L’imperatore Alessio che aveva chiesto l’aiuto

dei Veneziani benedetto da Cristo

Miniatura -Vaticano

 

 

 

    I MILLE ANNI

 DELL’IMPERO BIZANTINO

TRA INTRIGHI

 COMPLOTTI E COLPI DI STATO

 

MICHELE E. PUGLIA

 

CAP  X

 

L’IMPERO DEI PALEOLOGHI

 E LA CADUTA DI COSTANTINOPOLI

 

 

SOMMARIO: IL SECONDO IMPERO GRECO DOMINATO DAI PALEOLOGHI LE PREDIZIONI DI TORNICE E LA RIVOLTA DEL VESPRO (In Nota: I Catalani); INCOMINCIA AD AVVERARSI LA PREDIZIONE DI TORNICE CON LE PRIME CONQUISTE DI OTHMAN LA FAMA EI CATALANI; MORTE DI MICHELE FIGLIO DI ANDRONICO II CONTRASTI TRA L’AVO E IL NIPOTE;  IL GIOVANE ANDRONICO PRENDE CON LA FORZA LE REDINI DEL POTERE; MORTE DELL’IMPERATORE ANDRONICO III CANTACUZENO ASSUME LE REDINI DEL GOVERNO; CANTACUZENO RINUNZIA AL TRONO E SI RITIRA IN CONVENTO GLI OTTOMANI AVANZANO A ORCAHN SUCCEDE MURAD I SUE CONQUISTE; IL NUOVO SULTANO BAJAZET  PROSEGUE NELLE CONQUISTE SUE CRUDELTA’ L’IMPERATORE MANUELE SUO VASSALLO; ARRIVA TAMERLANO PIU’ FEROCE DI BAJAZET FATTO PRIGIONIERO LA BATTAGLIA NAVALE DI PRADE DURANTE IL REGNO DI MANUELE;  GIOVANNI II PALEOLOGO GOVERNA DA SOLO SUA PARTECIPAZIONE AL CONCILIO DI FERRARA SCANDEBERG SCONFIGGE MURAD; DOPO IL TRATTATO DI SEGEDINO IL LEGATO DEL PAPA CREA I PRESUPPOSTI DELLA BATTAGLIA DI VARNA MORTE DI GIOVANNI PALEOLOGO.

 

 

 

   IL SECONDO

 IMPERO GRECO

DOMINATO DAI PALEOLOGHI

LE PREDIZIONI

DI TORNICE

E LA RIVOLTA DEL VESPRO

 

 

 

U

n Greco era corso da Eulogia, sorella dell’imperatore Michele, per riferirle la presa di Costantinopoli (1261); lei correva dal fratello per informarlo, ma Michele quando la notizia gli era stata comunicata, la ritenne una impostura; impossibile che una città così forte, così popolata, difesa da tanti bravi cavalieri, fosse stata presa senza sforzi, da ottocento cavalieri mandati in avanscoperta e che avessero potuto abbattere l’impero dei Latini.

Il corriere non aveva lettere del generale Strategopulo e Michele lo faceva trattenere in custodia, promettendogli che, se avesse detto la verità, sarebbe stato ricompensato; nel  caso avesse raccontato una favola, la morte sarebbe stata la sua punizione.

La notizia alla fine, era confermata e arrivavano i dispacci e all’imperatore era presentata la corona, il manto e gli ornamenti di Baldovino; alla sorpresa, era seguita la gioia generale; quanto più il trionfo era inaspettato, tanto maggiori erano stati i trasporti della Corte, dei grandi, del popolo e dell’esercito.

Nella comune esaltazione, solo il vecchio e venerabile Tornice taceva, sospirava e piangeva; tutti si meravigliarono di questa sua tristezza ed egli diceva: “vedo questa vostra gloria, come la capitale e il lusso e i piaceri che corrompono l’imperatore e indeboliscono i nostri prodi; un vile riposo seguirà la vostra onorevole attività e vedo che i Turchi si impadroniranno delle montagne e diventeranno pure signori di Costantinopoli; è la funesta sorte degli imperi”.

Michele Paleologo, signore dell’impero per un capriccio della fortuna, era divenuto padrone dell’impero e si preparava ad entrare solennemente nella capitale conquistata;  e, attribuendo la conquista a un miracolo, vi entrava in processione, facendosi precedere dall’immagine della Vergine, che si diceva dipinta da san Luca e, anziché procedere in trionfo, precedeva il corteo a piedi nudi, senza aver indossato alcun ornamento imperiale.

Quando l’imperatore giungeva al palazzo, lo trovava ridotto a un ammasso di degradazione e sudiciume; dappertutto vi erano tracce della barbarie subentrata alla civile eleganza che aveva preceduto i Latini.

La loro fuga aveva creato una specie di rivoluzione in quanto tutti i vecchi proprietari delle case e delle terre perdute, erano rientrati nel possesso dei loro beni; erano rimasti, in ogni caso, i mercanti genovesi, veneziani e pisani che costituivano un corpo di nazione, con i loro baili o consoli; era stato richiamato il vecchio patriarca Arsenio, precedentemente deposto dall’imperatore, che aveva premiato Strategopulo col titolo di Cesare, consentendogli di portare la corona di gemme e il suo nome era stato aggiunto, nelle preghiere a quello dell’imperatore, incoronato per la seconda volta.

Ma Paleologo si era comportato da barbaro e ingrato per aver fatto accecare il giovane imperatore Giovanni Lascari, che era stato rinchiuso nel castello di Dacibizde, dove terminava i suoi giorni; qualsiasi segno di critica pubblica era stata ridotta al silenzio; e ogni accenno di lamentela era punito per delitto di lesa maestà;  l’imperatore aveva fatto tagliare il naso a un giovane di nome Olobolo, compagno d’infanzia di Lascari, che aveva lasciato trasparire il suo giusto dolore per la disgrazia occorsa all’amico.

L’unico a manifestare un fermo coraggio era stato il patriarca Arsenio che aveva convocato i vescovi  e aveva detto loro: poiché i magistrati, i cittadini, i soldati non compiono il loro dovere, fate voi il vostro; vendicate l’imperatore; e si era preparato a scomunicarlo.

Michele, o domato dalla coscienza, o spinto dalla politica, si era sottomesso all’anatema e, dopo aver tentato tutte le vie per ottenere da Arsenio la riconciliazione, gli si presenta di persona e offriva di deporre la corona ai suoi piedi, piuttosto che rimanere escluso dalla comunione. Per conferma gli presentava la spada e il patriarca stendeva la mano per prenderla, ma  l’imperatore si  ritraeva, come se Arsenio volesse togliergli la vita; ma poi si placava e gli si gettava ai piedi chiedendo nuovamente perdono; il patriarca, senza ascoltarlo, lo metteva alla porta.

Michele però mandava ambasciatori dal papa Urbano IV, per proseguire nella trattativa dell’unione delle due Chiese, richiesta che aveva già presentato al momento della sua assunzione all’impero, e non ancora gli era giunta la  riposta.

La conquista di Costantinopoli liberava l’impero solo di una parte dei problemi; ma cinquant’anni di dominio dei Latini, avevano aperto molte piaghe, impossibili da sanare.

In tutta l’Asia si vedevano molti signori che si erano fatti padroni di città e oppressori di popoli: le coste del Ponto Eusino obbedivano all’imperatore di Trebisonda; l’Epiro aveva un potente despota; vi erano i principi di Acaia, di Tessaglia, i duchi di Atene e di Corinto che si dividevano la Grecia; il sistema feudale aveva cambiato i costumi; l’erario non trovava più sussidi; difficilmente si facevano leve per l’esercito; l’impero non era uniforme ed era interamente frazionato. 

Prima cura dell’imperatore era stato quello di mandare Strategopulo con l’esercito in Epiro; la fortuna lo aveva abbandonato ed era stato battuto e preso, il despota lo aveva consegnato a Manfredi re di Sicilia, suo genero.

Anna, sorella di questo monarca e vedova di Vataze, era prigioniera di Paleologo, al quale aveva ispirato un amore violento; Michele che non sapeva frenare le passioni, voleva sposarla e separarsi della moglie Teodora. sebbene madre di sette figli, ma aveva trovato nella fermezza del patriarca un ostacolo che non poté superare. Arsenio si era opposto al divorzio e Michele fu costretto a rimandare Anna in Sicilia e in cambio, era stato restituito Strategopulo; il vescovo Arsenio sarà deposto, ma con i suoi sostenitori si formerà uno scisma che costituirà una pericolosa fazione nella Chiesa.

Frattanto, Baldovino, portato più a mendicare che a governare, continuava ad andare in giro per l’Europa, invocando la protezione dei  principi regnanti, sostenuto dal  papa Urbano IV che invocava una nuova crociata in quanto l’ultima, condotta da san Luigi, non aveva avuto alcun esito, a causa della sua morte.

I Veneziani che parevano i più disposti a scendere in campo , armarono le loro navi e anche il principe di Acaia aveva dichiarato guerra, ma Michele aveva fatto sapere al papa che accettava l’unione e il papa aveva proibito ai Veneziani e a Villeharduin di  continuare la guerra.

Venezia, inoltre  era in guerra con i Genovesi, alleati di Paleologo il quale ritenne di obbedire al papa e rompendo l’alleanza con Genova, concludeva la pace con Venezia. Il principe d’Acaia, Villeharduin, privo dell’appoggio veneziano, fu sconfitto da Paleologo e tenuto in carcere, dove morì; lasciava una figlia che  sposava il secondo figlio di Carlo d’Angiò re di Sicilia, che ereditava le pretese sul principato d’Acaia (e saranno molte le famiglie reali che si fregeranno di quel titolo!).

Giovanni Paleologo, fratello dell’imperatore, esperto e prode guerriero, devastava l’Epiro e il despota dopo essersi sottomesso, moriva, mandando il figlio a Costantinopoli come ostaggio.

L’impero era circondato da barbari bellicosi che Paleologo cercava di tenere divisi e aveva concluso un’alleanza con Nogaja, can dei Tartari e con il sultano d’Egitto che diveniva sempre più potente e aveva costituito una nuova milizia di Mamelucchi, che, come i  giannizzeri (creati da Murad)), erano ragazzi cristiani fatti prigionieri  e riconvertiti musulmani, che presi da fanatismo per la nuova fede, combattevano con ardimento; ma era stato prima il padre Orchan a creare gli sphais, che si distinguevano dai giannizzeri per essere più privilegiati, in quanto potevano avere la proprietà di terreni.

I cristiani in Oriente si stavano abituando all’idea che era meglio passare dalla parte dei musulmani; l’anarchia dell’impero, il lusso della capitale, l’avidità dei grandi, le concussioni dei governatori, opprimevano e scoraggiavano la popolazione allettata dalla dolcezza del giogo musulmano; ad essi era corrisposto solo  un limitato tributo e prendendo il turbante si godevano, in fatto di morale, tutte le libertà concesse dal Corano e negate dal Vangelo. Il prodigioso accrescimento degli eserciti saraceno, turco e tartaro era la prova evidente dell’accrescimento del proselitismo musulmano.

Le province dell’Asia erano coperte di rovina e si erano spopolate; tutti coloro che possedevano i poderi dello Stato, li abbandonavano; i bisogni della capitale assorbivano le ricchezze dell’impero e si vedevano incombere le sinistre predizioni di Tornice.

L’imperatore aveva nominato patriarca Germano, vescovo di Adrianopoli, ma ne era rimasto scontento e in sua sostituzione, aveva nominato un sacerdote  e cortigiano, Giuseppe, che assolveva tutti i suoi misfatti e aveva suscitato il risentimento dei sostenitori di Arsenio, che avevano tramato una congiura per assassinare l’imperatore; ma la macchinazione finiva per essere scoperta (1268).

L’anno seguente (1269) un terribile terremoto distruggeva l’intera  città di Durazzo, rimanendo in piedi la sola cittadella che aveva costruzioni più solide.

L’imperatore intanto faceva sposare il suo primogenito, Andronico, con la figlia di Stefano V d’Ungheria (1271), e una figlia sposava il re dei Bulgari.

Baldovino terminava la sua vita errabonda, cessando di vivere (1274) a cinquantacinque anni, lasciando all’unico figlio Filippo, il vano titolo di imperatore di Costantinopoli, trasmesso alla sua unica figlia Caterina Courtenay; anche Arsenio moriva.   

Il papa a Lione  aveva fissato per il mese di maggio, in quella città, il concilio, al quale Michele mandava  cinque rappresentanti, con ricchi doni per il papa; mentre il patriarca Giuseppe che era contrario alla riunione, si ritirava nel monastero di Periblepto, sostituito dal patriarca Germano.

Partivano quindi, per recarsi al concilio, il patriarca Germano, Teofano, vescovo di Nicea, il logoteta Giorgio Agropolita, Panarete, gran maestro del guardaroba e l’interprete Berreato. Si imbarcavano su due vascelli, andando incontro a una violenta tempesta e mentre quelli dell’altro vascello, che si era fracassato su una spiaggia, erano periti tutti e si erano persi i magnifici doni per il papa; giungevano a destinazione quelli dell’altro vascello che portava Germano, Teofane e l’Acropolita che arrivavano il giorno di san Giovanni, quando il concilio era già iniziato; Germano mostrava la lettera dell’imperatore e un’altra lettera del figlio Andronico, associato al trono.

I Greci (per i quali lo Spirito Santo procedeva dal Padre, per (attraverso) il Figlio, con evidente subordinazione), riconoscevano la supremazia del papa e quindi si adeguavano ai Latini e per tre volte, era stato ripetuto  che “lo Spirito Santo procedeva dal Padre e dal Figlio” appunto, “filio-que (con evidente parità)”.

Ma quando la deputazione era rientrata a Costantinopoli, si erano avuti dei tumulti e il patriarca Giuseppe che si era accordato con l’imperatore prima di recarsi a Lione, aveva mostrato di non essere disposto a rinunciare alla sua dignità; si tenne una riunione di prelati (1275) e fu provato che Giuseppe aveva giurato di non acconsentire giammai alla riunione e che aveva promesso di dimettersi nel caso fosse stata fatta la riunione. Giuseppe fu quindi deposto e la sede di Costantinopoli fu dichiarata vacante, ma si formarono due fazioni; quella che abbracciava la Chiesa romana e gli altri che li tacciavano di schiavitù e ricusavano l’obbedienza al papa.

Giovanni Vecco, che  era stato dalla parte dei Latini, in carcere, studiando i testi di  Niceforo Blemmida (teologo e filosofo che aveva fondato una scuola), aveva cambiato opinione e, poiché godeva la stima dell’imperatore era nominato patriarca. Per far cessare i disordini aveva convocato un concilio nel quale dichiarava la scomunica di coloro che non riconoscevano la Chiesa romana, come madre di tutte le altre.

Dopo  il breve pontificato di Niccolò III (1277-1280) il quale a seguito  della riunione delle Chiese, aveva tenuto a freno Carlo d’Angiò; eletto il francese Martino IV (1281-1285), e, avendo saputo della resistenza alla riunione, dei Greci, e inutili gli sforzi di Michele, aveva dato a Carlo d’Angiò e ai principi Latini il consenso ad abbattere il trono d’Oriente e Carlo con un  esercito si era  recato ad assediare Belgrado, ma era stato sconfitto (1281)  e se n’era tornato umiliato in Sicilia.   

Michele aveva riconquistato diverse isole dell’Arcipelago e parte della Morea ma i principi di Trebisonda, Etolia, Epiro e Tessaglia si erano collegati con i Latini di Negroponte. di Atene e di Tebe ed  anche nel suo stesso palazzo, a causa del fanatismo religioso, gli facevano resistenza in seno alla sua stessa famiglia, la sorella Eulogia e la nipote Maria, regina dei Bulgari.

Michele, spinto dalla collera e dalla paura faceva arrestare i dissidenti, aveva confiscato i beni ai malcontenti e aveva fatto porre i ferri a quattro principi; vi erano state anche delle condanne a morte e alla perdita della vista e a Roma Michele, considerato fautore dello scisma, il papa Martino IV  lo scomunicava.

Carlo d’Angiò si era impadronito di un’isola di Giovanni da Procida, il quale aveva giurato di vendicarsi; era un uomo di grandi talenti e vizi, che predispongono alle rivolte;  temerario, implacabile, ostinato furbo ed eloquente, usava ogni mezzo per giungere allo scopo che si era prefisso; travestito da monaco, a volte da mendicante, fomentava i baroni di Sicilia.

