Altobello Meloni - Cesare Borgia

Accademia Carrara - Bergamo

 

LIMMORTALIT

DEI BORGIA

Michele E. Puglia

 

SOMMARIO: I PERSONAGGI CHE HANNO SFIDATO I TEMPI; IL PAPA CALLISTO III IL PERIODO DEL VESCOVATO DI VALENZA; IL CARDINALATO DI ALFONSO BORGIA I NIPOTI CHIAMATI DALLA SPAGNA E LELEZIONE A PAPA. ALESSANDRO VI LA VITA DA CARDINALE DI RODRIGO BORGIA LA SUA ELEZIONE A PAPA E GLI INCARICHI ASSEGNATI AI FIGLI (In Nota, Il problema dellet dei figli del papa); LA GRANDEZZA DEI FARNESE E LA DEMARCAZIONE DELLA TERRA TRA SPAGNOLI E PORTOGHESI; LA DIATRIBA DEL PAPA CON SAVONAROLA LA FANATICA SFIDA DEI MIRACOLI E LA SUA ESECUZIONE; CESARE Aut Caesar aut nihil: I CRIMINI DI CESARE E LA SUA FEROCIA NEL RACCONTO DI PAOLO GIOVIO; GIOVANNI BORGIA DOPO AVER RICEVUTO IL DUCATO DI BENEVENTO ASSASSINATO DAL FRATELLO CESARE; CESARE DOPO ESSERE STATO NOMINATO DUCA DI VALENTONOIS CONQUISTA LA ROMAGNA: CESARE DIVENUTO DUCA DI ROMAGNA FA STRAGE DEI CONGIURATI DELLA MAGIONE (in Nota Il duro commento di Paolo Giovio; I profili di Paolo Giovio); MACHIAVELLI DOPO AVER ESALTATO IL VALENTINO LO DESCRIVEVA NEI SUOI ASPETTI NEGATIVI E NELLA SUA FINE; LUCREZIA LE VICISSITUDINI MATRIMONIALI DI LUCREZIA CAUSATE DAL PADRE PER ELEVARLA DI RANGO; LEPICO VIAGGIO DI LUCREZIA DA ROMA E I FESTEGGIAMENTI A FERRARA; IL TRANQUILLO PERIODO DI LUCREZIA A FERRARA LA SUA MORTE CAUSATA DALLA MATERNITA.

 

 

I PERSONAGGI
CHE HANNO
SFIDATO I TEMPI

 

 

I

Borgia, uno di quei singolari casi della storia che pur avendo avuto dominio e potenza concentrati in pochi anni, hanno lasciato, un appassionante e passionale, perenne ricordo di s. Il primo ad affacciarsi nella storia, era stato lavo. rappresentato dal papa Callisto III, eletto nel 1455, due anni dopo il luttuoso (per i cristiani), tragico evento del 1453, quando il giovane Maometto II, animato da un soffio di energia selvaggia, aveva conquistato Costantinopoli (v. in Art. I mille anni dellimpero bizantino, Cap. XI).

Dei Borgia, Gregorovius ne parlava con entusiasmo, dicendo che la famiglia spagnola era stata feconda di uomini che possedevano la bellezza fisica, la forza, lintelligenza e la volont energica, che aveva incantato la fortuna, grazie alla quale Cortez, Pizarro e altri avventurieri spagnoli avevano acquistato la loro grandezza.

Callisto III (1455-1458), era il tronco dellalbero da cui erano emerse tre principali ramificazioni, rimaste, nei secoli, sempreverdi: il fatto straordinario stato che, mentre della gena umana, una singola fiamma luminosa, appare ogni tanto sulla scena del mondo, nel caso dei Borgia le fiamme, apparse come meteore, a lasciare unimpronta che ha sfidato i secoli, sono state tre.

Dimenticando per qualche attimo gli aspetti negativi da cui erano stati circondati, insiti nella natura umana e normali in quei secoli, ciascuno di essi aveva brillato di luce propria: Alessandro grande papa, giurista che risolveva brillantemente le questioni che gli erano sottoposte, da vescovo, da cardinale e da papa quando aveva diviso il globo terraqueo, in due met, assegnandole per le future conquiste coloniali ai due contendenti, portoghesi e spagnoli.

Amante delle arti, aveva fatto eseguire straordinarie opere darte che si possono ammirare dopo cinque secoli e ancora per il futuro. Cesare, politico spregiudicato, che aveva ispirato Machiavelli (*), storico di fama, per descrivere come doveva essere un principe regnante; ma poi, (v. par. M. dopo averlo elogiato ecc.) aveva deplorato la condotta del Valentino, bassa, inconseguente e spregevole; e Lucrezia (**), principessa rinascimentale, amante delle lettere e delle arti, ispiratrice di poeti e scrittori.

Cos. dopo oltre cinquecento anni, siamo qui a raccontare la loro vita vissuta, nel bene e nel male, immersa in un inusitato sperpero di ducati doro da lasciar sbalorditi; con unaggiunta: ai quattro Borgia, di un altro personaggio,quasi in sordina e dedito alla religione, Francesco, generale dei gesuiti e santo, lumico, della breve dinastia, ad ed essersi meritato il particolare sguardo divino.

