pacha; al gran logoteta, del  reis-effendi: agli altri logoteti, dei desterdas; al segretario imperiale, del nichandji”. “E’ da credere”, precisava Diehl, “che nelle province i sandjaks ottomani, corrispondessero esattamente agli antichi themi bizantini; i beg del saldjak, allo stratega del tema e che gli Ottomani  conservarono i quadri che legavano l’amministrazione imperiale.

Ci si può chiedere, prosegue Diehl, in quale misura i Turchi si ispirarono  alla istituzione dei feudi militari, sui quali Bisanzio fondava le sue armate. E’ certo che questi feudi avessero i loro analoghi, nei timars e ziams, feudi degli spahis.

Come aveva detto Zacharia de Lighenthal, prosegue Diehl, sarebbe un errore completo considerare le condizioni giuridiche ufficiali che s’incontrano nell’impero ottomano, come il prodotto di creazione,  specificamente turche; è incontestabile che sussistette per lungo tempo nelle istituzioni,  l’uso nell’Islam, molto più di quel che si pensi delle tradizioni bizantine.

I Turchi, d’altra parte, avevano bisogno di amministratori e diplomatici; essi ne trovarono in gran numero tra i vinti: certamente essi rimanevano cristiani, ma se si convertivano  all’Islam, la loro fortuna era assicurata.

Il sultano sceglieva volentieri gli alti funzionari tra i giovani di nascita cristiana, convertiti per forza all’islam ed entrati nella domesticità del palazzo; era stato rilevato da Hammer, all’epoca di Osmanlis, che bastava essere cristiano per raggiungere le più alte dignità dell’impero e su quarantotto gran-vizirs, dodici solamente erano figli di musulmani, gli altri erano Albanesi, Bosniaci, Dalmati, Croati e Greci e tra costoro i Turchi proseguivano la tradizione di Bisanzio continuando a impiegare i vinti. Non solo, ma i sultani chiedevano a chi rimaneva delle antiche famiglie della nobiltà bizantina, di fornire funzionari che avrebbero occupato i ranghi ministeriali. 

 

BISANZIO E L’ELLENISMO.

Bisanzio, vinta, osservava la sua influenza sui suoi vincitori; la osservava - con un vantaggio che era pieno di conseguenze - sui popoli balcanici che, come è stato detto, le erano soggetti e che nello stesso tempo erano sottomessi all’Islam . Se nell’Oriente conquistato dai Turchi, scriveva Diehl,  si sono conservati la lingua e la cultura ellenica; se i cristiani della penisola dei Balcani, hanno guardato la coscienza della loro nazionalità, il merito appartiene interamente alla Chiesa ortodossa, erede continuatrice della tradizione di Bisanzio.

Quando l’impero scomparve, i Turchi non si preoccuparono molto di avvicinarsi ai  cristiani; Maometto II aveva loro permesso il libero esercizio del loro culto e la conservazione dei loro beni, ma li aveva esclusi dalla partecipazione alle funzioni e alla vita pubblica; e purché pagassero le pesanti imposte alle quali li sottomise, per il resto egli si disinteressò di loro quasi completamente.

I cristiani, nello Stato musulmano, vivevano come estranei; essi formarono ciò che l’amministrazione turca chiamava roum-milletti, la nazione bizantina, e di questa nazione il sultano aveva assegnato il governo al patriarca ecumenico;  nominando Gennadios, Maometto aveva accordato alla Chiesa ortodossa di mantenere la propria gerarchia e i privilegi che erano stati accordati dagli imperatori bizantini; con la possibilità di riorganizzare la Chiesa sulle basi del vecchio diritto bizantino, il patriarca diveniva a un tempo capo religioso e politico del suo popolo.

La Chiesa ebbe anche i suoi tribunali che non tardarono a giudicare i processi tra cristiani. La Chiesa ebbe anche le sue scuole,  che a seguito di una legge ottomana, il patriarca con i suoi vescovi, potevano istituire e governare; e con questo potere dato al patriarca, egli poteva apparire come il successore dell’imperatore. Egli ereditava infatti non solo il prestigio esteriore, ma una parte del suo potere reale e dal suo palazzo del Phanar, egli governava l’insieme delle Chiese cristiane, greche o slave che esistevano nell’impero ottomano.

Così, nel mondo cristiano sottomesso all’Islam, la Chiesa giocava un ruolo essenziale; essa costituiva l’arca santa, che conservava, con la fede cristiana, la lingua, la tradizione e la nazionalità ellenica.