Si era recato in Spagna insinuando a Pietro d’Aragona  la speranza di detronizzare Carlo d’Angiò; quando regnava il papa Martino III che non era bendisposto verso Carlo, si era recato da Michele Paleologo istigandolo a cacciare Carlo dalla Sicilia; era poi tornato a Saragozza per allestire una flotta con gli avventurieri che portavano il nome di Catalani (*), con il fine apparente di una spedizione in Terrasanta; ma in effetti  dovevano conquistare la Sicilia.

Per due anni Procida aveva svolto in segreto questa attività, poi era sorta spontanea, nelle feste di Pasqua, l’occasione che spingeva il popolo alla rivolta del “Vespro” (30 marzo 1282).

Il lunedì dell’Angelo una donna di nobile casato (Tomaso Costo indica la moglie di Procida), era stata oltraggiata da soldati francesi ed era echeggiato il grido “mora-mora”; furono trucidati ottomila francesi;  Carlo d’Angiò fuggiva; il naviglio greco e spagnolo distruggeva quello francese; il papa Martino scomunicava i palermitani per la sanguinosa rivolta e in una seconda scomunica, includeva Pietro d’Aragona e Michele Paleologo; l’eccidio aveva coperto d’obbrobrio l’Italia, di dolore la Francia, e di barbara allegria l’Oriente.

Mentre Giovanni Comneno, imperatore di Trebisonda, rinunciando alla porpora, cedeva il regno a Paleologo, Michele, liberatosi dei suoi rivali si recava con l’esercito formato da numerosi Tartari, che gli recavano  più timore che soccorso, mandati dal can Nogaia, con la speranza di un ricco bottino.

Ma giunto in Tracia Michele si ammalava; i Tartari erano ansiosi di combattere e reputavano la malattia dell’imperatore un pretesto, determinato dalla paura; ma poco dopo Michele Paleologo  spirava (1282).

Pur essendo valoroso in battaglia si era coperto di delitti, era stato perfido nelle alleanze e implacabile nelle inimicizie; seppur avesse ricostituito il trono, non aveva potuto restaurare l’impero.

E aveva commesso un gravissimo errore che aveva portato a gravi conseguenze: gli abitanti delle montagne dell’Asia erano esenti dalle imposte; ma erano sempre pronti a presentarsi per prestare all’occorrenza, la loro difesa; ma l’imperatore aveva tolto il privilegio e il baluardo per resistere ai Turchi, Saraceni e Tartari era scomparso e la turba di Ottomani poté, poco a poco,  insinuarsi nell’impero; e la riunione con la Chiesa di Roma, cessava con la sua vita.

 

 

I CATALANI

*) Questo gruppo armato di c.d. Catalani era stato costituito dal capitano di ventura Ruggero Deflor, inizialmente costituito da diversi gruppi etnici distinti, Catalani e Almogovari; questi, discendenti da quelli che avevano distrutto l’impero romano in Spagna e disputato il paese ai Saraceni. Oppressi dal loro numero, si erano ritirati a vivere tra montagne inaccessibili, conducendo vita selvaggia, vestiti con pelli di animali selvaggi che cacciavano e di cui si nutrivano. Crescendo il loro numero, uscivano dalle selve per saccheggiare e  poco a poco erano divenuti formidabili guerrieri. La loro armatura consisteva in una reticella di ferro, un piccolo scudo, una spada e un aro con frecce, scoccate con forza irresistibile. I re di Spagna se n’erano serviti formandone una milizia ostinata nei combattimenti determinati per vincere o morire.

Ruggero Deflor era divenuto loro capitano. Nato a Tarragona il 14 luglio 1262 il padre, tedesco di origine, era agli stipendi di Federico II e Corradino di Svevia ed era morto nella battaglia di Tagliacozzo (il 23 agosto 1268) e Ruggero che aveva sei anni con la madre si trovavano  a Brindisi e vivevano nell’indigenza. Un provenzale, cavaliere del Tempio, costretto a fermarsi nel porto di Brindisi, era stato colpito dall’aspetto promettente di questo ragazzo e lo prendeva sulla sua nave. Il ragazzo corrispose alle aspettative del suo benefattore e a quindici anni era un valente nocchiero. In seguito si distinse contro i mori; a venti anni prese l’abito dei templari a Barcellona dove viveva in una casa dell’Ordine.

Il gran maestro gli aveva affidato il comando di una galera dell’Ordine con la quale aveva affrontato delle imprese nel Levante e in Palestina, dove aveva soggiornato a san Giovanni d ‘Acri quando il sultano d’Egitto Melec Taserat, aveva posto l’assedio alla città e Ruggero si era distinto per valore e audacia, quando in una sortita al suo comando, prendeva lo stendardo di Maometto degli avversari e uccideva il generale che li comandava. Ma essendo giunti poderosi rinforzi e avendo previsto gli esiti, aveva offerto ospitalità agli abitanti, sulla propria nave (1291), facendovi portare i tesori dell’Ordine, per impedire che cadessero nelle mani degli infedeli; ma non provvide a restituire ciò che era stato salvato.

Il gran maestro lo denunciava, ma nel frattempo egli aveva riunito soldati cristiani e sbandati e a Marsiglia aveva saputo che il Gran Maestro procedeva nei suoi confronti e levata l’ancora si recava a Genova dove aveva molti amici tra i quali Ticino Doria, con i quali aveva formato un equipaggio, offrendosi al duca  Roberto di Calabria in guerra contro Federico d’Aragona. Ma il duca lo aveva accolto con disprezzo e Ruggero passava direttamente con la sua armata da Federico d’Aragona, che con la sua collaborazione  prendeva possesso della Sicilia e lo creava vice ammiraglio.

Ora Ruggero disponeva di duemila soldati, la maggior parte Catalani che avevano lasciato il loro paese da ragazzi, che non potevano stare in ozio e per di più il Gran Maestro lo braccava e aveva chiesto aiuto al papa, Bonifacio VIII.

Ruggero andò a offrire il suo servizio all’imperatore di Costantinopoli sapendo che i Turchi facevano conquiste a spese dell’impero. La sua flotta era di ventisei navi e la truppa era composta di quattromila Almogavari e duemila Catalani, duemila tra Siciliani e Aragonesi, tutti uomini determinati, robusti, che non respiravano che guerra e saccheggio.

Dopo aver mandato un’ambasceria presso Andronico che li aveva accettati, le navi di Ruggero giunsero  a Costantinopoli  nel settembre 1303, erano accolti dai due imperatori; gli erano assegnati il quartiere delle Blacherne, e il vecchio imperatore che non sapeva moderarsi, oltre ad aver versato un anticipo di quattro mesi di paga, aveva fatto donativi a tutti gli ufficiali che potevano esser fatti dopo azioni strepitose. Non solo, ma aveva concesso a Deflor la carica di gran duca (che corrispondeva alla dignità di generalissimo delle armate di terra e di mare) e gli faceva sposare la nipote Maria.    

 

 

 

L’impero Latino e il sultanato di Conia

 

 

 

INCOMINCIA AD AVVERARSI

LA PREDIZIONE DI TORNICE

CON LE PRIME CONQUISTE

DI OTHMAN

LA FAMA DEI CATALANI 

 

 

 

A

ndronico II di cui gli storici ecclesiastici greci vantavano la scienza e l’abilità in quanto aveva favorito le loro passioni contro i cattolici, era un debole,  spaventato da tutti i pericoli che lo circondavano, contro cui l’unico rimedio sarebbe stato coraggio e carattere fermo; ma era del tutto inetto per ideare e realizzare grandi disegni.  Sotto il suo lungo regno di quarantadue anni (1292-1340) l’impero era ridotto come un vascello che, perduti i comandi e  sbattuto dalla tempesta, va a infrangersi contro tutti gli scogli (Conte de Segur: Histoire du bas empire, Paris 1843).

La sua prima cura era stata quella di allontanare i Tartari, che aveva anche nel suo esercito ed erano ansiosi di combattere, spinti dalla cupidigia del bottino e aveva mandato con una parte delle sue milizie a saccheggiare la Serbia.

Cedendo alla zia Elogia e alle minacce del clero, aveva deposto il patriarca Vecco, richiamando Giuseppe e rompendo gli accordi sullo scisma con Roma; Terter, usurpatore della corona di Bulgaria, minacciava una guerra ed egli sottoscrisse un trattato alle condizioni dettate dal monarca bulgaro.

Il despota dell’Epiro aveva ripreso le armi, ma Andronico era assistito dalla fortuna; il despota si era inoltrato per scoprire il campo degli imperiali ma era fatto prigioniero e condotto a Costantinopoli; quel principe preferiva la morte alla prigione e appiccato il fuoco, perì con le fiamme.

Il patriarca Giuseppe moriva ed era sostituito da Giorgio di Cipro; gli arseniti  si erano ribellati e avevano portato il corpo di Arsenio a Costantinopoli  e le sue reliquie erano state accolte con eccessiva  venerazione dalla popolazione.

Andronico nel frattempo, sposava Irene figlia del marchese di Monferrato e mentre tutta la Corte era occupata nei festeggiamenti, i Tartari occupavano la Tracia e la Macedonia; non vi era nessun esercito a fermarli; ma si erano sparsi in disordine per la pianura; il governatore di Mesembria che disponeva di una grossa guarnigione, uscito di notte dalla città, li massacrava.

Andronico, liberato momentaneamente  dai nemici, si era recato a visitare le province, offrendo a quella miseria estrema, il triste spettacolo del lusso e del dispotismo della Corte.

 Al patriarca Giorgio era succeduto Atanasio, implacabile contro i cattolici; con il suo governo tirannico  perseguitava tutti coloro che avevano favorito l’unione delle due Chiese o vi si erano  assoggettati; Atanasio era stato sostituito con il patriarca Giovanni, ma anche questo era sostituito dal ritorno di Atanasio.

Siamo alla fine del secolo (1296) quando la profezia di Tornice incomincia ad avverarsi: aveva parlato dei musulmani, ma vi erano anche gli ottomani; dal Monte Olimpo, approfittando della mollezza dei Greci, scendevano gli ottomani al comando di Othman, invadendo la Bitinia; invece di combatterli, il generale greco aveva pensato di fermarli con l’inganno; invitava Othman, con i più distinti ufficiali a un banchetto di nozze, con l’intento di assassinarli.

Othman fiutato il tradimento, aveva nascosto cento guerrieri nel bosco ed egli si era  presentato al banchetto, accompagnato da quaranta soldati, travestiti da donna; a metà festa, prevenendo il colpo che era stato preparato, dava il segnale e i Greci erano assassinati e la sposa rapita, diverrà sposa del figlio Orcahn e sarà la madre del celebre Amurat - Murad I.

Othman giurava il suo odio e farà una guerra perpetua non solo ai Greci, ma anche ai  sultanati e califfati minori dei Seldschuki, insediati in Iran, a Kerman, Aleppo, Damasco, Iconio (o Rum) e Bagdad. Mentre, la Paflagonia, fino alle rive del Ponto Eusino, fu data ad Alì figlio di Amercan; Icona a Ghermiano;  Soleiman bascià otteneva, con suo figlio Ibrahim, il regno di Castamone; l’Etolia e la Misia furono date a Calam; la Magnesia a Sarcan; la Frigia a Carman che lasciava il suo nome alla Caramania; e infine, la Bitinia toccava in sorte a Othman il quale diveniva il più potente di tutti gli emiri, e conquistava tutti i loro possedimenti e diventerà lo stipite dei conquistatori di Costantinopoli e dell’impero bizantino.

Andronico poneva la sua fiducia più nelle alleanze che nelle armi e due generali Alessio Filantropeno, che aveva arrestato l’avanzata dei Turchi, era stato maltrattato e si era ritirato e Giovanni Tarcaniota che aveva ricondotto la disciplina nell’esercito,  era stato fatto assassinare dal vescovo di Filadelfia.

L’’imperatore, nella ricerca di protettori, aveva offerto in moglie al kral di Serbia la sorella, ma poiché questa aveva rifiutato di sposare un principe barbaro, gli aveva dato la propria figlia, nonostante l’opposizione del patriarca Giovanni.

L’emiro Caraman assediava Filadelfia e i Catalani guidati da Ruggero Deflor liberarono la città e scontratisi con i musulmani, ai piedi del Monte Emo, li sterminarono; queste milizie, sperimentate in molti combattimenti, portavano dappertutto spavento, non avevano uguali in forza e agilità e avevano come grido di guerra “Ferro, déstati”, che di norma annunziava una vittoria. In poco tempo respinsero gli ottomani, liberando le frontiere e dando all’impero una sensazione di pace.

Erano stanziati a Gallipoli e avevano chiesto le paghe e l’imperatore li aveva accusati di avidità, e a loro volta accusarono l’imperatore di ingratitudine ed ebbe luogo la rottura; Andronico  però cedette e si riconciliò dando a Ruggero il titolo di Cesare, mentre quello che aveva, di granduca, fu dato al suo luogotenente Berengero.

Andronico per affrancarsi dal peso del governo, aveva nominato il figlio primogenito Michele, co-imperatore, e questo, ingelosito dalla fama ottenuta da Ruggero, aveva pensato di marciare contro i Bulgari, ma era stato sconfitto.

I Turchi ritornavano e si impadronivano di Chio; Michele, prevedendo il successo di Ruggero, pensò di invitarlo a una festa  nella città di Adrianopoli e lo  fece assassinare dagli Alani che trucidarono anche i suoi ufficiali.

Anche a Costantinopoli Michele, sollevando il popolo, aveva fatto uccidere i Catalani  che si trovavano nella capitale; e temendo una reazione degli altri Catalani, si recava a Gallipoli per debellarli; ma Berengero li rincuorava con un discorso, con il quale ricordava tutte le passate vittorie.

Fu applaudito e fedeli ai costumi dei loro paesi di origine, mandarono a Costantinopoli un cartello di  disfida” per Andronico e Michele, proponendo un combattimento di dieci cavalieri contro dieci o di cento contro cento, a loro scelta. E mentre Michele rispondeva di voler combattere con l’esercito, il debole Andronico si giustificava biasimando il figlio e sostenendo di non aver avuto parte nel delitto e che non doveva soffrirne il castigo.

Ma gli inviati Catalani furono trucidati, mentre Berengero dava fuoco alla Propontide; l’altro figlio di Michele, Giovanni marciava contro di lui, ma fu sconfitto e il suo esercito sbaragliato, disperso e fatto a pezzi; altri nemici dei Catalani, gelosi delle loro conquistate ricchezze, si unirono ai Greci; Giorgio Doria, ammiraglio dei Genovesi, imitando la perfidia di Michele, invitava Berengero a un banchetto e lo tratteneva in prigione.

I Catalani eleggevano in sua sostituzione come generale, Roccaforte, che combatteva contro i Greci e i Genovesi, che perdettero ventimila soldati e seimila cavalli; Michele tentò di riparare al disastro, ma al cospetto dei Catalani il suo esercito prese la fuga. Michele in questa occasione, dava un segno di coraggio; si scagliava contro i nemici e si apriva un varco, recandosi nella città di Apre, dove si rinchiudeva; la sconfitta era costata all’impero diecimila cavalieri e quindicimila fanti; la Corte imperiale, punita e vinta, chiedeva la pace ma non la ottenne.

Roccaforte devastava le vicinanze della capitale; prendeva il forte di s. Elia e rovinava molti porti; corse contro gli Alani, vendicando la morte di Ruggero e investiva Adrianopoli; ma la forza della città e la guarnigione respinsero gli assalitori.

I Genovesi tentarono la sorte delle armi, assecondati da una squadra di Turchi; Roccaforte li sconfisse e liberava Berengero.

Quei due capitani, simili agli eroi di Omero (scriveva Segur), li imitarono dividendosi l’esercito e li divideva l’emulazione della gloria, ma li accostava l’interesse comune e convennero di comandare entrambi, associandosi con il nobile spagnolo Ferdinando Ximenez d’Arenos, che aveva portato loro un rinforzo (1308).

La fama dei Catalani aveva suscitato l’ambizione di alcuni principi e don Ferdinando, figlio del re di Maiorca, conoscendo Roccaforte, si era recato a Gallipoli offrendo loro l’onore di capitanarli; Roccaforte vi consentiva, facendogli dichiarare di essere indipendente dal re di Sicilia.

Mentre i due imperatori, accecati dall’odio, da una parte Michele, lasciava annientare il suo esercito, dall’altra, il padre Andronico era preso dalle dispute religiose, animate dal patriarca Atanasio; Othman, dal suo canto,  proseguiva nelle conquiste in Asia, si impadroniva di Efeso e portava le armi fin sotto le mura di Nicea.  