 

 

*) Pasquale Villari, Niccol Machiavelli e i suoi tempi, 2 Voll. Hoepli.1912.

**) Ferdinand Gregorovius, Lucrce Borgia daprs les document originaux et les correspondances contempoprane; Traduction de lallemande de Paul Regnaud, 2 T. Paris, 1876.

 

 

 

IL PAPA CALLISTO III

 

 

IL PERIODO DEL

VESCOVATO

DI VALENZA DI

ALFONSO BORGIA

 

 

 

I

l ceppo da cui erano emersi i tre principali rami, era stato Alfonso (Alonso; la data di nascita non si conosce (era stata indicata dal Pastor (*) allanno 1378); si ritenevano discendenti dagli antichi re dAragona (Gregorovius); ma visto che erano riusciti a possedere della terra, potevano essere piccoli agricoltori; da escludere comunque la nobilt, esaltata da Pio II (**), gratificato da Callisto, e suo successore; vi sono stati storici che li consideravano di origine reale e altri di origine infima; la famiglia comunque si era elevata per gradi, con le cariche e privilegi distribuiti ai familiari da Callisto III prima, e dal cardinale e dal papa, dopo.

Valenzani di Xtiva, il padre, Domingo Borja che si pu considerare fosse un piccolo agricoltore che col tempo aveva avviato unattivit di tintore (***); della madre Francina (o Francesca) non si conosceva neanche il cognome (la differenza tra nobili e popolo era proprio nellalbero genealogico tenuto dai primi).

Alfonso a quattordici anni era stato mandato alla vicina citt di Lerida, dove aveva seguito gli studi giuridici e dopo aver preso il dottorato in diritto, come cacciatore di cariche (per s poi per i nipoti) otteneva varie cariche in campo ecclesiastico che gli permettevano di vivere.

Era questo il periodo dello scisma della Chiesa e i monarchi spagnoli erano dalla parte dei papi di Avignone (v. Art. Giovanna I e II ecc.); era stato nominato papa col nome di Benedetto XIII (1394), lo spagnolo Pedro de Luna; Alfonso, tra le varie cariche, aveva avuto anche quella di oficial del suo vescovo e rivestiva quella di canonico, e con tale carica era stato coinvolto nelle vicissitudini dello scisma; era stato infatti, scelto per rappresentare la corona al Concilio di Basilea, con la precisazione che la partecipazione non comportasse ladesione allobbedienza (cit. n.***).

Questo incarico aveva aperto ad Alfonso Borgia, le porte della Corte reale, con il primo degli incarichi (che riguardava una questione giuridica di eredit), ben risolto, a seguito del quale il re Alfonso V il Magnanimo (1417), lo assumeva nella cancelleria reale, divenendo poi membro del consiglio regio.

Raggiunta questa posizione, Alfonso aveva pensato alla sistemazione delle sorelle (erano tre, Isabel-Juana, Francesca e Caterina), facendole sposare con esponenti della piccola nobilt e per la sorella Isabel, che sposava Jofr Lanzol (Llanol), versava per dote, la somma di tremila fiorini.

Oramai la sua presenza presso il re Alfonso era divenuta indispensabile e lo aveva preso con s quando si era recato a Napoli (1420), per essere adottato da Giovanna II (v. cit. Art. Giovanna I e II).

Quando si era resa vacante la sede vescovile di Valenza, il re lo aveva nominato vescovo, (1429) e del palazzo vescovile Alfonso ne faceva la residenza della famiglia, insediandovi la madre e le sorelle, che il popolo chiamava bisbeses (vescove al femminile), elevando cos la famiglia a un livello superiore.

Alfonso dAragona era in guerra da sette anni con il re e Giovanni di Castiglia, e Borgia incaricato a mettere daccordo i due monarchi, riusciva a ottenere la loro pacificazione: Alfonso dava buona prova di possedere la materia giuridica ed essere ottimo diplomatico e arbitro nelle trattative, non solo, ma aveva dimostrato la sua abilit nella gestione delle finanze a tal punto, da fare prestiti, come vedremo, allo stesso re; anche come vescovo, contrariamente ai vescovi (che di norma non predicavano), predicava al popolo nella cattedrale durante le feste pi importanti (cit. n.**).

Il re lo aveva mandato dal papa Eugenio IV, che si trovava a Firenze e Alfonso era entrato nelle grazie del papa, il quale, dovendo nominare venti cardinali, lo aveva messo tra costoro; ma Alfonso, a dire del Platina, aveva rifiutato la nomina in quanto doveva portare a termine gli impegni presi per conto del suo re (stava conducendo le trattative con il re di Castiglia e il Concilio di Basilea non era ancora cessato).

La sua fortuna e la sua vita subivano una svolta, quando il re Alfonso, che governava anche il regno di Napoli come Alfonso I, lo aveva chiamato a Napoli (1438) per portargli il figlio naturale, Ferdinando (I, detto Ferrante, v. in Art. Nobilt ribelle nel regno di Napoli ecc.). che aveva tredici anni e sarebbe divenuto il suo successore e Alfonso si era recato con il seguito dei consiglieri reali, conte Cocentaina, Eximen Perez de Corella e Juan de Moncayo, con altri nobili (cit. n.**), recandosi a Capua dove risiedeva il re, che in questo periodo era in contestazione con il papa Eugenio IV, contrario a concedergli il regno di Napoli; ma alla fine si raggiungeva un accordo e il papa gli concedeva il regno (1432), e Alfonso V dAragona, diveniva Alfonso I nel regno di Napoli (1396-1458).