Nelle scuole che aveva aperto e nella “grande scuola della nazione” che il patriarca Gennadios aveva costituito al Phanar, e nelle scuole che poco a poco su disposizione del Santo sinodo, i vescovi istituirono nelle loro diocesi, che apparivano così elementari e così povere per l’insegnamento; ma in effetti fu cosa grossa di conseguenze,  per aver offerto l’insegnamento del greco, tanto che nel XVIIImo secolo questa ammirabile opera scolastica, si sviluppava e fortificava e la Chiesa ortodossa trovava uno strumento incomparabile per mantenere l’ellenismo nell’impero dei sultani e per conservare ai Greci la coscienza della loro nazionalità.

Ma non fu solamente ai Greci che la chiesa ortodossa aveva reso questo servizio; ai Serbi, ai Bulgari, ai Romeni, messi sotto la propria autorità, essa aveva offerto parallelamente, nella comunità religiosa, l'asilo dove si proteggeva la loro nazionalità.  Senza dubbio i prelati phanarioti, messi alla testa della Chiesa avevano avuto delle deficienze che non è il caso negare; essi furono intriganti, oppressori, avidi, e corrotti; essi amministravano sovente con una singolare inettitudine la popolazione non greca che era stata loro confidata e l’estrema ignoranza del basso clero indigeno, aggravava ancora gli inconvenienti  della condotta dell’alto clero. Pertanto, malgrado gli odi legittimi sollevati spesso dai vescovi phanarioti, malgrado le tendenze troppo esclusivamente elleniche che nel XVII e XVIIImo secolo, sopratutto avevano apportato nel loro governo, non vi è dubbio che la Chiesa ortodossa abbia reso immensi servizi alle nazioni cristiane dei Balcani.

Durante quattro secoli, nell’Oriente balcanico, la Chiesa ortodossa ha mantenuto il patriottismo cristiano, e alla sua ombra si è preparato  durante il XVIIImo secolo il gran movimento, da cui è uscito, all’alba del XIXmo secolo il risveglio della nazionalità oppressa e la loro indipendenza.

Il 4 Aprile 1821 l’arcivescovo di Patrasso, Germanos, proclamava l’insurrezione contro i Turchi e faceva giurare al popolo riunito, di combattere per la patria e per la religione. E il governo ottomano era venuto così bene a conoscenza di tutto ciò che la Chiesa ortodossa aveva ottenuto, con l’inatteso risveglio nazionalista cristiano, che le prime vittime colpite dalla sua vendetta, furono il patriarca di Costantinopoli, impiccato (22 Aprile 1821) alla porta della sua cattedrale e molti dei metropoliti.  

Già una volta i popoli balcanici avevano seguito la vita politica sotto l’influenza di Bisanzio. Ed era a Bisanzio che essi dovevano la loro resurrezione, a questa Chiesa ortodossa erede delle tradizioni dell’impero e che, più preoccupata di servire la causa nazionale che la fede, aveva associato strettamente nelle anime e fatto fruttificare l’idea della religione e l’idea della nazionalità.

 

BISANZIO E LA RUSSIA.

Ma, non era stato soltanto nei Balcani che sussisteva, durate i secoli che seguirono la conquista turca, l’influenza di Bisanzio, riferisce Diehl. Essa si è conservata  e più potente forse ai limiti del potere imperiale, di quella Russia di cui Bisanzio, nell’XImo secolo era stata l’educatrice e dove la tradizione bizantina era stata il fondamento dello Stato e della vita nazionale.

Quando l’impero bizantino era crollato, i Greci affluirono a Mosca, come erano affluiti in Italia; Ivan III aveva aperto la Russia a tutti gli emigrati che affluivano dal mondo greco; ed essi fornirono uomini di Stato e diplomatici, ingegneri, artisti, teologi. Essi portarono manoscritti greci, preziosa eredità della civilizzazione antica; e da essa, parallelamente alla grande Rinascenza occidentale, un’altra Rinascenza era fiorita nel Nord.