La Tracia devastata dai Catalani era ridotta a un deserto; prima di abbandonarla avevano smantellato tutte le piazze, abbattendo i soli baluardi che potessero arrestare i Turchi; poi entrarono in Macedonia, ma durante il percorso ritornava la discordia tra i loro capitani; fu decisa con le armi e Roccaforte uccideva Berengero; l’Infante e Ximenez indispettiti da quelle turbolenze li abbandonarono; Ximenez si recava dall’imperatore; l’Infante fu sfortunato, in quanto fu arrestato dai Veneziani che lo inprigionarono. Roccaforte era odiato da una parte delle sue milizie; credette di trovare un appoggio presso Carlo di Valois, ma questo passo determinò la sua rovina; i Catalani gli tolsero il comando e terminata la sua vita eroica, se ne tornò in Italia e moriva a Napoli.

I Catalani, senza un capo, si recarono ad assediare Tessalonica, ma non riuscirono a impadronirsene; offrirono i loro servigi a Gautier de Brienne, duca d’Atene che li accettò, ma non tardò molto a pentirsene. Quei guerrieri non avevano altra virtù che il coraggio; malcontenti del nuovo capitano Brienne, lo uccisero e si impadronirono del ducato, eleggendo duca di Atene Ruggero Deslau (1310).

Nella stessa epoca si videro arrivare altri cavalieri, non meno famosi, che difesero gli avanzi dell’impero; erano i cavalieri di san Giovanni i quali conquistarono Acri e comandati da Villarete si ritirarono a Cipro. Avendo ricevuto aiuti in danaro dal papa e qualche rinforzo di crociati francesi, annunziarono di voler riconquistare la Palestina; si diressero verso l’isola di Rodi e la conquistarono, battendo le forze di Andronico che volevano prenderla. Othman andò pure ad assediarli ma le armi dei cavalieri gli resistettero e Rodi con i suoi cavalieri,  per circa due secoli, fu il baluardo del cristianesimo.

Indarno Michele cercava di vincere i Catalani, ma al suo  ardore non corrispondeva l’ingegno; fu battuto anche dai Turchi che lo costrinsero a rifugiarsi ad Adrianopoli; un generale di nome File, riuscì ad avere il sopravvento e distrusse quasi interamente l’armata musulmana che aveva vinto l’imperatore (1317).

In quest’anno moriva l’imperatrice Irene, che (aveva scritto Segur), cupida, altera, vendicativa aveva tormentato il debole sposo, aveva protetto i turbolenti, diviso il clero; la sua morte parve aver portato sollievo ai mali pubblici.

Era figlia del duca di Brunwick dalla quale Andronico viveva separato e lei era andata a vivere in Tessalonica, ma con la sua Corte si annoiava e per distrarsi, si recava spesso nella città di Drames, dove moriva colpita da una febbre infiammatoria.

Lasciava una ricchezza inestimabile, nonostante la vita lussuosa condotta e le largizioni fatte senza discernimento.  Aveva avuto due passioni che sembravano incompatibili; ma aveva trovato il mezzo per soddisfarle ambedue: era avara e nello stesso tempo, prodiga; nonostante le largizioni scriteriate, aveva accumulato negli scrigni tesori considerevoli da arricchire con una parte, i suoi figli, ai quali l’imperatore l’aveva fatta distribuire, e con l’altra l’imperatore aveva affrontato le spese di restauro dei monumenti della capitale che cadevano in rovina; ed erano state rialzate le mura della città e riparate le chiese.

Inoltre, Andronico aveva fatto riparare la colonna di Giustiniano, danneggiata dai Latini nel 1204; non solo, ma le aveva fatto costruire intorno una scalinata in legno della cui bellezza gli storici ne erano stati rapiti, come dire in estasi, senza dubbio per la novità di tal genere di lavoro. Alla colonna era sovrapposta una statua equestre che era stata resa più solida con il restauro.

 

 

MORTE DI MICHELE

FIGLIO DI ANDRONICO  II

  CONTRASTI TRA L’AVO

E IL NIPOTE

 

 

I

l dolore provocato da una serie di disastri avevano condotto alla tomba, all’età di quarantatre anni (1320), il figlio di Andronico II, co-imperatore, Michele Paleologo, il quale lasciava come suo successore, il giovane Andronico III che, circondato da cortigiani adulatori si abbandonava a ogni tipo di eccessi.  

Andronico (III), “geloso di una dama di alto affare che lo aveva reso folle di passione”,  gli era stato riferito che un rivale la visitava di notte, e aveva mandato tre arcieri a ucciderlo; uno straniero era passato davanti a loro e lo trafissero con le frecce; ma si scoprì che era suo fratello, il principe Manuele,  che portato nel palazzo, dopo poco moriva.

Venutone a conoscenza, il vecchio imperatore innalzava alla porpora, Michele Catarro, figlio naturale del suo secondogenito Costantino, il quale aveva sposato, contro la sua volontà, la figlia di Musalone e aveva una concubina di nome Catarra, dalla quale aveva avuto questo figlio; l’imperatore, inoltre, proibiva di nominare il giovane Andronico, nei giuramenti e nelle preghiere.

Questo nipote bastardo non aveva meriti particolari che potessero giustificare la scelta dell’avo; era infatti di limitata intelligenza, di carattere altero, e spesso lo contraddiceva e gli opponeva resistenza. Ma l’odio era la passione che il vecchio Andronico amava soddisfare nei confronti del nipote, mentre sopportava i difetti del nipote bastardo, malvisto da tutta la famiglia imperiale, che ricopriva di attenzioni.

Tutto ciò rattristava il giovane Andronico che, sulle prime attribuiva ai capricci di un vecchio quelle attenzioni, ma poi incominciò a preoccuparsi nel momento in  cui si rendeva conto della intenzione  dell’avo, di escluderlo dal trono.

Il padre Michele, aveva fatto una legge in base alla quale, alla morte del principe associato all’impero, tutti i ministri civili e militari dovessero prestar giuramento alla moglie e ai suoi figli e nipoti, e rinnovare il giuramento che avevano fatto all’imperatore.

Questa formalità, doveva essere osservata alla morte del principe Michele (che Andronico aveva associato) e quindi il giovane Andronico aveva ricevuto il prescritto giuramento. Ma l’imperatore aveva vietato ai sudditi di rendere omaggio ad altri che a lui solo e aveva disposto che fosse riconosciuto quello al quale egli avesse indicato per successore. Ciò che costituiva violazione di legge, che egli stesso aveva imposto,  suscitando delle mormorazioni e  delle rivolte.

Al momento, una sola voce si era levata contro, quella di Cantacuzeno, che ricopriva la carica di paracemomeno e poi diventerà maggiordomo, il quale prestava giuramento secondo la vecchia formula.

L’imperatore dissimulava il suo risentimento, mentre il giovane Andronico continuava a rendergli le sue rispettose attenzioni, ciò che lo insospettiva non potendo dubitare che al giovane nipote non rincrescesse l’esclusione dal trono. Ritenne quindi opportuno tenerlo sotto controllo e farlo sorvegliare, assegnandogli un sorvegliante di nome Sirgiano, figlio di un signore imparentato con la famiglia imperiale, che proveniva dalla amministrazione delle province; uomo di talenti, sebbene naturalmente portato al raggiro.

Sirgiano era stato sospettato di volersi rendere indipendente con la provincia che gli era stata affidata ed era stato arrestato; ma l’imperatore, pressato da sollecitazioni gli rendeva la libertà, dopo avergli fatto prestare giuramento di fedeltà sull’immagine della Vergine.

Fu accettato dalla Corte, entrando nelle simpatie di Andronico che lo nominava suo esploratore e gli concedeva la sua confidenza.

Segur scriveva che “la disgrazia è la miglior maestra degli uomini” e che, il giovane Andronico si era pentito di ciò che aveva fatto fino a quel momento e vergognandosi che gli fosse stato preferito un bastardo, riprendendo coraggio e  abbandonando i frivoli compagni, rinunziava ai vizi e alle mollezze  e scegliendo un amico degno di stima, capace di dirigerlo, si affidava a Giovanni Cantacuzeno, familiare d’Oriente, del quale si ammiravano l’erudizione, i talenti militari e la probità.

La debolezza del vecchio imperatore, la sua remissione verso i ministri tanto ambiziosi quanto inetti, facevano temere l’imminente tracollo dell’impero; il giovane Andronico, con il nuovo seguito si era circondato di sostenitori che gli suggerivano di liberarsi del cugino naturale, privandolo della libertà o della vita; ma egli si era rifiutato e preferiva accusare l’imperatore, che era stato convocato innanzi al Senato, di ambizione, empietà e dilapidazione; l’imperatore meravigliato dell’eloquenza del nipote, sceso dal trono, lo abbracciava, dicendogli che si sarebbe riconciliato con lui, se gli avesse consegnato gli amici che lo avevano traviato.

Ma Andronico rifiutava questa richiesta e informato che l’infido imperatore aveva dato ordine di arrestarlo, fuggiva con i suoi amici, tra i quali vi era segretamente anche Sirgiano, recandosi ad Adrianopoli, dove il suo seguito aumentava di numero, disponendo anche delle forze armate per poter marciare contro Costantinopoli.

Andronico (III) faceva segretamente sapere all’imperatore di non poter fermare la rivolta e il vecchio Andronico di fronte al pericolo, si dichiarava disposto ad abdicare e farsi monaco; ma il nipote si oppose, rifiutando anche l’appannaggio per sé.

L’accecamento dei ministri produceva un altro risultato; lo spinsero ad assediare Eraclea e avendola presa d’assalto, faceva imprigionare uno dei suoi zii e sconfiggeva le milizie dell’imperatore ed anche una squadra ausiliaria di Turchi, che aveva prestato loro soccorso.

L’imperatore chiedeva una conferenza, per trattare la pace; il principe gli andava incontro, e gettandosi ai suoi piedi accettava di sottomettersi senza condizioni; l’imperatore lo rimetteva nei suoi diritti, gli assegnava un appannaggio e il nipote si ritirava, poco fidandosi delle promesse dell’imperatore (1323).

I comportamenti isterici (e nevrotici) del nonno, ci fanno ritenere che ci troviamo di fronte a problemi di reciproca incomprensione, che per noi moderni denota un evidente  scontro generazionale. Il vecchio Andronico orgoglioso, iracondo, timido e imbelle, era meno capace di ogni altro principe a regnare; suo nipote Giovanni si rivoltava e otteneva la nomina di Cesare, ma la sua morte liberava lo Stato  dal sorgere di turbolenze.

I Tartari avevano invaso la parte settentrionale della Tracia e il giovane Andronico, con l’intrepido Cantacuzeno, gli mosse contro, facendone un macello; su centoventimila Tartari, ne scamparono solo ventottomila che si salvarono a nuoto nell’Ebro, gli altri perirono col ferro o affogando nel fiume.   

Lo splendore di questa vittoria cambiava l’odio in rispetto, riduceva la gelosia e l’imperatore cedendo alle istanze dell’impero associava il nipote al trono (1324).

Andronico (III) come abbiamo visto, era rimasto vedovo della moglie Irene, e in seconde, sposava nozze Anna  di Savoia (il suo nome era Giovanna ma era cambiato durante il matrimonio, con la conversione al rito ortodosso), figlia di Amedeo V conte di Savoia, nel 1326 (v. Art. Casa Savoia, vivaio di pulzelle per la nobiltà europea); erano stati fatti grandi preparativi per ricevere la principessa e Andronico era stato nominato imperatore (1325) per onorare la principessa con il titolo di imperatrice; e al popolo un senatore aveva distribuito le “epicombe”, sacchetti di lino contenenti tre monete d’oro e tre d’argento; l’imperatrice giunse l’anno seguente (1326) accompagnata da un gran numero di cavalieri tutti magnificamente equipaggiati, che portarono a Costantinopoli l’uso dei tornei, che prima di tal’epoca erano totalmente ignorati (Lebeau).   

 

 

 

IL GIOVANE ANDRONICO

PRENDE  CON LA FORZA

LE REDINI DEL POTERE

 

 

G

ià da tempo si manifestava nei Greci il sintomo funesto che è sempre la rovina degli Stati e degli imperi, scriveva Segur; l’amore di patria era stato sostituito dall’ambizione politica; al pubblico interesse, prevaleva l’interesse privato; nell’istante in cui l’impero , assalito da ogni lato, crollava sotto il potere dei Turchi e poteva appena resistere agli assalti dei Bulgari, alle invasioni dei Tartari dell’Asia e agli attacchi dei Genovesi e Veneziani, non pensavano i signori che a  disputarsene i brani, quando avrebbero dovuto stringersi tutti per sostenere le reliquie.

Non si vedeva che servitù, silenzio o adulazione nel Senato, raggiri nella Corte, dissensi nel clero, cospirazioni fra i grandi, anarchia e ribellione negli eserciti, odio e gelosia fra i principi.

Il giovane Andronico e il suo amico Cantacuzeno erano i soli a mostrarsi degni di portare lo scettro e le armi; avevano abbattuto una squadra di Turchi presso Didimotica; Andronico, svolgeva con onore i compiti di soldato e generale; ma mentre difendeva le frontiere del Nord, quelle del Sud erano preda dei musulmani che con Othman dilagavano in Asia; generali e governatori di province, anziché combatterlo, prendevano il turbante; e anche il popolo si adeguava e le milizie dei vincitori si ingrossavano.

L’ultima conquista di Othman (1326), era stata la città  di Prusa (poi Bursa) occupata dal figlio Orcahn, che ne fece la prima capitale delle conquiste ottomane: Othman era stato  ritenuto zelante nella propria religione, tollerante per gli altri culti, caritatevole con i poveri, terribile con i nemici, clemente con i vinti; rigido nell’osservanza delle leggi.

Sebbene la potenza ottomana fosse temuta in Europa, la divisione dei suoi principi impediva che si potesse porre un argine a quel torrente; un veneziano  di nome Zanuto aveva proposto una nuova crociata, e che i Latini, rinunciando alle pretese sull’impero greco, si armassero per difenderlo e ristabilirlo e non smembrarlo; ma i principi cristiani avevano sdegnato la proposta.

Un greco di Candia, Michele Plamerilingo, per amore della libertà, voleva dare l’indipendenza ai cretesi, facendoli sollevare contro i Veneziani, ma dopo un violento combattimento era stato vinto e abbandonato, e, a uno dei suoi aveva detto:- “Tagliami la testa e portala al generale avversario; mi risparmierai l’onta di vedermi prigioniero dei nostri tiranni;” e la sua richiesta fu eseguita.

Il giovane Andronico, sebbene coronato, costituiva il bersaglio dell’odio dei ministri del vecchio Andronico, che lo invidiavano; e il gran logoteta e il protovestiario, che dominavano il vecchio imperatore, lo avevano indotto a esiliare il nipote; avevano inventato assurde accuse e il giovane Andronico riceveva l’ordine di non avvicinarsi alla capitale.

Cantacuzeno aveva scritto all’imperatore di ascoltare il nipote, che avrebbe smontato le false accuse; ma era stata nominata una commissione che lo avrebbe giudicato. Era stato accusato di aver indotto il tesoriere a consegnargli quattromila pezze d’oro. Ma Andronico dimostrava di esserne creditore di trecento-cinquantamila, dandone la prova; il patriarca aveva preso le sue difese; la commissione, in mancanza di pretesti per condannarlo, lo aveva assolto.

Segur scriveva che l’odio impotente, si trasforma in furore; i ministri fomentavano lo sdegno dell’imperatore; il giovane Andronico cercava di placarlo, ma non vi era stato verso ed era stato privato della corona e degli averi.

Ad Andronico non rimaneva che radunare le milizie e dichiarare la guerra: la prima conquista fu Tessalonica; in questa occasione aveva ricevuto una ferita, ritenuta  guarita per miracolo di san Demetrio. Poi si impadroniva di Edessa; si scontrava con l’esercito imperiale comandato da Costantino Asan e dopo un sanguinoso combattimento le milizie del vecchio imperatore furono sbaragliate e messe in fuga. Andronico si era avvicinato alla capitale; il vecchio Andronico gli aveva mandato contro l’esercito bulgaro e il giovane Andronico gli faceva sapere di stare in guardia da tal perfido alleato, che gli avrebbe preso l’impero; mentre faceva dire al re bulgaro che gli avrebbe devastato il suo Paese; sconcertato, questo, concluse la pace ritirandosi.

Andronico, presentatosi sotto le mura di Costantinopoli, fu fatto oggetto di insulti; un ufficiale di nome Caballario lo investiva di oltraggiose parole; ma Andronico ordinava l’assalto; le sue milizie superavano i baluardi; la capitale era presa; tutta la milizia della capitale si dichiarava per lui, ma la Corte lo ignorava.

Metochita, logoteta (primo ministro), quando gli avevano riferito la presa della città, si era rifiutato di crederlo; il suo accecamento durava fino a quando Andronico non entrava nel palazzo.