 

 

 

 

*) L. Pastor, Histoire des papes depuis la fin du moyen age traduit de lallemande par Furcy Raynaud, Paris 1898.

**) Pio II, Enea Silvio Piccolomini, aveva una particolare predisposizione per le ascendenze, e portando il nome di Enea, si riteneva discendente da questo personaggio.

***) Miguel Navarro Sorn: Callisto III - Alfonso Borgia e Alfonso il Magnanimo, Roma nel Rinascimento, 2006.

 

 

IL CARDINALATO

DI ALFONSO BORGIA

I NIPOTI CHIAMATI

DALLA SPAGNA E

L ELEZIONE A PAPA

 

 

A

lfonso Borgia si trovava in Italia al seguito del re Alfonso I dAragona, quando Eugenio IV lo nominava cardinale (1444), col titolo dei Quattro Santi Coronati; gli era stato concesso di mantenere il vescovato di Valenza, che gli consentiva di tenere per i pi stretti familiari, elevati al nuovo grado, il palazzo vescovile.

Il vescovato per Alfonso costituiva unenorme fonte di ricchezza e gli serviva anche per il finanziamento di prestiti che faceva al re; come quando aveva versato ad Alfonso (1444), un sussidio di duecentomila fiorini, che il re aveva imposto al clero, nel regno di Aragona; e successivamente (1447), un altro prestito di duemila fiorini, e cos di seguito. In ogni caso, Alfonso non era lunico cardinale a far prestiti al re, in quanto vi era anche il cardinale Trevisan, che gli faceva prestiti di somme anche pi consistenti (cit. n.**cap. I); il vescovato inoltre, gli serviva per procurare incarichi (canonicati, di cui faceva incetta), distribuiti a nipoti e parenti, elevando cos il grado della famiglia; con questa prerogativa, quando diventer papa, Callisto III, sar il primo a inaugurare la serie dei papi nepotisti; sar seguito dal suo successore Pio II (Enea Silvio Piccolomini), che ai propri nipoti aveva lasciato un milione di zecchini doro della Chiesa.

Quando era ancora cardinale, Alfonso aveva chiamato dalla Spagna (1449) due nipoti, Pedro-Luis di ventitr anni, figlio di Isabella, che aveva sposato Jofr Llanol (Lanzolio), al quale lo zio faceva cambiare il cognome, dandogli il proprio di Borgia; e il cugino Luis-Joan del Mil, figlio di Jean e Caterina Borgia, di venticinque anni, bello e dissoluto, avviato alla carriera militare presso la Corte di Napoli. Era stato nominato duca di Gandia e morendo giovane in Spagna nel 1489, il titolo passava al fratello Giovanni.

Alla morte di Nicola V, era eletto papa Alfonso Borgia che prendeva il nome di Callisto III (1455.1458), in memoria del papa Callisto II (1119-1124), che era stato benemerito per la Spagna. Su Alfonso Borgia correva la voce, messa in giro dallo stesso Alfonso, che Vincenzo Ferrer, anchegli spagnolo, gli aveva predetto che sarebbe divenuto papa e che lo avrebbe santificato, come in effetti fece; infatti, divenuto papa, Vincenzo Ferrer era canonizzato. Quando si era riunito il Conclave, nessuno si aspettava questa nomina e valeva il detto, che chi entra papa in conclave, esce cardinale (citato anche dal Pastor, ancora valido ai nostri tempi); e chi riteneva di essere eletto era il cardinale Prospero Colonna. Ma, nessuno dei cardinali su cui dovevano convergere i voti, riusciva a raggiungere la maggioranza dei voti.

Platina aveva scritto che, quando Alfonso Borgia era stato eletto papa, era vecchio decrepito; in effetti aveva settantasette anni (per Cerri settantotto) e comunque, nel conclave, la votazione aveva avuto un percorso complesso, in quanto tra i votanti erano rappresentate le due Casate, dei Colonna e degli Orsini, che si facevano guerra; si fronteggiavano i cardinali Latino Orsini e Prospero Colonna, ciascuno con i propri seguaci, questultimo mirava egli stesso ad essere eletto, e comunque appoggiava Bessarione che era favorito.

Il conclave si apr il venerd santo (4 aprile), in cui non si tennero votazioni che iniziarono il sabato; nelle prime due votazioni nessuno aveva raggiunto la maggioranza, ma alla terza i voti furono raggiunti da Bessarione, sostenuto dai Colonna; ma la sua elezione non fu dichiarata. In proposito cronisti e storici non erano stati tutti concordi, per cui avevamo provveduto a ricostruirla come segue: i cardinali erano in tutto ventotto; ma presenti e votanti erano quindici, di cui cinque non avevano accettato le trattative: i voti validi erano quindi dieci.

Dopo la sua elezione, ebbero inizio le contestazioni, con parole anche ingiuriose nei suoi confronti, per screditarlo e rendere vana la sua elezione (la maggior opposizione proveniva da parte del cardinale camerlengo Ludovico Trevisan e di Alain de Coetivy cardinale di Avignone); il secondo si espresse con tali parole (che Pastor aveva ritenuto le espressioni usate, da non prestarvi fede), e comunque se non erano state pronunciate in conclave, furono argomento per convincere i dubbiosi della non eleggibilit di Bessarione.