Ma era stato sopratutto con il matrimonio di Ivan III con Sofia, l’ultima dei Paleologhi (1472) che la Russia diveniva erede politica di Bisanzio, facendo con l’aquila a due teste bizantina, le nuove armi del suo regno; il gran-principe di Mosca, si proclamava chiaramente l’erede degli imperatori greci e stabiliva l’intenzione che la sua capitale succedesse a Bisanzio, come questa era succeduta a Roma. E così bene, nella cinta del Cremlino, come in quella del Palazzo-Sacro, le chiese e i monasteri si elevarono a fianco delle caserme e dei palazzi e ciò che resta dell’abitazione iniziale costruita nel 1487, ricorda eternamente l’aspetto e la decorazione della residenza imperiale bizantina,

Allo stesso modo, il curioso libro denominato Domostroi (*) composto verso nel XVImo secolo, mostra tutta una società somigliante a quella bizantina, professando una saggezza analoga a alla saggezza di Cecaumenos.

Un secolo più tardi, infine, quando nel 1589 Boris Godunov creava il patriarcato di Mosca, la Russia, con questo nuovo atto sembrava rivendicare l’eredità religiosa di Bisanzio e aspirare a prendere alla testa dell’ortodossia, il posto di Costantinopoli profanato dai musulmani.

Giammai, la Russia degli zars ha dimenticato le ambizioni che imponevano questa eredità, non lasciando alterare l’impronta che le aveva lasciato l’educazione bizantina. In questi ultimi anni, a voler prendere qualche idea del mondo bizantino, è verso la Corte di San Pietroburgo e verso il Cremlino di Mosca  che conviene rivolgere gli occhi. In nessuna parte, meglio che nella Russia degli zars, si è conservata l’immagine vivente di Bisanzio scomparsa.

La concezione del potere imperiale, procedeva direttamente dalla concezione bizantina; “Lo zar”, diceva Diehl, aveva scritto Leroy-Beaulieu, “è l’unto del Signore, messo dalla mano divina a guardia e sotto la direzione del popolo cristiano”. Egli è, agli occhi del popolo il luogotenente di Dio sulla Terra; e quando al Cremlino, nell’Ouspenski Sobor, egli riceve con la cura della Chiesa, e secondo il rito di Bisanzio, la santa unzione, egli diviene per questo il padrone assoluto e il supremo rappresentante dell’ortodossia.

Titolare dell’autocrazia, un’etichetta complicata ricorda tutte le abitudini e tutte le pompe del cerimoniale bizantino; nella Russia del XVI e XVIImo secolo, le cerimonie solenni, le udienze degli ambasciatori, evocano a Palazzo, tutto lo splendore del lusso bizantino e mostrano lo stesso sfoggio di tappezzeria e d’oreficeria preziosa, la stessa disposizione uniforme attorno al trono dello zar e finanche il leone meccanico che ruggiva in maniera formidabile, e così le stesse formule servili di sottomissione e le stesse prosternazioni davanti al capo.

Fino al XX secolo, la Corte russa osservava strettamente questa etichetta e le sue feste, nel decoro del Cremlino, osservavano nettamente l’impronta bizantina; e sopratutto, come a Bisanzio, in uno Stato in cui tutto dipendeva dal favore del principe, la Corte aveva preso e osservato un posto preponderante, esercitando un’ imperiosa attrazione su coloro che cercavano un impiego, la ricchezza o l’influenza. Ugualmente come a Bisanzio, la Chiesa russa era messa in stretta dipendenza con lo Stato; non senza dubbio che lo zar fosse, come alle volte si può pensare, una sorta di papa nazionale; gli zar furono raramente dei teologi come lo furono gli imperatori e non si erano mai ingeriti in questioni di dogma e disciplina: la Chiesa russa  non era stata che Chiesa di Stato  e di Stato autocratico;  felicemente di essere onorata da uno zar ortodosso”, essa aveva accettato con gioia questa subordinazione, “lontano dal rivoltarsi contro il potere supremo, si era fatta un merito di mostrarsi umile e sottomessa”.

 L’autorità dello zar su di essa, era aumentato quando Pietro il Grande aveva soppresso il patriarcato. “Il popolo”, aveva scritto lo zar, “si è abituato a considerare  in tutte le cose, meno l’autocrate che il pastore supremo, per prendere partito per il secondo contro il primo, immaginandosi di abbracciare la causa di Dio”. Per questo Pietro non volle accanto al trono imperiale che vi fosse un posto per il trono patriarcale, e in conseguenza, su questo punto lo zar ripiegava sull’autocrate bizantino.