Il vecchio Andronico che “non sapeva rendere rispettabile né l’età, né i mali, si prostrava ai piedi del nipote e gli  chiedeva in dono la vita; rispetta, gli aveva detto piangendo, queste mani che toccarono la tua culla; questa bocca che ti diede il primo bacio; risparmia il sangue che è fonte del tuo, e non finire di schiacciare una debole canna, abbattuta dalla tempesta” ...  Il nipote abbracciava le sue ginocchia e proibiva  di attentare alla sua vita e mancargli di rispetto.

Il  ministro Metochite, animato dalla sua moderazione, faceva un lungo discorso per giustificarsi, ma Andronico lo aveva ascoltato con disprezzo.

Il primo atto del suo potere fu di richiamare il patriarca Isaia che lo aveva difeso nella disgrazia; poi emanava un decreto di amnistia e nessuno dei suoi nemici era stato colpito da vendette. Caballario, che lo aveva insultato, era andato a nascondersi in un sotterraneo, ma portato alla sua presenza e assalito da terrore, aveva percosso il suo capo contro il pavimento; l’imperatore lo faceva alzare,  dicendogli: Sei preso dal terrore del supplizio che ti aspetti; provami che ti fai giustizia da te; conosci l’offesa fatta; sai la pena che essa merita, ma voglio che il timore sia l’unico castigo; mostrati da ora più prudente e rispettoso; ti prendo sotto la mia tutela. Il popolo che aspettava il supplizio del colpevole, udì con stupore la grazia ed esplose in un grido di ammirazione per la grazia concessa.

Andronico non fingeva alcuna virtù: esse vivevano tutte nel suo cuore; per troppa bontà voleva restituire all’avo la corona, ma su consiglio di Cantacuzeno, gli consigliò di lasciargli gli onori del trono e gli fu concessa una grossa pensione e un magnifico palazzo.

Da questo momento (1328) Andronico III  circondato da Cantacuzeno e un piccolo gruppo di stranieri, incominciò a regnare e comandare l’esercito da solo; e seppe con questi deboli mezzi ottenere buoni esiti: aveva battuto i Bulgari e ritolse loro molte città, costringendoli a chiedere la pace.    

Ma erano i musulmani (che poco a poco, sostituivano gli ottomani), la spina nel fianco. Orchan dopo aver conquistato Antiochia, radunate forze consistenti,  stava assediando Nicea e Andronico con l’esercito si era recato a difendere la città.

Prima del segnale di combattimento, seguendo l’antico costume, l’imperatore volle fare un discorso  all’esercito, “rammentando la fama dei romani  di cui ne portate ancora il nome; sostenetene la gloria; le vittorie che da qualche tempo la fortuna concede ai Barbari, sono un castigo del cielo .... ma non vi abbattete ... se essi sono più numerosi di noi, voi li vincerete col coraggio. La giustizia della vostra causa, deve raddoppiare la vostra fede; voi non combattete per conquistare ma per difendere il vostro culto, la patria, la libertà ... evitate i loro dardi, investendoli rapidamente; ma dopo averli sbaragliati arrestatevi alla mia voce, giacché sapete che più di una volta il disordine vi ha rapito il frutto della vittoria”; il riferimento era alla tattica degli ottomani che attaccavano e poi fingevano la fuga, ma per girarsi contro quando erano  inseguiti, sorprendendo così gli avversari; ed era ciò che fecero.

Il discorso fu acclamato; ma durante il combattimento l’imperatore rimase padrone del campo con molti sforzi e prodigi; l’imperatore era rimasto ferito; ma quando gli ottomani si erano dati alla fuga, i Greci li inseguirono imprudentemente e al girarsi indietro degli ottomani, si sbandavano, fuggivano e si disperdevano; i musulmani senza combattere erano vincitori; invadevano l’accampamento greco e s’impadronivano dei loro tesori e bagagli e si recavano a Nicea che gli apriva le porte.

Orchan accompagnava le vittorie con la saggezza della sua amministrazione; lasciava ai cristiani il loro culto; faceva pagare leggeri tributi; lasciava i governatori delle province come bascià,  mentre i cadì amministravano la giustizia  e aveva una formidabile cavalleria di giannizzeri (che inizialmente erano di fanteria ai quali furono aggiunti reparti di cavalleria); Orchan divenne sultano e Prusa fu la capitale del sultanato.

Ad Andronico non rimase che dedicarsi alla buona amministrazione: corresse le leggi, riformò gli abusi; diminuì le imposizioni e fece fiorire la giustizia: non potendo rendere forte il popolo, cercò di renderlo felice, con l’aiuto di Cantacuzeno suo ministro e amico che egli voleva associare al trono.

Lo aveva colpito un’improvvisa malattia; Andronico dal suo letto aveva preso la mano dell’imperatrice e messa nella mano di Cantacuzeno gli aveva detto: “Mia moglie ha un figlio in seno; te li confido entrambi; la loro sorte e quella dell’impero dipendono da te”.  

Il pallore della morte si era sparso sul suo viso agghiacciato e già Andronico non dava segni di vita, quando a un tratto si svegliava all’improvviso dalla sua letargìa, chiedeva di bere l’acqua di una fonte consacrata alla Vergine, e dopo averla bevuta riprendeva improvvisamente le sue forze; la prontezza della sua guarigione sembrava un dono del Cielo.

Dopo la sua guarigione Andronico combatteva ancora i Turchi, battendoli in Tracia e si collegava con i Bulgari contro il kral di Serbia,   il quale vinse e uccise il re dei Bulgari; Orchan assediava Nicomedia ma giuntovi, Andronico con l’esercito, rinunciava al combattimento e concludeva la pace (1332); in quest’anno moriva il vecchio Andronico; moriva pure (1333)  il principe Filippo  di Taranto che vantava i diritti sull’impero.                                             

L’imperatrice Anna partoriva un figlio al quale era dato il nome di Giovanni, il primo di quel nome, dato a questa linea di Paleologhi; in un secolo ne seguiranno altri dieci fino all’ultimo, che sarà l’undicesimo, che chiudeva la storia della dinastia e di Costantinopoli presa da Maometto II.

Orchan aveva tentato uno sbarco presso la capitale ma Andronico lo aveva respinto; il ministro Giovanni Apocauco che denigrava il fedele Cantacuzeno, aveva organizzato una cospirazione contro la vita di Andronico, che era stata scoperta e i cospiratori erano stati perdonati; ma privo di forze, moriva lasciando  tre maschi e tre femmine; era stato di animo forte, bravo soldato e prode generale, clemente, nemico delle formalità, a parte il periodo turbolento giovanile,  era stato ligio all’osservanza delle leggi e della giustizia; si doleva della perdita di tante province conquistate da Turchi e musulmani.

 

 

 

MORTE DELL’IMPERATORE

ANDRONICO III

CANTACUZENO ASSUME

 LE REDINI DEL GOVERNO

 

 

 

L

’imperatrice Anna alla morte di Andronico si trovava nella condizione di dover combattere contro tutti quelli che volevano avere nelle mani le redini del potere e per prima cosa,  sopportava di mala voglia l’autorità di Cantacuzeno che gli era stata concessa dall’imperatore morente; di Apocauco innalzato alla dignità di protovestiario ed anche del patriarca, nemico del reggente, che fomentava la sua gelosia: le vili passioni dei grandi della Corte (scriveva Segur), chiudevano gli occhi sui grandi interessi dell’impero; la Corte era considerata un teatro di cabale, che degeneravano a profitto degli ottomani”.

Il patriarca pretendeva occupare il primo seggio in Consiglio, sul presupposto che “la Chiesa doveva governare l’impero, come l’anima governa il corpo”. Cantacuzeno, “troppo sapiente per essere cortigiano, inaspriva con la sua fermezza tutti quegli odi”; aveva annichilito le speranze degli ambiziosi, confermando tutti i personaggi nominati da Andronico nei loro impieghi, in modo che il cambiamento di regno non avesse comportato un cambiamento di cariche: la sua giustizia irritava gli ambiziosi; le sue riforme esacerbavano i fautori degli abusi; la sua severità spaventava l’esercito rammollito e incapace a sopportare il giogo della disciplina. Il Consiglio dell’imperatrice, dominato da quello spirito di viltà tanto comune ai governi in decadenza (temendo per le sorti del principe), non osando  rispondergli con un rifiuto, voleva che il principe fosse nascosto in una chiesa, per poter salvaguardare la sua incolumità.

Cantacuzeno si era opposto dicendo: “tanto vale rinchiudere in Santa Sofia le greggi, gli averi e tutte le ricchezze dell’impero, che consisterebbe in una falsa e vile politica che non otterrebbe altro che disprezzo; io depongo tutte le mie cariche; non voglio comandare su uomini che non sanno difendere gli amici, né combattere i nemici”.

L’imperatrice, spaventata dei pericoli che la minacciavano, gli assicurava tutta la sua fiducia e, imponendo ai suoi rivali l’ubbidienza, lo investiva del potere assoluto; così forzato, Cantacuzeno, sebbene non estremamente convinto, accettava di reggere le redini del governo.

Cantacuzeno voleva incoronare il giovane Giovanni, ma l’imperatrice  si era opposta col pretesto che una simile solennità dovesse essere accompagnata da feste che mal si confacevano al cordoglio vedovile; ma tale rifiuto era suggerito dai nemici di Cantacuzeno i quali temevano che la devozione del popolo al giovane principe lo riconciliasse col Reggente che volevano estromettere.

Capitanando l’esercito, Cantacuzeno marciava contro il re dei Bulgari, costringendolo a chiedere la pace; marciava contro i Turchi, sconfiggendoli; conciliava una pace con i Serbi; meditava di riprendere il Peloponneso e l’Attica, ma l’odio dei suoi nemici gli impediva di realizzare questi vasti disegni.

Era stata tramata una macchinazione per impadronirsi del giovane imperatore e del governo; il capo della congiura era Alessio ; la congiura fu scoperta e per generosità, più nobile, che politica, Cantacuzeno aveva perdonato i congiurati i quali, anziché esser grati per la clemenza, raddoppiarono gli sforzi per la sua rovina.

Anche il suocero, Andronico Asan si era unito ai principi e grandi, suoi nemici; l’imperatrice lo assediava; ogni giorno si denunziava il reggente che, dicevano, volesse usurpare il trono e rinchiudere il principe in un chiostro.

La debole Anna mentre disprezzava le calunnie, poco a poco incominciò a prestarvi fede e ai finti timori che mostrava ai cortigiani  nominava Apocauco governatore della città; e questo, invece di mantenere l’ordine, spargeva terrore, mettendo in giro false dicerie, turbolenze e terrore.

Accusato pubblicamente, Cantacuzeno chiedeva di essere giudicato; ma un decreto imperiale lo bandiva dalle cariche e proibiva a tutte le città dell’impero, di dargli asilo: e il più fermo difensore dell’impero, era dichiarato, suo nemico; la plebe, sollevata contro Cantacuzeno, gli saccheggiava  la casa.

Era fuori dalla capitale e avutane conoscenza, radunava i suoi sostenitori: ricordava di aver rifiutato per due volte lo scettro; non aveva tolto  a nessuno né la vita né i beni enon aveva provocato  nessuna azione ostile di cui egli era vittima. La risposta che egli riceve è che andava in cerca di giudici, e non trovava che carnefici come Apocauco; la sola corona avrebbe potuto salvarlo; gliel’aveva offerta il defunto imperatore Andronico: non farai altro che eseguire la sua volontà. Cantacuzeno accettava e si faceva incoronare dal vescovo  della città di Didimotica (1341); fedele alla volontà di Andronico, Cantacuzeno, anziché prendere la porpora, indossava una veste bianca  che per i Greci era indice di lutto.

Sua prima cura fu di organizzare le milizie; i suoi ambasciatori erano stati fatti oggetto di ingiurie ed erano stati rapati e messi su asini e frustati. Anna disapprovava queste violenze e tardi si era accorta di essere stata ingannata; il solo rimedio che le rimaneva era quello di dare il titolo di imperatore a colui che per lungo tempo lo aveva esercitato, senza abusarne; ma i nemici di Cantacuzeno la minacciarono di consegnare la città ai Veneziani e ai Bulgari; lei spaventata,  lasciava che scoppiasse la guerra civile.

 Il patriarca incoronava il giovane imperatore Giovanni e Apocauco ottenne il titolo di gran duca; la madre di Cantacuzueno fu messa in prigione dove moriva; la città di Adrianopoli si dichiarava contro Cantacuzeno e il suo stesso suocero, Asan, prese le armi in Tracia e si dichiarava a favore dei suoi nemici, ma il kral di Serbia gli mandò i soccorsi. Apocauco lo affrontò con un esercito, ma una metà era sconfitta e l’altra metà prendeva la fuga.

Mentre si stava recando a Didimotica, la moglie Irene, avendo saputo che i Tartari stavano invadendo la Tracia e aveva chiesto aiuto ai Bulgari, che accorsero più per rovinare l’impero che che per salvarlo. Ma si verificava che i Genovesi stanziati a Caffa, facevano sgomberare i Bulgari, che dalla Tracia si ritiravano nel loro Paese.  Apocauco, più atto all’uso del pugnale che a combattere, aveva mandato un assassino che per tre volte aveva tentato di assassinare Cantacuzeno, senza riuscirvi; alla fine gli si gettavaai piedi, rivelando gli ordini ricevuti.

Il sultano di Smirne, Amiro, aveva offerto a Cantacuzeno, l’aiuto delle sue milizie e ambedue oltrepassarono le muraglie di Cristopoli, In questo periodo l’impero di Trebisonda era divenuto teatro di turbolenze; Basilio Comneno che lo governava, morendo, lasciava solo figli naturali, che la sua vedova non li aveva accettati e aveva offerto il trono al giovane Andronico Comneno da lungo tempo esiliato;  si trovava presso Cantacuzeno il quale lo lasciava partire per prendere lo scettro; dopo aver preso lo scettro, era stato deposto, ma si era poi, ristabilito rimanendo padrone di quel regno.

Le vittorie riportate da Cantacuzeno sui Turchi e Bulgari e i sinistri riportati da  Apocauco incominciarono a produrre nella capitale viva impressione nell’animo dei grandi, tra i quali vi erano quelli che chiedevano la pace, mentre Apocauco costringeva la pavida Corte a  continuare la guerra.

Cantacuzeno gli scrisse una lettera che provava quanto i Greci di quel tempo, non avessero conservato degli antichi eroi altro che la rozzezza; e gli diceva: “Quando eri giovane eri timido come una lepre; vecchio, ti fai ardito; ma dimostri di essere abitualmente perfido e mentitore; ma ti è sfuggita di bocca una verità; dici che ti conosco perfettamente e hai ben ragione. Ti ho cavato dal nulla per innalzarti; per ben venti volte, avevo placato il risentimento di Andronico, che voleva a gran ragione, punirti; io, disprezzando per lungo tempo le tue ingiurie, avevo persistito nel valermi della tua attitudine al lavoro, come si trae partito dalle bestie da soma. Devo tuttavia a te un insegnamento che ancora mi mancava; ho conosciuto da te, sino a qual grado d’ingratitudine e di bassezza può discendere da un uomo”.

Dopo questa lettera Cantacuzeno si limitava a devastare i dintorni della capitale, risparmiando i prigionieri che aveva trattato umanamente.

Orchan approfittava delle discordie dell’impero per divenire padrone della Bitinia e della Paflagonia, offrendo a Cantacuzeno il suo pericoloso aiuto, che commise l’errore di accettare, sacrificando la patria alla sua fazione e l’onore all’interesse: Cantacuzeno ammetteva quelle milizie nel suo esercito e dava a quel sultano in moglie la figlia Teodora.

Questo legame con il formidabile nemico, che smembrava l’Asia dall’impero  e incominciava a determinare l’erosione dell’Europa, aveva suscitato un odio contro Cantacuzeno, che da quel momento si vide minacciato da frequenti cospirazioni.

Essendo Cantacuzeno stato incoronato da un vescovo, egli col permesso di Orchan rinnovò la cerimonia in Adrianopoli.

Apocauco, disperando della propria posizione, seguiva l’esempio dei tiranni, diventando crudele, circondandosi di delatori, aveva ampliato le prigioni ingombrandole di vittime: ma dal fondo delle carceri si armò contro di lui la vendetta: recatosi a visitarle, lo assassinarono a colpi d’ascia (1345). Il patriarca di Costantinopoli era deposto, mentre gli amici di Cantacuzeno, aprivano le porte del palazzo e vi entrava la sua Corte e le milizie si dichiaravano in suo favore.