La nostra traduzione era del seguente tenore: Diamo la Chiesa latina a un papa greco? In capo a un libro, vi collochiamo un neofita? Bessarione, che non si rade la barba (come gli ortodossi ndr.), dovr essere il nostro capo? E che ne sappiamo se la sua conversione sia vera? Fino a tre giorni fa, fino a ieri, ha contestato la fede della Chiesa romana e oggi si convertito ed posto come capo a comandare lesercito cristiano? Ecco la povert della Chiesa latina, che non riesce a trovare per il suo sommo apostolato una persona degna, se non ricorrendo ai greci? Ma, padri, agite come credete; io e chi ha fiducia in me, non siamo daccordo per il presule greco. Si decise quindi che il giorno seguente (che sarebbe stato il marted successivo) sarebbe stata dichiarata lelezione. Le notti trascorse furono quindi tre, dal sabato al marted (Vespasiano da Bisticci dice che Bessarione fu papa per una notte, ma le notti in effetti, votando il marted, furono tre): quindi vi fu tutto il tempo per manovre sotterranee (era stato scritto che alcuni cardinali avevano preso accordi nelle latrine!).

I cardinali entravano in conclave il marted successivo; alcuni erano convinti di ratificare la conferma di Bessarione, ma le cose andarono diversamente in quanto, ignorando la nomina avvenuta il sabato precedente, per tre votazioni i voti furono dispersi tra non eleggibili; prima della quarta votazione si alzava il camerlengo (Trevisan), che dichiarava apertamente di dare il proprio voto al cardinale di Valenza; tutti gli altri seguirono lesempio.

Risultava cos eletto (per adesione) il settantottenne, non ottantenne decrepito come era stato anche scritto (detto, non tanto per errore, ma probabilmente per sottolineare la sua decrepitezza, perch allepoca si moriva molto prima ndr.) cardinale Alfonso Borgia che prese il nome di Callisto III. Ritenendo che non sarebbe vissuto a lungo come di norma si usava fare nei conclavi riversarono i loro voti su di lui; e confermato, dopo aver subito la prova della sedia bucata (usanza introdotta al tempo della papessa Giovanna v. in Art. LEuropa nel medioevo ecc. par. La papessa Giovanna ecc,).

Il nuovo papa, come primo atto, aveva preso uniniziativa umanistica, relativamente alla grande opera iniziata dal papa Nicola V, che aveva istituito la biblioteca vaticana; Callisto aveva fatto fare linventario dei libri raccolti (v. Art. Carlo V tra rinascimento. riforma ecc., P.I Umanesimo e Rinascimento.).

Seguendo la strada tracciata dal suo predecessore e sentendo la gravit della situazione avvertita in Occidente per le ulteriori conquiste dei turchi dopo la presa di Costantinopoli, Callisto predicava la crociata (*); ma linvito non trovava disponibili i principi cristiani, intenti a combattersi tra di loro; il richiamo della la crociata era servito solo a raccogliere, per mezzo dei frati che aveva mandato in giro per lEuropa, unenorme quantit di danaro, di cui se ne appropriarono i nipoti.

Solo Francesco Sforza aveva mandato un esercito di quattromila uomini, che unito allesercito del papa, subiva una deviazione: era stato mandato ad affrontare le masnade del capitano Giacomo Piccinino (v. par. del banditismo v. in Art. Giovanna I e II ecc.) , che infestava il territorio del Comune di Siena che aveva chiesto aiuto al papa; Piccinino era sostenuto dal re Alfonso e quando era stato scacciato (1456), si era recato nel regno di Napoli.

Della guerra condotta contro i turchi, in parte se ne era occupato il re Alfonso di Napoli, che aveva preso la croce (largomento non riguarda il presente articolo).

Il Platina scriveva che, prima di morire, il papa aveva avuto la consolazione di venire a conoscenza della vittoria riportata da Scanderberg e dal re di Persia, che gli aveva fatto sapere che per le sue orazioni, egli aveva trionfato sul gran signore (turco).

Dopo essere stato nominato papa, Callisto aveva chiamato (tra la fine del 1456 e gli inizi del 1457) (**) il terzo nipote, di venticinque anni, Rodrigo Lenzolio, fratello di Pedro-Luis; Platina lo riteneva nato a Valenza, da famiglia nobile; ma, avendo competenza nella materia, rileviamo che da nessuno storico riportato lo stemma che, obbligatoriamente era in uso presso la nobilt; tanto. che, come vedremo, Rodrigo, non avendo conoscenze araldiche, aveva ad0ttato lo stemma vescovile, che, come nella generalit degli stemmi vescovili, non seguiva le regole dellaraldica che era una vera e propria arte, con una figura, il bue, non propriamente araldica; con la conseguenza che il manto reale che ornava lo stemma vescovile, costituiva un vero obbrobrio (v. n.***).

Rodrigo, quando era stato chiamato a Roma, era gi legato a Vannozza. Burcardo, di lei racconta che quando Rodrigo era giovane, era giunta in Spagna da Roma una vedova con due figlie, con la quale si era legato in amicizia e morta la madre, delle due figlie, una aveva preso il velo, facendosi suora; laltra era Vannozza, Giovannozza o Giannetta.