Alla stessa maniera si era proceduto per l’impostazione della pubblica  amministrazione; come a Bisanzio, la nobiltà russa si era completamente aperta alle famiglie di origine straniera nel governo degli zar, era rivolta a impiegare gli uomini più considerevoli dei popoli che aveva sottomesso.

Come era stato per gli imperatori, gli zar avevano avuto al loro servizio Georgiani, Armeni, Baltici, Polacchi, Turcomanni dei quali i nomi appena russificati ne attestavano chiaramente l’origine; essi avevano avuto le stesse cure che Bisanzio aveva avuto di assimilare i vinti e questi, la stessa abilità ad adeguarsi. E quindi in questa monarchia, come nell’impero greco, la burocrazia aveva grande spazio nell’organizzazione amministrativa e sembrava ricalcata sul modello bizantino: i quattordici gradi del tchin  (**) in cui Pietro il Grande aveva inquadrato il mondo burocratico russo, con la classificazione delle dignità del Sacro Palazzo.

Proclamandosi eredi degli imperatori bizantini, gli zars accettavano un doppio compito, quello di proteggere in tutto l’Oriente i cristiani e quello (assurdo! ndr.) di preparare la rivincita del 1453; ma essi erano venuti meno ad ambedue i compiti sebbene l’aspirazione degli zars fosse stata quella della conquista di Costantinopoli e cingere la corona in Santa Sofia.

 

 

 

*) Il Donostroi (in francese “Le menagier” - L’amministrazione (dal greco oikonomos=amministrazione della casa); la sua traduzione francese di E. Duchesne è del 1910; pubblicato da Sellerio nel 1988, 136 pag., col titolo  Domostroj ovvero la felicità domestica”.

Il testo è un monumento letterario, scritto  dal pope Silvestro, precettore e consigliere di Ivan IV il Terribile, nel XVImo secolo;  sotto l’apparenza morale e didattica, è un pittoresco quadro della vita sociale praticata da una famiglia di boiari o ricchi mercanti. Nell’ambito della famiglia, il padre rappresenta la figura principale, e, come l’abate nel monastero, la sua autorità è assoluta. Il trattato fa innanzitutto riferimento alla religione, come lo può fare un pope  ad essa molto legato, e quindi tratta minutamente della fede, dei misteri, e dei sacramenti; poi tratta dei doveri del padre verso i figli e dei doveri di costoro, con le relative pene corporali; della sposa, dei servitori, del modo di segnalare i malati, delle occupazioni della padrona di casa; vi sono pagine istruttive sulla vita domestica, sulla tenuta della casa, sull’alimentazione. In pratica, il testo (recensito in riviste francesi) inizia come un trattato morale e finisce come un cuciniere borghese; la lettura è interessante e istruttiva, dal momento  che ci mostra la vita in Russia nel XVImo secolo, vale a dire agli inizi di quando cominciava a svilupparsi.

**) I quattordici gradi del tchin (rang), istituiti in Russia da Pietro il Grande, costituivano un sistema di classificazione delle carriere civili e militari, basato sul merito e sull'anzianità di servizio.  Questo sistema, introdotto nel 1722, mirava a modernizzare la burocrazia russa e a creare un'amministrazione efficiente, rompendo con i tradizionali privilegi nobiliari.

 

 

BISANZIO E LE AMBIZIONI DEI BALCANI.

Ma non era solo sulla Russia che Santa Sofia esercitasse una possente attrazione; tutti i popoli che il XIXmo secolo erano sorti nella penisola dei Balcani, Greci, Serbi, Bulgari e Romeni, volgevano gli occhi verso la Grande Chiesa, come verso la metropoli dell’ortodossia. Le giovani nazioni balcaniche aspiravano all’eredità di Bisanzio e trovavano nella storia dell’impero greco il titolo legittimo che giustificava la loro ambizione.

Durante tutto il medioevo, si sa che gli stati che si ingrandirono accanto a Bisanzio nella penisola balcanica, avevano cercato a turno, di conquistare  l’egemonia, e per questo, di assicurarsi il possesso di Costantinopoli. Era stata l’ambizione dell’impero bulgaro che nel Xmo secolo, nelle possenti mani degli zars Simeone e Samuele si erano estesi dai bordi del Danubio alle rive dell’Adriatico e fino all’impero della Tessaglia: e poco era mancato nel 924, che Bisanzio non ne divenisse la capitale.