L’imperatrice Anna, era tanto lontana dal pensare ciò che stesse accadendo, che quando glielo riferirono, stentava a crederlo; tanto da rifiutare un ufficiale che si era recato da lei per informarla: il palazzo si era riempito di uomini armati e i cortigiani fuggivano e l’imperatrice si riteneva perduta; ma comparso Cantacuzeno, la rassicurava e chiamando gli ufficiali, faceva giurare la loro fedeltà a lei e al figlio; era proclamata una generale amnistia; era sottoscritto un atto in cui si attestava che i due imperatori avrebbero regnato insieme; ed era confermato il patriarca Isidoro di Kiev, oriundo greco, che  sostituiva il precedente e i due imperatori erano  consacrati in Santa Sofia (1347). 

Irene, moglie di Cantacuzeno, era stata ricevuta con tutti gli onori e Anna di Savoia, volendo darle un pubblico riconoscimento, faceva sposare il figlio Giovanni con la loro figlia Elena: ma queste cerimonie in cui si vedevano brillare tante teste coronate, richiedevano il fasto e tutto quel lusso e solennità c che  contrastava con la pubblica miseria, fedele rappresentazione dell’impero. 

 

 

 

 

CANTACUZENO 

 SI RITIRA

IN CONVENTO

GLI OTTOMANI AVANZANO

A ORCHAN

 SUCCEDE MURAD I

SUE CONQUISTE

 

 

 

L

e condizioni dell’impero all’arrivo di Anna di Savoia,  erano state descritte nel modo seguente: “La guerra civile e la perdita di un gran numero di province, avevano impoverito l’erario; la vanità cercava di celare l’indigenza; tutto in quelle cerimonie risplendeva di mentito bagliore; non si vedevano che diamanti falsi, rami dorati, vasi d’argilla dipinti, vasellami di stagno e di rame”.

Dopo molti giorni di feste e banchetti, Orchan si recava a Scutari per congratularsi con il suocero Cantacuzeno, per una pace che lo aveva più sorpreso che soddisfatto.

Cantacuzeno aveva ripreso le armi per combattere i Serbi che avevano ancora invaso i confini: volendo riordinare le finanze, aveva invitato i più opulenti personaggi della Corte a contribuire con generosi sacrifici.

Tutti approvarono, ma nessuno aveva obbedito e questa soluzione aveva costretto gli imperatori a rinunziare al disegno di riconquistare le province perdute. Come  avviene in tutte le epoche, la ricchezza era nelle mani di pochi che continuavano ad arricchirsi: Cantacuzeno aveva pubblicato lo stato delle sue ricchezze, che non erano aumentate, come era avvenuto per gli altri, ma diminuite con sacrifici.

Egli, dopo aver dato all’erario duecento vasi d’argento e sofferto una confisca sufficiente ad allestire settanta galere, possedeva  più di sessantamila jugeri (un jugeo corrisponde a un quarto di ettaro) di terreno; al pascolo, duemila cinquecento cavalli, duecento cammelli, trecento muli, cinquecento asini, cinquemila bestie con corna, cinquantamila maiali, settantamila montoni.

Uno Stato, commentava Segur, ove, nella pubblica miseria crescono fortune di tal sorta, è agevole preda dei nemici ed è impossibile difenderlo.

Le turbolenze non mancavano: il papa aveva acerbamente rimproverato Cantacuzeno per i legami con gl’infedeli; i Genovesi di Galata si erano sollevati e avevano distrutto il naviglio greco; gli imperatori avevano allestito un’armata e i Genovesi ne erano usciti vincitori e firmata la pace, fu riconosciuto ai Greci un  indennizzo;  mentre Cantacuzeno affrontando ancora i  Serbi, riprendeva Edessa e Berrea e si impadroniva di Tessalonica. Moriva in questo periodo il patriarca Isidoro e gli succedeva Calisto, che con il suo patriottismo aggravava le discordie dell’impero, con quelle religiose e con le persecuzioni.

Le questioni religiose appassionavano i Greci ed era sorta una nuova singolare superstizione introdotta da un prete di nome Palama (1351): durante la loro estasi, vedevano uscire dalla parte inferiore del petto una luce che ritenevano avesse circondato Gesù sul Tabor; consideravano questa luce miracolosa e increata.

L’idea era sorta nell’undicesimo secolo e si era diffusa nei monasteri del Monte Atos, ma per lungo tempo era rimasta quiescente; era stata portata in auge da Palama (che si era nominato capo (1351) e da Cantacuzeno che l’aveva abbracciata.

L’impero era in balìa degli stranieri che l’assalivano e delle rivolte civili; i Veneziani cercavano l’alleanza con l’imperatore; i  Genovesi assediavano Galata e si erano impadroniti di Eraclea; Martino di Moro voleva assediare Costantinopoli; gli si era opposto Doria, ma aveva saccheggiato e devastato le rive del Ponto Eusino; un’armata del re d’Aragona, congiunta ai Greci e Veneziani si era opposta a Doria, ma i Greci si erano ritirati e la vittoria fu dei Genovesi che si allearono con Orchan: erano  queste le condizioni di quello che era conclamato impero!

Cantacuzeno aveva scacciato Giovanni Paleologo da Adrianopoli e aveva chiesto al patriarca Calisto di incoronare il figlio Matteo: ma,  essendosi questo rifiutato, lo fece deporre, sostituendolo  con il patriarca Filoteo, che procedette alla cerimonia.

Gi ottomani approfittavano delle turbolenze per appropriarsi di territori e si erano intanto appropriati della Tracia; il popolo non aveva gradito la nomina a imperatore di Matteo e dappertutto si manifestava con tumulti in favore di Giovanni; Cantacuzeno per calmarli, si era offerto di abdicare e Giovanni, commosso, si riconciliava col suocero.

La gioventù greca si mostrava scontenta di vedere la Grecia nelle condizioni in cui era ridotta; con le province devastate, i Turchi in Tracia, un gran numero di città occupate da Bulgari e Serbi e chiedeva ad alta voce la guerra, alla quale Cantacuzeno si mostrava contrario, in quanto, diceva: “Prima di combattere pagate le imposte, riempite l’erario, levate le milizie e isruitele, allestite i navigli, rimettete la disciplina nell’antico vigore”. Ma nessuno lo ascoltava; tutti chiedevano le armi , ma nessuno voleva né pagare né obbedire.

Cantacuzeno, convinto che una nazione difesa da pochi soldati senza disciplina, assalita da una  moltitudine di barbari più esperti dei Greci nell’arte della guerra, difficilmente potesse sottrarsi alla propria fine e ritenendola certa, decise di abbandonarla al suo triste destino e, rinunciando al trono, prese l’abito monastico, rinchiudendosi in convento, dove visse per altri vent’anni (*); la moglie seguiva il suo esempio.

Ma le turbolenze non terminavano (1355), in quanto Matteo Cantacuzeno non intendeva rinunciare al trono e Giovanni Paleologo si rivolgeva al papa che inutilmente chiedeva l’aiuto ai monarchi d’Europa, intenti alla rincorsa del santo sepolcro. Matteo, durante un combattimento con i Serbi, era stato fatto prigioniero; il padre, dal monastero, aveva ottenuto la sua libertà, e dopo aver abdicato, si era recato dal fratello  Manuele, despota della Morea.

Anche un principe di vasto ingegno, scriveva Segur, avrebbe avuto difficoltà a reggere l’impero nelle condizioni in cui si trovava; Giovanni Paleologo non aveva queste doti, ma di singolare bellezza e prestanza fisica, aveva bontà di cuore, da essere sopranominato Caloianni (1357).

Orchan, genero di Cantacuzeno, aveva posto un freno alla propria ambizione e si era fermato nelle conquiste; ma uno dei suoi figli, Solimano, che pur aveva molte volte sostenuto con le armi Cantacuzeno, riprese le piazze che gli aveva ceduto, tra le quali Gallipoli e Adrianopoli ed essendo morto, era seguito da Amurat-Murad che assumeva il trono musulmano e conquistava l’importante fortezza di Chiorli tra Adrianopoli e la capitale.

La disgrazia dei Greci non era onorata da nessuna azione di valore; fuggivano da tutte le parti e spesso la loro venalità andava incontro al giogo che li minacciava: per tradimento Didimotico era stata consegnata ai Turchi. Cantacuzeno che aveva abbandonato il trono, non la patria, era intervenuto per implorare la generosità di Orchan, e aveva ottenuto la restituzione di Didimotica (1358): questo era stato l’ultimo anno di vita di Orchan, che moriva raccomandando a Murad di fondare il potere solo sulla giustizia.

Murad aveva approfondito le sue conoscenze leggendo Senofonte e le conquiste di Ciro, e si era meritato il soprannome di “illustre”; e nel suo primo anno di regno aveva conquistato diverse città dell’Asia, che in base alle letture di Senofonte e di  Ciro, aveva trattato umanamente. Ma presto i religiosi imam avevano preso il sopravvento su di lui e gli facevano dimenticare Senofonte e Ciro  e il sultano diveniva  ambizioso, fanatico e persecutore.

L’imperatore Giovanni non gli opponeva alcun ostacolo  e cercava la pace firmando trattati con i suoi nemici; si era così riconciliato col kral di Serbia e aveva acquistato  la pace con i Bulgari.

Murad disponeva di un esercito di sessantamila uomini e sebbene i re d’Ungheria e Bulgaria e i principi di  Serbia e Valacchia lo avessero commbattuto nei pressi di Adrianopoli (1363), Murad ne era uscito trionfante e si impadroniva di Tebe, prendendo molte città del Peloponneso.

Giovanni Paleologo somigliava a Baldovino detronizzato dal suo avo, che mendicava aiuti per l’Europa e si era recato a Roma accolto  da Urbano V, il quale, dopo la sua abiura allo scisma, lo ricolmava di favori, raccondandolo alle Repubbliche di Genova e Venezia; Giovanni, aveva intenzione di recarsi in Francia ma avendo saputo che il re Carlo V aveva problemi che riguardavano la tenuta del trono, si era diretto a Venezia, ma solo per imbarcarsi per Costantinopoli, dove non gli rimaneva che concordare con Murad di farsi suo vassallo e tributario, a condizione che il sultano non facesse ulteriori conquiste e gli lasciasse gli ultimi avanzi che rimanevano dell’impero (1371).

Gregorio XI (Roger de Beaufort), eletto papa l’anno presedente, aveva chiesto ai principi cristiani di armarsi contro Murad; avevano risposto solo i cavalieri di Rodi che difendevano Smirne contro gli ottomani; Manuele, figlio di Cantacuzeno toglieva ai Turchi la città di Feres; ma Muratd rispose impadronendosi di Tessalonica e Manuele senza aiuti, dovette chiedere clemenza al vincitore.

La smisurata ambizione di Murad era senza ritegno: meditava di conquistare l’Ungheria e per impadronirsene aveva concluso un’alleanza con i Tartari, ma la rivolta di alcuni emiri in Asia sospendeva questi disegni (per la conquista bisognerà attendere  Solimano il Magnifico) e si diresse contro di essi, ordinando al vassallo  Giovanni, di seguirlo.

Murad aveva affidato la Tracia a un figlio di nome Conto che si era legato al figlio primogenito di Giovanni, Andronico, il quale nutriva per il padre un odio feroce, per avergli tolto la primogenitura, assegnandola al fratello minore Manuele, che aveva associato al trono; i due figli, uniti dalla stessa ambizione, cospiravano contro i padri e corrompendo le milizie, le attizzavano alla ribellione (1375).

Murad, avutone sentore (ma certamente ne era stato informato), si diresse in Europa portando con sé Giovanni, che sospettava di intelligenza con i ribelli.  Giovanni riusciva, con servile sottomissione, ad attutire lo sdegno del suo signore; giunto Murad, una parte dell’esercito si mise a sua disposizione, ma un’altra, si chiuse con i due principi nella città di Didimotica, che il sultano mise sotto assedio; dopo una prima ostinata resistenza, gli abitanti, sperando di ottenere la conservazione della vita e degli averi, gli aprivano le porte.

Il terribile Murad mal ricordando le sue letture sugli esempi di Ciro e le lezioni di Senofonte, fece annegare tutti i soldati della guarnigione e cavare gli occhi al figlio; e i principali capi dei ribelli furono costretti a fare, essi stessi, da carnefici dei propri figli. Giovanni, costretto a mostrarsi crudele, ordinava il supplizio al proprio figlio e lo condannava a perdere gli occhi; l’esecutore, più umano, gliene ardeva uno solo.

La città di Costantinopoli era un’arena di combattimenti e nel suo porto vi si battevano navigli genovesi e veneziani; Giovanni favoriva questi ultimi; Murad sembrava finalmente pacato e restituiva la liberà ad Andronico e questo, che dopo il supplizio aveva accresciuto il suo risentimento verso il padre, con l’aiuto dei Genovesi tramava un’altra cospirazione.  

Costantinopoli era una città corrotta, dove era più facile trovare ribelli, che soldati;  Andronico di notte, con i congiurati, forzando le porte del palazzo, arrestava il padre e due fratelli e si impadroniva del trono.

Un ricco veneziano, Carlo Zeno che diceva di discendere dall’imperatore Zenone, corrompendo il carceriere, si era recato da Giovanni  per sottrarlo alla prigionia, ma Giovanni preoccupato della reazione di Andronico, rifiutava la libertà e la conquista del potere.

Andronico, impossessatosi del trono, dovendo versare al sultano un tributo di trentamila scudi d’oro. per raccogliere denaro, aveva pensato di vendere  palmo a palmo, parti dell’impero e aveva ceduto Tenedo e Lesbo a Venezia, costringendo la  città di Filadelfia, che fino a quel momento aveva resistito, a sottomettersi a Murad.

Ma il sultano aveva disposto la sostituzione di Andronico, mettendo sul trono Giovanni, ma continuando a impadronirsi di altri territori, si impadroniva del principato di Acaia, e Patrasso gli apriva le porte; la maggior parte delle città della Macedonia si erano a lui arrese: Belgrado e la Serbia ricevevano le sue leggi; mentre i Veneziani ne approfittavano e s’impadronivano di Corfù.

Il re d’Ungheria, il kral di Serbia, i Dalmati e Valacchi si riunivano contro Murad col quale si scontravano alla battaglia di Cassovia, ma i musulmani risultavano vincitori (1389). Questa battaglia era stata l’ultima di Murad che. dopo aver riportato la vittoria,  trovava una morte singolare.

Durante la battaglia, aveva osservato che i morti calpestati dal suo cavallo erano tutti giovani bulgari e serbi, appena giunti all’età virile. Era tornato nel campo con un ufficiale che lo accompagnava e mentre osservava quei corpi, l’ufficiale lo elogiava, dicendogli: - Non meravigliartene; ogni uomo che abbia fior d’ingegno, non ardirebbe di assalire l’invincibile Murad; mentre il sultano riceveva l’incenso adulatorio, un vecchio soldato serbo che giaceva ferito ai suoi piedi, al sentire il suo nome, si sollevava c gli infliggeva una pugnalata nel seno e Murad esalava l’ultimo respiro, mentre udiva le grida trionfali del suo esercito vittorioso.

 

 

 

*) Giovanni Cantacuzeno dedicandosi agli studi,  aveva scritto un Commentario sulla Morale di Aristotele, una Confutazione dell’Alcorano e le Memorie del suo periodo (divise in quattro parti, pubblicate in francese da Parisot: “Des Memoires de l’empereur Jean Cantacuzene”, Paris, 1845) che con quelle di Niceforo  Gregora, sono uniche di quel periodo.

 

 

 

IL NUOVO SULTANO

BAJAZET PROSEGUE

NELLE CONQUISTE

SUE CRUDELTA’

L’IMPERATORE MANUELE

SUO VASSALLO

 

 

 

A

 Murad, succedeva Bajazet (*) (1383) che per prima cosa fece strangolare fece strangolare il fratello; spargeva terrore e morte nelle file dei nemici: “sotto la sua mazza ferrata” aveva scritto uno storico arabo “le corazze di ferro e  gli elmi di rame si ammollivano come cera”.

Entrato in Moldavia subiva una sconfitta e l’ammutinamento di alcuni emiri lo costrinse a intervenire e spogliare il suocero, principe di Frigia, degli Stati, facendosi seguire dal figlio dell’imperatore Giovanni, Manuele, che teneva come ostaggio.

Giovanni, ritenendo prossima la caduta dell’impero, aveva disposto il restauro delle mura di Costantinopoli, ma Bajazet lo aveva minacciato che avrebbe fatto accecare Manuele se non avesse demolito le nuove opere e l’imperatore, gemendo, obbediva; ma nella disperazione, perdeva la vita a sessantuno anni, dopo aver regnato per cinquantadue (1391).