Gli storici le avevano attribuito il cognome di Cattanei (poi confusa con la pi celebre casata Gaetani), per vantarne la nobilt; per Cerri (al quale diamo pi credito), era semplicemente Rosa Caterina Vannozza o Zanoggia, le cui origini erano sconosciute; a parte la sua intelligenza e la sua bellezza, descritte da Gregorovius (che la considerava una Cattanei).

Tra le tante donne avute da Rodrigo (cit. n.**), era la favorita, con la quale conviveva come moglie, e lui le era rimasto legato, facendola venire dalla Spagna, con i due figli, Gioffr e Cesare, assegnandole un palazzo a Roma (indicato da Gregorovius), in Pizzo di Merlo poi detta piazza Sforza-Cesarini che si trovava nelle vicinanze del palazzo Borgia, abitato da Rodrigo.

Vannozza oltre alla bellezza, aveva doti non comuni che lavevano fatta resistere alle traversie dei molteplici rapporti amorosi del suo Rodrigo, che laveva tenuta con s fino a quando era divenuto papa.

Rodrigo, adottato dallo zio, era divenuto Borgia, pubblicamente si comportava da pio prelato, in quanto conduceva vita religiosa frequentando chiese, ospedali, era liberale con i poveri e adempiva a ogni dovere non solo cristiano ma religioso (cit. Navarro e Sorn).

Appena arrivato dalla Spagna, Rodrigo, era gi stato nominato, con un abuso allora comune, arcivescovo di Pamplona; per Platina, vescovo di Valenza, su questa carica vi erano state delle contestazioni; siamo anche daccordo e non meraviglia, a causa dellincetta di cariche.

Il papa lo aveva mandato a Pisa, la cui Universit allepoca era celebre, perch vi accorrevano giovani principi, come giovani cardinali, che avevano ricevuto la porpora prima di raggiungere la maturit dellet; e lo studio del diritto era necessario in un secolo dissoluto, per giungere alle dignit della Chiesa (Masse).

Nellanno successivo alla sua elezione (1456), il papa lo nominava vescovo di Valenza, senza che assumesse gli ordini sacri, e successivamente lo nominava cardinale-diacono (che gli consentiva di non prendere i voti); egli prendeva lo stemma del papa, che era quello dei vescovi di Albano, il Bue di Albano in porto; questo stemma Callisto lo aveva assunto quando dal papa Sisto IV era stato fatto vescovo di Albano in Porto (***).

A questo stemma sarebbe stata collegata una delle solite profezie; questa, del vescovo Malachia di Armack, aveva predetto che sotto quel simbolo vi sarebbe stato un papa; ma, i papi ne erano stati due, e come si verificava per le profezie, sempre ambigue, Malachia non aveva indicato chi fosse!

Successivamente alla morte del conte di Tagliacozzo, governatore di Roma, il papa assegnava la carica a Rodrigo, nominandolo generale e gonfaloniere della Chiesa; la citt era turbolenta e piena di rivoltosi e Rodrigo che era condottiero, vi metteva finalmente ordine.

Callisto colpito da un attacco di gotta moriva e gli era apprestata una cerimonia funebre lugubre, alla maniera spagnolesca: la camera ardente era tappezzata di drappi neri e il suo giaciglio era circondato da ceri accesi giorno e notte, tra un mormorio di salmi e preghiere; morendo, il papa aveva lasciato nei forzieri un tesoro di centocinquantamila ducati dei quali se nerano avvantaggiati i nipoti.

La concessione dei benefici ai nipoti da parte del papa era normale in quel periodo e non da meravigliarsi se il papa Callisto seguisse il generale andazzo, con la concessione di tutti quei benefici per la famiglia e i due fratelli erano stati nominati cardinali.

Rodrigo nominato vicecancelliere della Chiesa, capitano delle milizie pontificie e vescovo di Valenza; il fratello, Pedro-Luis, al quale, non essendo ecclesiastico, erano state assegnate, nello stato pontificio, cariche civili, come quella di capitano generale della Chiesa, castellano di Castel SantAngelo e di altre fortezze e prefetto di Roma; e in Spagna quella di duca di Gandia e Grande di Spagna. A sua volta, distribuiva tra gli amici spagnoli incarichi ministeriali, tanto da affollare Roma di catalani, tra parenti, amici, e avventurieri, in cerca di fortuna; ma, come abbiamo detto, moriva giovane e il titolo ducale passava al fratello Giovanni.

Il papa era entrato in conflitto con il re di Napoli, Alfonso e, appena morto (giugno 1458), Callisto aveva pubblicato una bolla in cui dichiarava la Santa Sede dispensatore assoluto della corona di Napoli, atteso che il testamento di Alfonso, in cui nominava a succedergli suo figlio naturale Ferdinando (I), doveva essere ritenuto nullo per attentato alle leggi divine e umane. Egli terminava il decreto concedendo l'investitura degli Stati napoletani a suo nipote, Pedro Borgia, che aveva gi nominato duca di Spoleto, vietando a Ferdinando (I) di assumere il titolo di re di Napoli, sotto pena di scomunica.