Era stata, nel XIIImo secolo, l’ambizione del secondo impero bulgaro, che sotto gli Asen, si era estesa dal Mar Nero all’Adriatico e al mar Egeo; ed era mancato poco che nel 1228 uno zar bulgaro non regnasse su Costantinopoli. E così, era stato nel XIVmo secolo, che l’ambizione del grande impero serbo fondato da Stefano Douchan, della Grande Serbia che per un certo tempo, aveva posseduto tutta la Macedonia occidentale, l’Albania, l’Epiro, la Tessaglia, la Bosnia, il litorale Adriatico; ed era  mancato poco se nel 1355 uno zar serbo non entrasse, vincitore a Bisanzio.

Da tanti sogni accarezzati, da tante ambizioni realizzate, scrive Diehl, il ricordo non si è più affacciato. Se la Serbia ha rinunciato a tutte le pretese su Costantinopoli e non rivendica che la metà occidentale della penisola balcanica, la Bulgaria, dopo la sua ripresa, aveva segretamente orientato verso il Bosforo,  le aspre aspirazioni della sua politica, Lo zar Ferdinando aveva sognato spesso di mettere sulla sua testa, sotto le volte di Santa Sofia, la corona imperiale, come aveva fatto Simeone, suo lontano predecessore ”zar e autocrate dei Bulgari e dei Greci”.

Nella guerra balcanica del 1912-1913, Costantinopoli era stata certamente l’oggetto preciso delle ambizioni della Bulgaria; e se le minacce russe erano allora arretrate davanti alle linee della Tchataldja (distretto di Istambul (*)), le sue armi vittoriose avevano interdetto Costantinopoli, si può credere - e gli avvenimenti del 1915 lo hanno sufficientemente mostrato -  che l’anima rancorosa di Ferdinando, non  aveva potuto dimenticare  questa delusione, né perdonarla a chi gliel’aveva inflitta,  

La Grecia, infine, si considera volentieri l’erede di Bisanzio, più legittima che non lo siano i popoli slavi; essa non ha dimenticato la leggenda che un giorno in Santa Sofia il prete greco proseguirà la messa che nella Grande chiesa era stata interrotta dai Turchi nel 1453.

Diehl, conclude scrivendo che dopo quattro secoli e mezzo l’impero bizantino è scomparso, ma il suo ricordo sussiste ineffabile e forte, e per i diversi popoli che hanno raccolto la sua eredità, la sua storia -  questa storia che ci sembra morta -  contiene sempre delle promesse e dei pegni per l’avvenire. (Charles Diehl, Bysance, grandeur et décadence, Paris, 1919).

Inutile dire che Diehl ha soddisfatto pienamente le mie intenzioni,nel senso che,  poiché credo in uno “spirito del popolo” di carattere generale (che non ha niente a che vedere con l’anima umana), come ho sostenuto nell’art. Stato e spirito del popolo secondo Shelling ed Hegel (in Schede F.) ed ho sostenuto che lo spirito bizantino si era trasferito in Russia, quanto scritto da Diehl, ha soddisfatto pienamente quanto da me desiderato.

 

POSTILLA: I Balcani  (abitanti: 55mil.), da secoli in fermento, eternamente instabili, dopo la feroce guerra degli anni novanta, nonostante la loro richiesta di entrare nella U.E. (che non sta andando da nessuna parte a causa dei nazionalismi dei 27 Paesi che la compongono), non si sono ancora uniformati, perché le diverse popolazioni che si combattono dal medioevo,  sono divise non solo dalle etnie, ma dalle componenti religiose (cristiana, ortodossa, musulmana e protestante), e sembra difficile che riescano a trovare il modo di unirsi e vivere in pace; le rivendicazioni di strisce di territori rendono più complessa la situazione e non hanno mai fine.

Ciò che  ci sembra non  li renda idonei a un ingresso nella U.E., sebbene nel frattempo siano lautamente finanziati (con sperpero di danaro U.E.), per elevarli al grado di sviluppo dei Paesi U.E., è che essi non mostrino un minimo di riconoscenza per i benefici ricevuti, in quanto continuano (come fa la Serbia) a propendere verso la Russia (oltre che verso la Cina e Turchia) che con i bombardamenti operati da Putin, come abbiamo scritto in altra nota, sta distruggendo l’Ucraina, sostenuta dalla U.E. .

 

 

*) Durante le guerre balcaniche del 1912 e 1913, l’armata ottomana aveva  mandato contro l’armata bulgara, alla  prima e seconda battaglia di Tchataldja.

 

 

 

FINE