Gli succedeva il figlio Manuele ritenuto bravo, generoso, di nobile elevatezza d’animo e somma finezza d’ingegno e aveva la precipua qualità di un re, vale a dire un grande amor di patria.

Alla morte del padre, Manuele, come abbiamo detto, era tenuto da Bajazet come ostaggio e mallevadore della servitù dei Greci; era stato associato da diciotto anni  dal padre all’impero; venuto a conoscenza della morte del padre, affrontando la morte, si liberava dalle catene e fuggiva da Prusa, recandosi nella capitale.

Con furore Bajazet lo faceva inseguire, minacciando gli ufficiali che lo inseguivano e comandando al nuovo imperatore di prestargli giuramento come vassallo, di pagargli il tributo e nominare un cadì per giudicare i musulmani che vivevano nella capitale; ma Manuele rifiutava le richieste, con termini nobili e moderati.

Infuriato, Bajazet faceva partire tre eserciti: uno, sotto i suoi ordini, saccheggiava la Tracia; l’altro al comando di Turaco, devastava il Ponte Eusino; il terzo al comando di Abranetze, investiva l’Asia e il Pelopponneso.

Dopo la morte dei nipoti di Cantacuzeno, quelle contrade erano governate dal fratello di Manuele, Teodoro, e sotto questo principe prode, giusto e attivo,  pareva che questa parte della Grecia fosse tornata a fiorire, con le mura delle città riedificate, i campi coltivati, un gran numero di Illirici chiamati per ripopolare il paese, lo arricchivano con il lavoro e lo difendevano con le armi; Teodoro aveva sposato la figlia del duca di Atene, che aveva portato in dote la città di Corinto.

Manuele aveva opposto ai musulmani una forte resistenza, ma rinchiuso nella capitale e privo di ogni sussistenza per pagare i soldati, aveva scritto al papa e ai principi cristiani, che abbandonando gli ultimi baluardi dell’impero, si sarebbero visti i musulmani piombare in Occidente e rinnovare in Europa le calamità di Attila e abbattere la croce.

Il primo a muoversi, essendo il più esposto, era stato Sigismondo d’Ungheria, il quale aveva mandato un ambasciatore da Bajazet per sapere con quale diritto volesse impadronirsi della Bulgaria. Bajazet, accogliendolo in mezzo a un arsenale di armi, gli rispose: Cristiano, vuoi conoscere quali sono i mie diritti? Eccoli; puoi contarli. E ascolta quali sono i miei disegni; Soggiogherò l’Ungheria; mi impadronirò dell’Alemagna; trascinerò dietro di me, mio schiavo, l’imperatore dei Greci; Roma mi vedrà entro le sue mura; depositerò nel Campidoglio le corone che avrò conquistato e farò mangiare l’avena al mio cavallo sull’altare di san Pietro.

L’insolente millanteria, riferita da Sigismondo alla Francia, accendeva di sdegno i cavalieri francesi, che si videro quasi tutti ricorrere alle armi, per vendicare l’onore dell’Europa: ognuno dei quali si mostrava ansioso di soccorrere l’Ungheria e liberare la Grecia.

In Francia in quel periodo regnava il debole Carlo VI, governato dallo zio, duca di Borgogna, il quale, cedendo alle richieste del figlio duca di Nevers, permise a tutti i suoi cavalieri di partire per l’Oriente.

Erano mille cavalieri, seguiti da un grosso stuolo di arcieri e servi armati; erano molti i principi che partecipavano: il conte d’Eu, i duchi di Bar, e i guerrieri più celebri come Coucy, La Tremouille, Castel Morando e il famoso maresciallo di Bucicaut, che si distinguerà in molte campagne anche in Egitto e a Tunisi.

Questo esercito, più sfarzoso nei nomi dei cavalieri che dell’oro e argento che risplendevano  sui loro cavalli e nelle loro armi, al comando del conte di Nevers, ordinato secondo le loro bandiere di ciascuno, attraversava celermente l’Alemagna  recandosi da Sigismondo.

Sull’esempio dei cavalieri, uno stuolo di avventurieri di ogni paese, andarono a ingrossare l’esercito del re d’Ungheria, che con centomila uomini poté partire per combattere i musulmani.

Bajazet s trovava con le sue milizie  a Feres e ordinava a Teodoro, all’imperatore Mnuele e al loro cugino Giovanni Paleologo, figlio di Andronico, di recarsi da lui; era impossibile disobbedire, ed essi si presentarono (1395); appena li vide, il sultano dava l’ordine agli ufficiali che li circondavano, di decapitarli; il gran visir osò opporsi a quel barbaro ordine; il coraggio del ministro aveva stupito Bajazet che aveva calmato lo sdegno; ma la sua clemenza era stata quella di un barbaro, in quanto aveva ordinato di tagliar loro le mani e accecarli. 

Manuele, sfuggito al patibolo, ricondotto nel suo palazzo, sposava Elena, figlia di Costantino Dragose, principe di Macedonia, ma era come prigioniero in attesa dell’esito degli scontri dell’esercito di Sigismondo e dei cavalieri francesi con le truppe di Bajazet.

Il fratello Teodoro, non aveva ottenuto la libertà ed era rimasto come ostaggio nel campo turco; ma riusciva a trovare la via per sottrarsi alla morte che lo minacciava.

I francesi appena giunti, avevano mostrato di voler combattere spingendo Sigismondo ad entrare in campagna; così stimolati, gli Ungheresi si impadronirono di Bodino in Romania e dopo aver presero un’altra città, posero l’assedio a Nicopoli. Era questa la città più forte della Romania e Bajazet capitanando quarantamila giannizzeri, diecimila sphais e un grosso stuolo di ausiliari si diresse a soccorrere la città e giunse prima che ai cristiani fosse pervenuta la notizia; Sigismondo ebbe appena il tempo di ordinare l’esercito per la battaglia, ma nella fretta aveva dimenticato di avvertire i cavalieri Francesi e il conte di Nevers seppe dell’arrivo dei musulmani mentre stava pranzando; ma tutti i cavalieri furono pronti ad armarsi e raggiungere Sigismondo.

Bajazet aveva messo davanti alla sua fanteria un immenso numero di pioli acuminati, stretti e intrecciati e la sua numerosa cavalleria li nascondeva allo sguardo dei cristiani e copriva tutto il fronte della linea. Al segnale della battaglia l’esercito di Sigismondo muoveva in buon ordine e la cavalleria musulmana, al solito, apriva e retrocedeva sulla due ali della fanteria, che coperta dalle sue palizzate, faceva piovere sui cristiani un nembo di dardi.

Gli Ungheresi più atti alle scaramucce che alle battaglie, simili ai Parti, più pronti a fuggire, che a inseguire e combattere, alla vista delle palizzate, si arrestavano, si sbandavano e si disperdevano; una sola squadra, comandata dal conte d’Ungheria, si teneva ferma e rimaneva con i Francesi. Il maresciallo di Bucicaut rimproverava la vile ritirata e alle sue parole il conte di Nevers con i suoi  cavalieri Francesi si scagliavano sulle palizzate; inutilmente le acute punte si immergevano nei fianchi dei cavalli; le lance e le scimitarr musulmane percuotevano elmi e corazze; simile al cinghiale che infuria quando è ferito, i cavalieri si inasprivano, strappavano, abbattevano, sforzavano le palizzate; sbaragliavano i giannizzeri e piombavano sulla innumerevole folla di musulmani, sbalorditi di tanto coraggio.

Con la sua  piccola schiera, il conte d’Ungheria si era mostrato degno emulo dei Francesi; quindicimila musulmani erano caduti sotto le loro spade e lo stesso sultano era rimasto ferito; ma la turba musulmana chiudeva ogni passaggio agli alloggiamenti e la fuga di Sigismondo toglieva ogni possibilità di soccorso.

I musulmani si rinfrancano e si raccolgono, osservano e piombano in massa da tutte le parti sugli eroi pesti, languidi, oppressi dalla fatica, quasi esangui, crivellati di ferite, privi dei loro destrieri; assaliti da ogni parte, vendevano cara la vita; una parte periva e una parte era fatta prigioniera  (1396).

Bucicaut  con il conte di Nevers furono fatti prigionieri; ma Bajazet non si era mostrato degno della vittoria riportata, perché aveva fatto tagliare la testa a molti nobili prigionieri, senza risparmiare i principi che avrebbero potuto pagare un riscatto.

I musulmani entrati nell’accampamento dei Francesi, trovarono un immenso bottino e furono abbagliati dal lusso delle tende, che sembravano padiglioni reali, arredati in seta e piene zeppe di ricco vasellame; Carlo VI aveva inviato magnifici donativi a Bajazet, volendo riscattare i prigionieri rimasti vivi.

Bajazet non aveva tralasciato di inseguire con accanimento, gli Ungheresi, sgominandoli e abbattendoli e Sigismondo, così incalzato, non poté rientrare nel suo regno e andava a cercare asilo a Costantinopoli (1397).

Bajazet aveva richiesto a Manuele di cedergli la capitale, Munuele si era rifiutato e Bajazet  aveva deciso di assediarla, sconsigliato dal suo gran visir, che temeva che tutta la cristianità si sarebbe armata contro i mussulmani.

Giovanni Paleologo, nipote di Manuele, più che difendere la corona, mirava ad impadronirsene, vantando i diritti di suo padre Andronico (1399); Bajazet, sicuro di trarre profitto da queste beghe, le fomentava e per accelerare la rovina dei suoi nemici, appoggiava le pretese di Giovanni; Manuele, non potendo opporre resistenza, decise di dividere la corona col nipote.

La sua ultima speranza era quella di veder giungere un corpo di Francesi in suo soccorso; come avvenne; era un corpo di sedicimila Francesi al comando di Bucicault,  liberato alla prigionia.

La loro apparizione diffuse gioia fra i Greci e terrore presso i musulmani; essi forzarono il passo del Bosforo, liberando Costantinopoli dalla carestia; batterono ripetutamente i musulmani, costringendoli ad allontanarsi dalla capitale; discesero in Asia, si impadronirono di molte città; assediarono Nicomedia, la presero d’assalto e passarono la guarnigione a fil di spada.

Per un anno intero Bucicaut aveva tormentato i musulmani, aveva protetto dai loro assalti la capitale, compiendo prodigi di valore, mostrando ai Greci  che la loro decadenza proveniva dalla corruzione; l’erario era vuoto e i Greci li ammiravano senza imitarli; la massa enorme dei musulmani si rinnovava di continuo; Bucicaut  faceva presente a Manuele di dover rientrare e lo invitava a recarsi in Francia per infervorare i cristiani.

L'imperatore Manuele partiva per l'Italia e si recava a Venezia, Firenze,  Genova dove compiansero le sue sciagure, senza dargli alcun soccorso; a Milano il duca Visconti, più generoso di tutti,  gli apriva i suoi tesori; Manuele poi si recava in Francia, giungendo a Parigi il 3 giugno 1400, ospitato da Carlo VI al Louvre; ammirato per le sue fattezze, per i capelli e la barba bianchi e per il grave portamento, fu onorato con feste e banchetti; re, principi e cavalieri, tutti promisero il loro soccorso; si recava anche da Enrico IV in Inghilterra dal quale  non potette avere che promesse, in quanto il re aveva problemi di instabilità del trono.

Tornando a Parigi fu testimone della tragedia della demenza che aveva colpito il re (ma aveva già avuto dei precedenti di schizofrenia), per cui Manuele non poté fare affidamento sull’unico monarca su cui potesse contare e rientrava a Costantinopoli (1402), dove era rimasto il debole Giovanni Paleologo; alla sua difesa aveva pensato Bucicault, il quale,  prima di partire aveva lasciato un manipolo di cinquecento cavalieri al comando di Castel-Morando, che nell’arco dei due anni aveva resistito alla debolezza della Corte e agli assalti dei musulmani. 

 

 

 

*) La diversa indicazione del nome di Bajazet o Bayasid deriva dalla lingua in cui è usato,    turca o araba.

 

 

 

 

 

 

 

ARRIVA TAMERLANO

PIU’ FEROCE DI BAJAZET

FATTO PRIGIONIERO  

LA BATTAGLIA NAVALE

DI PRADE DURANTE

IL REGNO DI MANUELE 

 

 

 

B

ajazet si stava preparando alla invasione dell’impero, quando dal lontano Oriente stava arrivando una  calamità devastatrice come quella di  Attila: era Timur-Lang, detto Tamerlano perché zoppicava; Turco, al comando dei “Tatari” che in Occidente erano stati ritenuti provenienti dal tartaro infernale, e così  denominati Tartari. Nato in un villaggio nei pressi di Samarcanda, aveva impugnato la scimitarra fin dall’età di dodici anni e si era distinto per il suo coraggio; in religione era  di stretta osservanza islamica.  

Aveva iniziato le conquiste a venticinque anni, liberando la Transoxiana (Turchestan) e aveva abbellito Samarcanda, divenuta capitale del suo impero; conquistava i territori dell’Orda d’Oro (Russia meridionale) di Gengis Khan; aveva conquistato il sultanato turco dell’India e la Persia, dopo aver saccheggiato Damasco e aver messo a ferro e fuoco Bagdad.

Come Giulio Cesare  (scrive Segur, ma si ritiene che non sia stato lui a scrivere ma persone a lui vicine, come Ghiyasoddin Alì) per le sue conquiste aveva scritto i Commentari, narrando in che modo era tornato tra i suoi vecchi compagni (quando aveva iniziato a formare il suo esercito per la conquista della Transoxiana): “Al vedermi, tutti avevano manifestato trasporti di gioia, bagnandomi di lacrime, baciando le  mie staffe; io precipito da cavallo,  stringendoli fra le braccia, pongo il mio turbante sulla testa del primo; getto la mia sciarpa al collo del secondo; do il mio abito al terzo e invochiamo insieme il Signore del Cielo. Li condussi nel mio ritiro; celebrammo la nostra unione con un giocondo banchetto: la speranza e la libertà resero deliziosi per noi i deserti” (*).

Dopo aver avuto un carteggio di ingiurie con Bajazet, a sessantatre anni era stato sconfitto nei pressi di Angora (1402) e fatto prigioniero; Bajazet si era comportato umanamente e gli aveva consentito di vedere il figlio Musa, la moglie Espina e la figlia. Ma gli scrittori avevano dato sfogo alle loro fantasie, come aveva scritto Voltaire, descrivendo le umiliazioni inferte a Bajazet,  di cui si sarebbe servito per salire a cavallo o portandolo in giro chiuso in una gabbia di ferro o farsi servire nei banchetti, dalla moglie e dalla figlia, seminude;

Bajazet stava per concedergli la libertà, quando l’anno successivo moriva (1403); Tamerlano gli faceva celebrare le esequie,  con pompa, nella città di Bursa e inviava magnifici doni al figlio Musa, al quale donava la sovranità dell’Anatolia. 

Le vittorie di Tamerlano erano dovute al suo esercito, organizzato con arte; diviso in scaglioni che si dirigevano uno per volta verso il centro dei nemici; dopo l’assalto del primo scaglione, giungeva il secondo scaglione che rinnovava l’assalto; quando vi era un lungo combattimento, una grossa riserva giungeva a riparare il disordine o a compiere la vittoria.

Tamerlano si stava preparando ad invadere la Cina quando, colpito da malattia, moriva (febbraio 1405) due anni dopo la morte di Bajazet; dopo la sua morte l’impero creato andava in disfacimento.

Alla morte di Bajazet, a Costantinopoli Greci e Francesi esultarono, inviando ambasciatori a Tamerlano che promise la sua protezione; la conquista di Costantinopoli non rientrava nei suoi disegni in quanto occorrevano le navi di cui non era provvisto e non era quindi in grado di assediarla.

Manuele, non avendo altre possibilità per ringraziare i Francesi, ma volendo dimostrare la sua riconoscenza, offriva ai benedettini di Saint Denis, le opere di Dionigi l’Aeropagita.

Bajazet, morendo, lasciava quattro figli: Giosué, Solimano, Musa (Mosé) e Maometto fra i quali sorgevano lotte fratricide per assicurarsi la sovranità dell’impero ottomano.

La morte di Bajazet liberava dalla servitù l’imperatore Manuele, che ora si sentiva libero. Mentre Giosuè (1408) come primogenito si impadroniva di qualche provincia, Solimano che era in Tracia, riconoscendo Tamerlano, riceveva l’investitura della Romania;  ingelosito di Giosué, si era assicurato l’aiuto  dei Greci restituendo la Tracia, la Tessaglia e il Peloponneso; Solimano inoltre, si muoveva   contro Giosué, lo vinceva e lo uccideva; mentre Musa, assistito da Bulgari e Serbi gli ritoglieva la Tracia e si impadroniva di Adrianopoli. 