I due fratelli, consacrati alla Chiesa, per la loro educazione erano stati affidati a Gaspare da Verona che aveva a Roma una scuola frequentata dai figli dei pi ricchi e prestigiosi prelati; anche Rodrigo era considerato bello e prestante come il cugino; il loro periodo formativo non era durato molto in quanto al cardinale interessava che avessero le basi in diritto (civile e canonico), che gli dava la possibilit di padroneggiare le cariche della Chiesa di Valenza, di cui essi godevano stando a Roma, per le quali aveva ottenuto (dal papa Nicol V), la dispensa dallobbligo di residenza (cit. n.** cap. I).

Callisto III moriva nel mese di agosto 1458, per un attacco di gotta e la bolla emanata sul regno di Napoli, andava cos a monte.

Aveva fine anche il potere di Pedro-Luis, che, secondo alcuni storici, non sentendosi pi sicuro e protetto, dopo aver venduto Castel SantAngelo ad amici cardinali per ventimila ducati, fuggiva da Roma recandosi a Civitavecchia, dove per alcuni, moriva, colpito dalla malaria; per Gregorovius era morto ugualmente di malaria e nello stesso anno (1489) ma in Spagna: evidentemente era riuscito a imbarcarsi a Civitavecchia.

 

 

 

 

*) Anche il suo successore Pio II aveva predicato la crociata assumendone il comando, ma non era in buone condizioni di salute quando si era recato ad Ancona per imbarcarsi, dove, appena giunto (1468), moriva (v. Art. Carlo V ecc. P.I, Sez.II, par. Pio II).

**) Rodrigo Borgia era arrivato a Roma tra la fine del 1456 e gli inizi del 1457 e si trovava a Roma quando aveva da donne diverse, tre figli Pedro-Luis (1467), Jeronima (1469) e Isabella (1470).

***) Bos Albanus in portu: figura araldica non propriamente nobiliare, mai riscontrata in araldica, come invece avveniva per gli stemmi vescovili che erano pi liberali e non seguivano le regole araldiche. Col risultato che allo stemma vescovile, elevato a stemma reale, non si addiceva il pomposo manto reale dato successivamente dai Borgia. Ci che dimostrava la loro mancanza di conoscenza dell araldica, e non si sarebbe verificata a un aristocratico di razza, a conoscenza di quellarte. Il porto di Albano, citt collinare, importante dal punto di vista strategico, al quale fa riferimento la definizione latina, era quello della vicina Ostia.

 

 

 

 

Alessandro VI - In adorazione.

Vaticano Sala dei misteri.

 

 

ALESSANDRO VI

 

 

LA VITA DA CARDINALE

DI RODRIGO BORGIA

LA SUA ELEZIONE A PAPA

E LE CARICHE ASSEGNATE

AI FIGLI

 

 

R

odrigo, era stato scritto, oltre che di bellaspetto (la deformazione che giungeva dopo la prima giovinezza, era dovuta allalimentazione senza limiti, in quanto le diete, che pur esistevano, erano completamente ignorate ndr.), era un personaggio sorridente e piacevole nei modi, si esprimeva con eleganza e dolcezza, aveva un portamento elegante e regale che somigliava a un dio.

Con queste doti era un uomo destinato al successo non solo nella vita ma anche con le donne: non aveva che da gettare uno sguardo su una bella donna per infiammarla damore nella pi strana maniera, attraendole a s pi fortemente che la calamita con il ferro. E se piaceva alle donne, egli che era un sensuale e passionale, non si lasciava sfuggire loccasione di corteggiarle e possederle.

Aveva dovuto prendere i voti maggiori, impegnandosi al voto di castit, di cui quando doveva ricordarlo, non aveva memoria, come non aveva memoria per le buone intenzioni.

Pio II, succeduto al papa Callisto III, si era mostrato riconoscente e tollerante nei suoi confronti, che lo aveva agevolato nella elezione, specie quando gli doveva perdonare i peccati della carne. E dovette perdonargli anche la partecipazione a una festa, allepoca rimasta celebre per i suoi risvolti orgiastici, che ebbe luogo proprio nella sua Siena, in casa di Giovanni de Bichis, che da pranzo per festeggiare un battesimo, era rimasta memorabile per ci che vi era accaduto, che, non avesse nulla a che vedere, col pargoletto battezzato.

Gli organizzatori della festa erano stati Rodrigo, con un altro prelato, il cardinale dEstoutville, che, ai mariti, padri, fratelli e parenti che avevano accompagnato le giovani dame, era stato vietato di entrare.

Il pranzo si era trasformato in orgia durata dodici ore, suscitando scandalo generale e risentimento nei parenti delle vittime; Pio II gli aveva scritto una lettera indignata in cui gli diceva che sarebbe arrossito, se avesse dovuto raccontare ci che fosse successo in quella festa.

Pio II, quando era stato eletto, aveva predicato la crociata contro i turchi e, avendo deciso di comandarla, e si era preparato a partire (1464), recandosi ad Ancona, per imbarcarsi per la Terrasanta, dove moriva; i cardinali eleggevano Pietro Barbo, col nome di Paolo II, il quale aveva un regno breve (1464-1471) seguito da Francesco della Rovere, col nome di Sisto IV (1471-1484) e Giambattista Cibo, col nome di Innocenzo VIII (1484-92), dopo il quale era eletto Rodrigo Borgia, col nome di Alessandro VI (1492-1503).

Rodrigo pur sapendosi muovere nei meandri della curia, ben conoscendo i problemi ecclesiastici e giuridici, non mostrava alcuna ambizione per s: si esprimeva con tale spontaneit e vivacit in latino come in italiano o spagnolo, da incantare chiunque; aveva influenza sugli altri cardinali e Sisto IV doveva a lui la sua nomina a papa.

Secondo Muratori: Non vi scrittore (eccetto gli stessi annalisti sacri) che non detesti lassunzione al trono pontificale di un tale uomo, pubblicamente screditato per la sua licenziosa ed impudica vita e che, comunemente fu creduto, aver impiegate le adunate sue ricchezze e le promesse di Stati e dignit, per comperare le Chiavi di san Pietro. Certo che i porporati invece di eleggere il migliore, come portava il loro dovere, elessero il peggiore, assecondando lumana cupidigia: colpa della corruzione allora dominante, per cui alcuni papi, giunsero fino a gloriarsi di avere figli; e ne aveva quattro, notissimi in tutta Roma, nati da Vannozia, cortigiana famosa.

Sismondi, scendeva maggiormente pi a fondo. nella descrizione delle concessioni da lui fatte, precisando che la scostumatezza era salita sul trono con Sisto IV e Innocenzo VIII, e il sacro collegio non era pi composto di uomini abbastanza irreprensibili, perch i vizi di Rodrigo Borgia fossero un sufficiente motivo per escluderlo dal papato.

I cardinali (scriveva Burcardo) erano ventotto; quelli che vendettero il loro voto furono ventitre; gli altri cinque ricusarono, non per integrit di coscienza, ma per essere suoi rivali, perch, del resto, lavevano pure mercanteggiato nella precedente elezione.

I due principali rivali, che potessero contendergli la tiara erano: Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere, ambedue ricchissimi, ma Rodrigo lo era di pi. Ascanio era figlio del grande Francesco Sforza, duca di Milano, zio di Gian-Galeazzo, allora regnante e fratello di Ludovico il Moro che governava in nome di questi in Lombardia; creato cardinale da Sisto IV, era spalleggiato dal fratello Ludovico e dagli alleati del duca di Milano. Volle piuttosto accordarsi col rivale e venne a patti, facendosi promettere la carica di Vice Cancelliere, obbligandosi a concedergli i suffragi dei cardinali della propria parte. Il secondo era Giuliano della Rovere, figlio di un fratello di Sisto IV, uomo di singolare ingegno, aveva molti suffragi e seppe trarre dalla sua tutti coloro che erano ancora dubbiosi.

Rodrigo aveva mandato quattro muli carichi di ducati alla casa del cardinale Ascanio Sforza, col pretesto di porli al sicuro durante il conclave (vi era infatti, il problema del saccheggio dei palazzi dei papi, quando erano eletti, che era una specie di punizione e rivendicazione del popolo per i furti che si riteneva avessero compiuto ndr.), ma, di fatto, loro portato dai muli, adoperato per il mercimonio, era servito per comperare le anime incerte.

Il voto del cardinale di Venezia (erano per due presenti al conclave, Giovan Battista Zeno e Giovanni Michiel) fu acquistato con cinquemila ducati; tutti gli altri furono mercanteggiati alla stessa maniera e Rodrigo ebbe i voti dei due terzi dei cardinali.

Nei giorni successivi alla elezione, la notizia dei vergognosi patteggiamenti dilagava, in quanto emergeva ci che i porporati avevano ricevuto. Il cardinale Ascanio Sforza assumeva la lucrosa dignit di Vice Cancelliere (Pastor aggiungeva il suo palazzo, che, precisava in nota, Infessura assegnava a Orsini; il castello di Nepi, il vescovato di Erlau con la rendita di diecimila scudi); il cardinale Orsini riceveva il suo palazzo di Roma, con i castelli di Monticello e Soriano (il Pastor aggiungeva la legazione del vescovato delle Marche e di Cartagine); il cardinal Colonna, otteneva labbazia di Subbiaco (con tutti i castelli vicini, Pastor); il vescovado di Porto, con tutti gli arredi e suppellettili della casa, sommamemte magnifiche, con la cantina piena dei vini pi squisiti; al cardinale di Parma; ad Alessandro Farnese era assegnata la citt di Nepi; al cardinale di Genova, Giuliano Cesarini, la chiesa di santa Maria in via lata; al cardinale Savelli, la chiesa di santa Maria Maggiore e la citt di Civita Castellana (e il vescovato di Maiorca, Pastor).

Gli altri cardinali ebbero premi in danaro; dei cinque cardinali contrari, Giuliano della Rovere e suo cugino Raffaele Riario, non avevano voluto vendere i loro voti, per lodio che Giuliano aveva nei confronti di Rodrigo.

Quasi tutti quei cardinali, scriveva Burcardo, avevano concubine e figli e tutti avevano una corte sfarzosa, mantenevano gran numero di servi, di paggi, di cavalli; vivevano nel lusso smodato, abitavano splendidi palazzi ed erano perci avidissimi di danaro che si procuravano per fas e per nefas (con ogni mezzo possibile). Nessun cardinale aveva meno di diecimila ducati doro e ognuno aveva due o tre vescovadi e pi abbazie. Altri denari provenivano da legazioni a latere, dai loro impieghi e dai regali dei principi; i vescovi e prelati non erano da meno.