Solimano stringeva i suoi rapporti con Manuele, sposando una sua nipote (1408) e uniti, vincevano Musa, e i Greci rientravano in possesso di molte città dell’Asia; in questo periodo, moriva il fratello di Manuele, Teodoro che si era distinto per coraggio e virtù.

La calma che regnava in quel periodo aveva portato Solimano ad abbandonarsi alle dissolutezze del suo harem; Musa ne approfittava e con l’aiuto dei Valacchi lo assaliva e ne batteva le sue milizie.

Solimano era assassinato da traditori del suo seguito, che portavano la sua testa a Musa, il quale, divenuto sultano degli ottomani, riprendeva Tessalonica e Adrianopoli e andava a porre sotto assedio Costantinopoli.

Manuele gli opponeva viva resistenza e aveva organizzato una flotta, il cui comando era affidato a Emanuele Notho, suo  fratello naturale, nominato gran drungario (grande ammiraglio) della flotta, il quale issava sulla nave ammiraglia lo stendardo di san Michele Arcangelo (**). La data della battaglia non è stata indicata ma l’abbiamo  estrapolata, come si vedrà. in base alla prigionia di Notho.

Le navi della flotta greca, battevano quelle ottomane nella battaglia che aveva luogo presso l’isola di Plate (di fronte alle spiagge della Troade); grandi furono i festeggiamenti: grande fu l’esultanza dei cristiani, non adusi da lungo tempo a vincere i musulmani e sempre costretti a pagare a caro prezzo di tesori e d’uomini le brevi tregue o proroghe ottenute dai Turchi con i trattati; le feste che si fecero alla flotta vincitrice furono delle più clamorose; l’oggetto della gioia e degli applausi era stato il condottiero vincitore, fatto segno di lodi e dell’allegrezza del popolo.

Ma la gioia che cingeva la fronte vittoriosa di Manuele Notho, per quei meritati applausi e per quella stima universale, fu la causa della sua rovina; il grande  entusiasmo che egli aveva suscitato nel popolo e nell’esercito, avevano insospettito il fratello imperatore, per quell’invidia e reazione non insolita nelle Corti, e specialmente in quella bizantina; designato non più come l’autore della pubblica felicità e della rialzata fiducia, ma ritenuto pericolo per l’impero e per l’imperatore, per ordine del quale, fu messo, agli arresti, assieme ai figli, dove rimase dimenticato,  fino alla morte dell’imperatore.

La prigionia di Notho è stata indicata della durata di tredici anni, fino alla morte di Manuele, avvenuta il 1425; la battaglia è da ritenere quindi avvenuta nel 1412,

Musa toglieva l’assedio, ma la capitale si salvava anche per un altro avvenimento.

L’ultimo figlio di Bajazet, Maometto, si ribellava in Amasia (Albania); Manuele gli prometteva di favorirlo e gli andava incontro fino a Scutari e lo faceva entrare nella capitale; ma nella battaglia che ambedue affrontavano con Musa, rimanevano sconfitti; ricevuti i rinforzi si spostavano nel Ponto Eusino, dove li raggiungeva Musa che moriva ucciso da una pugnalata. 

Rimaneva Maometto, che divenuto unico sultano, riuniva tutto l’impero ottomano e mostrandosi riconoscente verso Manuele, gli mandava ambasciatori per assicurarlo, che dovendo a lui la corona, si sarebbe comportato come un figlio verso il padre.

Manuele aveva ora la possibilità di  ristabilire l’ordine nelle sue province; riuniva gli avanzi delle sue schiere ricevendo delle restituzioni; la giustizia riprendeva il suo corso; l’agricoltura rifioriva; il commercio riprendeva libero; ma questo stato di  prosperità era effimero.

Maometto si mostrava pacifico e tollerante sultano; i suoi inviati annunziavano ai cavalieri di Rodi che sarebbero stati protettori dei cristiani; solo i Veneziani avevano mostrato il loro odio e Maometto fece loro una guerra implacabile.

Ma emergeva un impostore che si dichiarava figlio di Bajazet e avendo trovato chi lo sosteneva, aveva adunato delle milizie ma era stato battuto ed era andato a cercare asilo in Tessaglia; Manuele faceva l’errore di non volerlo consegnare a Maometto, rovinando così i rapporti col sultano, il quale però, da alleato, si recava a fargli visita a Costantinopoli.

I cortigiani di Manuele, che non distinguevano la politica dalla perfidia, gli consigliarono di tenerlo prigioniero, con la  speranza di potergli carpire la cessione della Siria: Manuele respingendo i loro suggerimenti, riceveva Maometto come un fratello; la morte doveva interrompere l’unione dei due monarchi in quanto Maometto era improvvisamente colpito da un colpo apoplettico e cessava di vivere  (1421).

I visir tennero occultata la sua morte fino a quando, Murad (II) suo primogenito, non fosse arrivato a Prusa, per proclamarlo sultano; Manuele secondo le intenzioni di Maometto, aveva richiesto a Murad di nominare un tutore dei suoi fratelli minori; ma ricevette una risposta sprezzante che seminava nuova discordia tra i musulmani.

I giovani principi, si trovavano presso Manuele il quale nominava sultano uno di essi, Mustafà, e lo riforniva di truppe, essendosi una parte della milizia ottomana dichiarata a lui favorevole; Mustafà si impadroniva di molte province e di Gallipoli; ma, il giovane sultano si era imbaldanzito e aveva reputato come giogo il favore di Manuele e ritenendosi forte, gli aveva rimandato le milizie greche; ma questa imprudenza gli era costata la rivolta degli ufficiali che si dichiaravano favorevoli a Murad; e Costantinopoli si vide nuovamente assediata  (1423).

Murad aveva promesso ai suoi soldati il saccheggio e, al primo che avesse superato le mura, il possesso (con carica equivalente ndr.).

In Europa era da qualche tempo in uso una polvere nera, e mescolando zolfo e salnitro, si creavano fulmini formidabili e micidiali che cambiavano l’arte e il destino della guerra e in oriente si era sentito lo scoppio del primo cannone.

Un genovese di nome Adorno aveva fatto adoperare dai musulmani contro la mura di Costantinopoli la nuova arma, che aveva sorpreso i Greci, ma non ne aveva abbattuto il coraggio; vecchi e fanciulli, perfino le donne, si armarono; la costanza dei Greci aveva stancato gli assalitori; e Murad toglieva  l’assedio.

A  questo successo, aveva contribuito anche l’imperatore il quale aveva mandato in Asia il fratello minore di Murad, detto Mustafopulo, il quale aveva trovato molti sostenitori e aveva sollevato la provincia, e Prusa e Nicea si erano dichiarate per lui; Murad, aveva dovuto accorrere e dopo averlo vinto, lo faceva strangolare.

Murad, avendo bisogno di riposo, aveva concluso con Manuele la pace; Manuele inviava ambasciatori a Roma, per un ulteriore tentativo di riunione  delle due Chiese; ma un colpo apoplettico interrompeva il corso della  sua gloriosa vita (1425) e moriva a settantadue anni, dopo aver regnato cinquantadue anni: “Coraggioso, perspicace, eloquente, fecondo di espedienti, moderato nella prosperità, fermo nei disastri, aveva provato che un uomo di grand’animo può sostenere da solo un impero che crolla”.

Ma  su queste pur pregevoli qualità vi era la macchia indelebile del fratello naturale Emanuele Notho, che aveva tenuto a giacere nelle carceri, con i figli,  per tredici anni che alla sua morte erano liberati.

 

 

 

 

*) Purtroppo Segur, sempre molto preciso nella bibliografia non dice da dove ha preso il brano citato.

*°) In un articolo pubblicato in “Dissertazioni della Pontificia Accademia Romana di Archeologia” (T. III), durante il pontificato di  papa Leone XIII (1878.1903), predecessore dell’attuale pontefice, Guseppe Cozza-Luzi, nella sua “Dissertazione sull’Antico vessillo navale”, donato dal cardinale Bessarione (conservato nel Monastero di S. Croce di Avellana nella diocesi di Pergola). Questo vessillo conteneva l’immagine del fratello dell’imperatore Manuele, Emmanuele Notho, al quale era stato dato il comando della flotta, ed era stato esposto nella battaglia navale  di Prade, di cui ne fanno cenno, i due storici di quel periodo, Laonico Calcondila, autore di De rebus Turcis, e Giorgio Frantze (o Sfrantze o Franza), autore del Chronicum maior e Chronicon minus, tradotto  col titolo “Il crepuscolo di Bisanzio” da Djuric.

Emanuele era fratello naturale di Manuele, ambedue figli di Giovanni Paleologo e ambedue allevati a Corte; della battaglia navale non se ne fa descrizione, ma, indicata come terribile, si fa riferimento al: valore di Emanuele, prevalso sulle grandi forze nemiche, le quali, non soltanto soffersero vergognosa disfatta, ma delle più grandi navi, alcune naufragarono per se stesse, altre dai cristiani furono prese e calate a fondo; ben poche delle più piccole poterono prendere il largo e darsi alla fuga.  

L’autore dell’articolo ha indicato la data dell’avvenimento tra il 1411 e il 1414, riteniamo che si possa fissare esattamente al 1412, sulla base dei tredici anni di prigionia di Emanuele Notho, liberato alla morte di Manuele il 1425, e la battaglia aveva avuto luogo tredici anni prima, nel 1412.

 

 

GIOVANNI II PALEOLOGO

 GOVERNA DA SOLO

SUA PARTECIPAZIONE

AL CONCILIO DI FERRARA

SCANDEBERG SCONFIGGE

  MURAD   

 

 

I

l figlio di Manuele, Giovanni Paleologo, già da tempo nominato co-imperatore ora poteva regnare da solo; la madre Irene, aveva avuto altri figli tutti con piccoli territori, ma con titoli imperiali; Teodoro; Costantino Dragase, Tommaso e Demetrio Porfirogenito; mentre questo aspirava al titolo imperiale, Tommaso cercava di mantenere la concordia nella famiglia.

Il primo atto di regno di Giovanni, che qualificava la sua debole tempra e presagiva i danni futuri, era stato di aver acquistato da Murad un’effimera pace, pagando un tributo di trecentomila aspri, oltre ad avergli ceduto molte città del Ponto Eusino.

Anche il suo matrimonio non aveva avuto buon esito; aveva sposato Sofia del Monferrato, giunta dall’Italia con una nave veneziana che portava (1420) anche un’altra sposa, Cleofe Malatesta destinata all’altro fratello, Teodoro despota della Morea.

Ducas racconta che Giovanni, al quale era destinata Sofia, “non si rallegrava, né era contento della sposa: benché fosse ben proporzionata nel corpo e fosse bella in vista e aveva una treccia come oro lucente fino al calcagno, le spalle larghe, le braccia e il petto rispondenti a ragionevoli proporzioni, i denti come cristalli, la natura del corpo dritta, ma la faccia e le labbra, la forma del naso e gli occhi e la forma delle ciglia difformi e, per usare una frase comune: davanti, pareva la quaresima, e dietro la pasqua. Avendola vista sì fatta, l’imperatore Giovanni non volle consumare con lei e neanche dormire nel suo letto, onde l’imperatrice se ne stava in una camera del palazzo. E più volte Giovanni ebbe l’animo di rimandarla in Italia, ma sapendo che era molto amata dall’imperatore Emanuele, suo padre si trattenne dal suo pensiero”.

Ma aveva preso lei stessa l’iniziativa e se n’era partita segretamente su una nave di Genovesi (1427); l’imperatore non le  aveva mostrato alcun risentimento e lei era andata a rinchiudersi in un convento; Giovanni in seconde nozze, sposava Maria, figlia dell’imperatore di Trebisonda, alla quale rimaneva legato per il resto della vita.

Di Cleope o Cleofa Malatesta, che aveva sposato Teodoro, invece, risulta essere morta in circostanze misteriose (1433); Ducas e Frantze non ne parlano; il francese Jeann Dufay (vissuto nella stessa  epoca), le aveva dedicato (anche a Vittoria Colonna) un canto a quattro  voci, “Vasilissa ergo gaude”. 

Tutti i principi, fratelli di Giovanni, pur avendo ciascuno il proprio territorio, non lasciavano regnare in pace il fratello imperatore;  infatti, mentre Teodoro, si alternava nella sua incostanza, di ingrandirsi o cedere i suoi possedimenti ai Veneziani e ritirarsi tra i cavalieri di Rodi; Giovanni voleva che la cessione - si trattava della Morea (o Peloponneso) - fosse fatta al fratello Costantino; ambedue  si erano recati da Teodoro, il quale, aveva ancora cambiato idea, e aveva deciso di tenere il regno e si era limitato a cedere a Costantino, Corinto e qualche altra città del Peloponneso.

Costantino aveva cercato  di ingrandirsi e si era buttato su Patrasso, per conquistare la città, che aveva assaltato; ma era stato battuto e sarebbe morto se Giorgio Frantze, lo storico e ministro, non lo avesse salvato. Costantino, non demordeva e guarito dalle ferite si impadroniva di Patrasso (1429); se ne risentiva il sultano Murad, che si sfogava su Tessalonica.

Questa città era appannaggio di Andronico Paleologo, che l’aveva ceduta ai Veneziani; il sultano l’assediava e la prendeva d’assalto, rivolgendosi poi alla Caranania, all’Etolia e all’ Epiro.

Questo sultano, nonostante le sue conquiste, per quanto fosse despota, era ritenuto un monarca giusto; lo storico Dimitri Cantemir. che si era occupato di lui e gli altri storici greci, attestavano che fosse giusto, religioso e fedele alle promesse.

Gli stessi vinti, deplorando le violenze usate dai musulmani. giustificavano il sultano; Murad aveva conquistato la città di Croia, capitale dell’Albania di cui era signore Giovanni Castriota, e dopo avergli mandato un grosso esercito, lo aveva  costretto a riconoscerlo come sovrano, a pagargli un tributo e a consegnargli in ostaggio i suoi quattro figli; tutti educati alla Corte del sovrano e nella religione islamica.

Il più giovane di questi, Giorgio Castriota (nato nel 1403), si era segnalato nei combattimenti e aveva suscitato l’ammirazione dei musulmani, per l’audacia e la forza straordinaria, a tal punto che gli era stato dato il nome di Scanderberg (signore, Alessandro); e per il suo spirito e la sua sagacia, per il suo carattere e per la sua prestanza, si era guadagnato la fiducia di Murad.

I Serbi, gli Ungheresi e i Bulgari, avevano formato una lega per arrestare i continui progressi della potenza ottomana (1436); Murad volendo  bloccare quella unione, assaliva per prima la Serbia, dove il kral Giorgio, non potendo resistere a quel torrente, abbandonava al sultano la metà del regno e gli dava in moglie una sorella, sperando che la bellezza della principessa, avrebbe addolcito il suo cuore; ma tutti gli sforzi non avevano portato che a una tregua di due anni.

Avendo saputo che il kral continuava nei negoziati con l’Ungheria, Murad marciava contro il cognato, facendo accecare due dei suoi figli; poi si dirigeva contro l’Ungheria  (1437), dove, tradito da una guida infedele, rimaneva impacciato nelle strette di un territorio sconosciuto, e gli Ungheresi lo sconfiggevano, costringendolo a ritirarsi.

L’imperatore Giovanni non poteva che assistere a tutte queste operazioni dei musulmani che lo circondavano da ogni parte e avrebbero potuto piombare in ogni momento sulla capitale; egli non aveva altra speranza di salvezza che la riunione delle due Chiese, greca e latina, ciò che era anche l’ardente desiderio del papa, di vedere ristabilita nell’Oriente l’unità della Chiesa.

Per di più, al suo interno vi erano dei problemi, emersi nel Concilio di Basilea (1431), in quanto si intendeva restringere l’autorità del papa, con possibilità finanche di scomunicarlo.

Nel Concilio di Basilea, convocato dal papa Martino V per ridurre gli ussiti di Boemia all’obbedienza, era stato inserito il problema dell’unione delle due Chiese; il papa Martino V, moriva ancor prima dell’inizio dei lavori ed era eletto Eugenio IV che vedeva confermata dall’assemblea la decisione del precedente Concilio di Costanza, che aveva stabilito la superiorità del concilio sul papato; ciò che aveva creato una spaccatura tra sostenitori assembleari e quelli del papa, il quale fissava un altro Concilio a Ferrara per il 1437 (v. Art. Il concilio di Pisa, Costanza, Basilea e Firenze in Europa verso la fine del medioevo P. III).

Ma la maggior parte dei cardinali rimanevano a Basilea e condannavano come scismatico Eugenio IV, eleggendo l’antipapa Felice V (Amedeo VIII di Savoia);  con la saggia rinuncia di Felice V, era riconosciuto il nuovo papa, Nicolò V, eletto in conclave. Il concilio riprese a Ferrara (1437), dove a causa della peste, era trasferito a Firenze, dove le riunioni del Concilio terminavano nel 1442.

Essendo stata riconosciuta la supremazia del papa e che lo Spirito Santo procedeva dal Padre e dal Figlio, la riunione delle due Chiese fu solennemente dichiarata e il papa per mostrare la sua riconoscenza all’imperatore, gli apriva i forzieri dei suoi tesori, mettendogli  a disposizione il naviglio per il suo ritorno e rassicurandolo che avrebbe rinnovato i suoi sforzi per spingere i principi a difendere l’Ungheria e la Grecia.  

Dopo un’assenza di due anni l’imperatore Giovanni giungeva a Costantinopoli, ma al suo arrivo trovava il popolo e il clero sollevati contro di lui; i vescovi che lo avevano accompagnato si videro ingiuriati e minacciati dalla moltitudine infuriata che gridava “possa essere troncata la mano che ha segnato e la lingua che ha proclamato questa empia e umiliante riunione”; e quando ai vescovi chiedevano il motivo della loro apostasia, essi rispondevano che “era stata la paura e il bisogno a vendere la nostra fede”; molti prelati, seguendo l’esempio, avevano prolungato le turbolenze e lo scisma, abbandonandosi al fanatismo, con la pretesa “luce di Palama” che estingueva quella della loro ragione.

Del seguito dell’imperatore Giovanni, aveva fatto parte Giorgio Gennadio Scolario, aristotelico, filosofo e teologo (*), il quale,  al ritorno, si era ritirato nel  convento del Pantocratore. Egli era stato sostenitore dell’unione (e aveva scritto un trattato sulla necessità dell’unione: Tre discorsi ai Greci sulla necessità dell’unione),  ma, successivamente sul filioque, si era mostrato in polemica con Roma.

Da quanto riferiva Ducas, Gennadio bizantineggiando, si mostrava ermetico; comunque, aveva scritto un “manifesto” che aveva affisso alla porta della sua cella e diceva: Miseri Romei, perché errando vi allontanate dalla speranza di Dio ed avete posta la vostra speranza nella potenza dei Franchi, e con la Città nella quale dovete perire, perderete anche la vostra pietà? O misericordioso Dio, abbi di me misericordia. Invoco te per testimonio della mia purezza, che sono immacolato da questo peccato; che farete miseri cittadini? Appresso all’altra vostra iattura, avete perduto la pietà che avete ricevuto dai vostri padri ed avete confessato l’empietà. Guai a voi quando arriverà il giudizio eterno”.

Tutti gli abati, con i monaci e le monache, i preti e i laici, che seguivano la dottrina del loro maestro Gennadio, e tutti quelli che lo avevano confermato e lo confermavano, pubblicamente avevano anatemizzato il decreto dell’unione; (i confessori negavano l’assoluzione agli enotici, così chiamati gli amanti della concordia).

Il volgo e il popolo, uscendo dal chiostro del monastero, andava per le taverne; tenendo i vasi nelle loro mani pieni di vino puro, anatemizzavano quelli dell’unione e bevendo invocavano la figura della madre di Dio, che fosse adiutrice della Città, contro Maometto, come già fu contro Cosroe e Khagan, e contro gli Arabi, perché non avessero bisogno né dell’aiuto dei Latini, né della unione.

Ma coloro che si erano riuniti nella Grande Chiesa (Santa Sofia), proseguiva Ducas, avendo fatto una lunga preghiera a Dio, e udendo le parole del cardinale legato, avevano confermato il decreto dell’unione. E convennero che quando fosse passato il pericolo dei Turchi, avrebbero ascoltato alcuni dottori delle sacre scritture e dei sacri canoni, per eliminare ogni dubbio, e avrebbero letto i decreti dei santi e se si fossero trovate cose inesatte con maturità e avvedutezza le avrebbero corrette.  

Alla questione religiosa si univa la situazione civile in quanto Murad consolidava il suo potere e nell’impero scoppiava la guerra civile; Demetrio, fratello dell’imperatore, aveva sposato la figlia del principe di Lesbo Gattilusio, e Giovanni non aveva voluto riconoscere il matrimonio; Demetrio, per vendicarsi, abbracciava la causa degli scismatici; Murad che fomentava le ribellioni, dava soccorso al principe, che non potendo forzare le mura della capitale, ne devastava i dintorni; ma la disfatta di una parte delle sue milizie, lo costringevano a sottomettersi al fratello.

Una famiglia divisa, un imperatore senza forze, un popolo debole, assoggettato a una folla di signori e dilaniato da interne turbolenze, non costituiva per i musulmani che una facile preda, se non fossero intervenute forze esterne.

Il kral di Serbia, voleva vendicarsi  della mutilazione dei figli e del saccheggio dei suoi Stati, e si era messo sotto la protezione di Ladislao Jagellone, re di Polonia e  d’Ungheria; questo monarca, che come un cavaliere errante, voleva essere la colonna dell’Europa contro i musulmani, aveva inviato ai Serbi, venticinquemila uomini, capitanati dal celebre Uniade. come era chiamato Giovanni Corvino.

Questo guerriero si era segnalato dalla gioventù  in molte imprese in Italia, sotto il nome di cavaliere Bianco; poi si era messo al seguito di Ladislao, contribuendo alle sue prime vittorie (1441) che permisero di unire la Polonia all’Ungheria; egli aveva scacciato i Tartari dalla Serbia, reintegrando il kral Giorgio; Murad, volendo sbarazzarsi di lui, gli aveva mandato quattro eserciti, tutti respinti da Uniade.

Ma, sebbene dovesse le sue vittorie, al suo valore e  alla sua impetuosità, piuttosto che all’arte militare, nulla resisteva ai suoi colpi; inseguendo i Turchi ne faceva strage, a tal punto che dopo la sua morte gli ottomani per spaventare i bambini, lo indicavano nella loro lingua come “Giano Lain”, o “lo scellerato”.

Ladislao, con centomila uomini, fra i quali vi erano cavalieri tedeschi e francesi, e Uniade, con la sua furia, investivano i musulmani; tra costoro vi erano i giannizzeri, che opponevano ostinata resistenza; ma un imprevisto incidente decideva la vittoria.

 Scandeberg, che abbiamo visto allevato alla Corte di Murad, istruito nella religione dell’Islam e circonciso, aveva conquistato la sua fiducia e Murad, gli aveva affidato diversi incarichi militari; nella battaglia di Sofia comandava una squadra di cinquemila cavalieri; quando i due eserciti stavano per decidere le sorti della giornata, il giovane Scandeberg, con la sua schiera di cavalieri, passava dalla parte dei cristiani e investiva il fianco dei musulmani, seminando tra costoro lo sgomento e la costernazione; Ladislao e Uniade, approfittando del disordine, sbaragliavano gli infedeli e li inseguivano fino al Monte Emo, dove si erano rifugiati.

Ladislao, trionfante, entrava nella città di Buda conducendo come trofeo, dodici bascià, quattromila prigionieri e nove stendardi; un quadro riproduceva la battaglia e i personaggi, e Uniade era rappresentato come un eroe dell’antichità.

Dopo questa vittoria, il giovane Scandeberg, aveva incontrato un segretario  di Murad,  dal quale si faceva firmare un documento, munito di sigillo del sultano, con il quale si ordinava alla guarnigione di Croia, capitale dell’Albania, di consegnare a lui quella città; ottenuto il documento firmato e sigillato, Scandeberg faceva pugnalare il segretario e si recava in città dove la guarnigione, ingannata dal documento, gli apriva le porte; tutti i sudditi erano accorsi al suo richiamo e l’Epiro, la Macedonia e l’Albania lo riconoscevano loro  signore.

 

 

 

 

*) Gennadio di Costantinopoli 1405-1472; aveva scritto numerosi trattati ed era stato patriarca di Costantinopoli. Maometto II dopo la caduta di Costantinopoli gli aveva affidato l’incarico di patriarca dalla cui carica si dimetteva nel 1456.

 

 

 

DOPO IL TRATTATO

DI SEGEDINO IL LEGATO

DEL PAPA

CREA I PRESUPPOSTI

DELLA BATTAGLIA DI VARNA

MORTE DI

GIOVANNI PALEOLOGO

 

 

 

M

urad, costernato per la sconfitta, aveva sottoscritto il trattato  di Segedino, della durata di dieci anni, che aveva lasciato insoddisfatte tutte le parti contraenti e il legato del papa, Giuliano Cesarini, era intervenuto in nome della religione, opponendosi a una pace con gli infedeli, e aveva fatto un infuocato discorso agli imperiali, con il quale sosteneva “che la religione era stata  oltraggiata; che la Grecia era devastata, soffocata  e avvelenata dai Turchi (Musulmani); con i bambini oggetto della loro rabbia, che sorridono innocentemente al ferro che sta per ucciderli; le città cadono in rovina; i campi sono preda delle fiamme, i cristiani venduti come bestie; le mogli tolte agli sposi, le vergini abbandonate alle violenze dei barbari; i due baluardi del cristianesimo, Cipro e Rodi stanno per essere invasi; vi parlo in nome del papa, luogotenente di Cristo e sciogliendovi dai vostri giuramenti, vi sciolgo dallo spergiuro” dando la colpa a Murad della violazione del trattato, ma in effetti erano stati i cristiani a violarlo.

Con queste ed altre parole, Cesarini era riuscito a sollevare l’entusiasmo guerriero; ma l’impeto era durato poco, in quanto francesi e tedeschi avevano abbandonato l’esercito; un gran numero di Polacchi avevano rinunziato alle fatiche di una guerra lontana; gli Ungheresi si erano ritirati nei loro castelli e le forze di Ladislao erano ridotte a ventimila soldati; a Scandeberg, il cui nome valeva quanto un esercito, il kral di Serbia gli aveva vietato il passaggio dai suoi territori.

Ladislao, animato dal discorso di Cesarini, aveva attraversato il Danubio e costeggiando il Mar Nero e la Bulgaria, si era accampato a Varna (1444), dove veniva a sapere che i Greci avevano abbandonato la difesa dell’Ellesponto e Murad era partito da Adrianopoli e stava avanzando contro di lui. con un esercito di sessantamila uomini, dove erano convenuti anche Uniade e il kral di Serbia (v. Art. L’Europa verso la fine del medioevo P.III, par. Varna, la crociata senza speranza).

Giunto Murad (10 dicembre), questi si avventavano sull’esercito ottomano che rompevano e mettevano in fuga; un vecchio giannizzero, trattenendo le briglia del suo cavallo, gli ricordava i suoi doveri e lo esortava a vincere o perire. Il sultano lo lodava e riacquistato coraggio faceva mettere sulla punta della lancia il trattato di pace, urlando: “Profeta dei cristiani, se come essi dicono, sei un Dio di giustizia, vendica tu stesso la tua religione e punisci gli spergiuri”; i musulmani, così rianimati riprendono la battaglia; Uniade, seguendo la cavalleria musulmana, lasciava esposti i fianchi dell’esercito cristiano; Ladislao infuriato dal vedersi sfuggire la vittoria, apriva una falla nella falange dei giannizzeri, raggiungeva il sultano ed alzava la spada per colpirlo, ma Murad gli trapassava con la lancia il cavallo che cadeva e un giannizzero di nome Cheser, con la scimitarra, velocemente,  gli tagliava la testa e la metteva sulla punta della lancia, mostrandola ai cristiani; l’esito della battaglia cambiava le sorti.

Gli Ungheresi, di fronte a quello spettacolo, si arrestavano, arretravano e fuggivano; il cardinale Cesarini, scampato alla battaglia era vittima di ladroni ungheresi,  che ritenendo portasse con sé una quantità di oro, mentre abbeverava il cavallo, l’uccidono e lo spogliano. Durante quella battaglia erano periti diecimila cristiani; anche la perdita dei musulmani era stata pesante; quando si erano congratulati con Murad della vittoria, il sultano aveva detto: Due vittorie simili, distruggerebbero il mio impero.

Giovanni Paleologo alla mercé di Murad, aveva implorato la sua clemenza: il sultano che lo sprezzava, gli permise di vivere nella sua capitale, ma si vendicò di Ladislao facendo bruciare la sua mano, che aveva firmato e violato il trattato; la sua testa, conservata in un vaso di miele, fu mandata a Prusa, per spaventare i cristiani.

Costantino Dragase, avendo il fratello Tommaso, abdicato, diveniva despota del Peloponneso; egli, approfittando dell’assenza di Murad che si trovava in Asia, aveva armato i montanari e si impadroniva di Pindo, occupava la Tessaglia, liberando il Peloponneso dal giogo dei musulmani; per difendere l’istmo di Corinto, ricostruiva la celebre muraglia detta Examilion, di sei miglia; dello spessore di cinque cubiti, intervallata da molte torri che serviva di protezione al canale e congiungeva il Mare Jonio e il Mar Egeo.

Murad giungeva dall’Asia con le sue forze e attaccava Costantino, prendeva Sparta mentre Turacano, suo luogotenente, devastava il Peloponneso; dopo essere stato raccolto un grosso bottino e ridotto gli abitanti in schiavitù, era firmata la pace (1447). 

L’imperatore Giovanni Paleologo, chiuso nella sua capitale, logorato dalle discordie degli scismatici che non trovavano un accordo con gli ortodossi, dopo la sconfitta di Uniade a Cassovia inflittagli da Murad, moriva (1448) a cinquantotto anni, avendone regnato ventitre.

Gli succedeva il fratello Costantino (XI) Dragase (che aveva preso il nome della famiglia di ascendenza), despota di Lacedemone, che alla capitale, aggiungeva  Corinto e una parte della Morea: ma, come aveva scritto Montesquieu, era come il Reno che diventa un ruscello quando si perde nell’Oceano; e i suoi fratelli avevano qualche possedimento: Tommaso Paleologo, aveva una parte del Peloponneso;  Teodoro aveva Lesbo; Demetrio aveva la Selivrea; i Comneni avevano Trebisonda e qualche città del Ponto Eusino; i Melisseni, i Cantacuzeni, i Notara e altri signori, avevano feudi nell’Arcipelago e in Acaia e il ducato di Atene. Ma erano tutti circondati da musulmani; i Latini introducendo il sistema feudale, avevano aperto la breccia per le conquiste degli ottomani e dei musulmani; e di ciò che rimaneva dell’impero, i Paleologhi se ne contendevano le spoglie. 

Scandeberg che era re di Castoria, Albania, Epiro e Macedonia e disponeva di un esercito composto da ottomila fanti e settemila cavalieri, nei suoi ultimi anni, aveva potuto tener testa sia a Murad, sia Maometto II; e, dopo tutte le sue resistenze, andava a terminare i suoi giorni nella città albanese di Alessio (Lehzë), considerata città veneziana (1467).

Demetrio Paleologo, essendo nato quando il padre Manuele era stato eletto imperatore, ritenendosi porfirogenito, pretendeva di essere privilegiato rispetto al maggiore di età; mentre Tommaso che aveva la Morea (o Peloponneso), riteneva giusta la successione di Costantino e il clero, il senato e il popolo si erano anch’essi dichiarati per Costantino.

Lo storico Frantze, protovestiario, era stato mandato da Costantino per annunciargli la nomina; Costantino, giunto a Costantinopoli aveva mandato Frantze da Murad, pregandolo di confermare l’elezione, anticipando così la propria rovina; Murad si congratulava e mostrandosi tollerante, gli prometteva di non turbare la pace del suo regno.

Costantino fu incoronato (1449) in Santa Sofia, non risparmiando dl fasto e le feste, gli  spettacoli e le corse al circo, che non ebbero solennità e fasto maggiore ma furono come il canto del cigno.

Non era mancato il legato del papa, giunto per far eseguire il decreto dell’unione; Costantino ben sapeva dell’avversione del popolo a quel decreto, l’odio che animava i Latini e l’orgoglio del clero Greco a sostenere l’indipendenza; egli temeva d’irritare il papa e di privarsi dell’appoggio dei principi occidentali, e, posto tra due scogli,  per non mettere in pericolo la sicurezza dell’impero, se ne usciva con frasi generiche e inconcludenti.

Ma, a sconvolgere tutto, giungeva la notizia della morte di Murad (1451) al quale succedeva il giovane Maometto II di ventidue anni, di carattere impetuoso, con un’insaziabile passione di dominio e gloria, dotato di tutti i pregi e difetti che fanno una grande reputazione e si presentano come delle meteore nella storia dei popoli.

 

 

 

 

 

FINE