I fastosi festeggiamenti dei romani, che seguirono lelezione, commentava Sismondi, sarebbero stati pi convenienti per lincoronazione di un giovane conquistatore, piuttosto che di un vecchio pontefice.

Ma, alcuni cardinali che avevano partecipato al Conclave, scriveva Platina, conoscendo quanto Alessandro VI, fosse simulatore, predissero una gran rovina di calamit per tutti, quali lesilio, la crudel prigione e la violenta morte.

Giuliano della Rovere, vescovo di Ostia e Raffaele Riario, i principali cardinali del conclave, subirono dieci anni di volontario esilio, per essere sospetti al papa; il secondo, per avere il papa tolto Forl e Imola, ai figli del conte Girolamo Riario, stretti parenti di Raffaele; i baroni-cardinali che lo avevano favorito persero la vita; essi erano, Battista Orsini e Giovan Michele Colonna, che avevano avuto il primo, il magnifico palazzo Borgia, il secondo il vescovado di Porto, con tutto il guardaroba che era di grandissimo prezzo, furono infelicemente, luno pubblicamente in Castello e laltro segretamente, fatti morire di veleno; ma questo si era verificato dopo.

Per lospitalit del prigioniero Zizim, fratello di Bajazet, con la riscossione da parte di Alessandro VI, di quarantacinquemila ducati doro di Venezia (v. in Art., Le sventure di Djem sultan, detto Zizim ecc.), che Platina diceva esser morto di dissenteria; potrebbe anche essere possibile, se provocata dal diabete, di cui riteniamo si fosse ammalato Zizim, per la sua ingorda passione dei dolciumi; ci che lo aveva reso obeso, con difficolt a deambulare; ed quindi evidente (per noi moderni), non fosse morto di veleno, come sostenuto da scrittori ottocenteschi.

Il papa Alessandro, appena eletto, mirando al regno di Napoli, del quale intendeva appropriarsi, nellintento di ingrandire i figli, aveva iniziato le trattative (sfociate in un trattato del 1493) per il matrimonio del figlio Gioffr con Sancia, figlia naturale di Alfonso duca di Calabria, che stava per succedere al padre, il settuagenario re Ferdinando II. Ambedue erano giovanissimi, e il matrimonio era celebrato (1494), lui di quindici anni compiuti e lei di tredici, con giostre, tornei e feste; oltre alla dote, vi erano benefici, immensi per gli altri fratelli.

La dote era costituita dal ducato di Squillace, al quale era collegata la contea di Cariati, con una compagnia di cento uomini darme (da mantenersi a spese di Ferdinando) e una rendita di trentamila scudi. Inoltre, al fratello maggiore Giovan-Francesco era concesso altro feudo, anche con compagnia di cento uomini, pagata

Oltre alla carica di protonotario che era una delle pi alte tra le sette cariche del regno (concesse a vita e addirittura indipendenti dallautorit reale); era prevista anche la concessione di unaltra carica, non appena se ne fosse liberata una, per laltro figlio Giovanni, duca di Gandia e ricchi benefici per il secondogenito Cesare.

Altre prebende ecclesiastiche furono date al figlio Cesare, di recente nominato cardinale - la cui nomina non era concessa ai figli naturali - ma erano stati utilizzati falsi testimoni, che giurando il falso, avevano confermato che Cesare fosse figlio legittimo di un cittadino romano.

Il papa, per testimoniare al nuovo re quanto gli fosse caro il nuovo parentado, lo esentava, vita natural durante, dal censo annuo, dovuto dal regno alla Chiesa.

Tutte le trattative del matrimonio, erano state condotte da Virginio Orsini al quale era stata assegnata la carica di Connestabile, la maggiore del regno di Napoli, oltre alla restituzione (con pagamento a carico di Ferdinando) delle contee di Anguillara e Velletri e con obbligo dellOrsini (che le aveva acquistate da Franceschetto Cibo a vi prezzi), di pagare nuovamente questi due benefici feudali alla Camera apostolica.

In proposito da dire che Franceschetto Cibo, figlio del papa Innocenzo VIII che aveva sposato Maddalena de Medici, figlia di Lorenzo e aveva avuto dal padre i due feudi, di essi, egli non intendeva occuparsi, e li aveva venduti per quarantamila scudi doro a Virginio Orsini, con lintervento di Piero de Medici fratello di Maddalena; la somma era insignificante, e la vendita era stata ritenuta scandalosa, in quanto non pareggiava neanche la rendita di due anni di quelle due ricche signorie.

 

 

*) Il papa non sopportava le prediche e normalmente chiedeva agli officianti di saltarle.

 

 

IL PROBLEMA DELLETA DEI FIGLI DEL PAPA

*) La questione dei figli del papa Alessandro, costituisce un vero ginepraio e si fa risalire a Burcardo (*), testimone degli avvenimenti, accusato, come lo era stato Procopio per Teodora (v. Art. I mille anni impero bizantino ecc.), di non veridicit dei fatti descritti. Burcardo, indicava alcune date di nascita, rapportandola ad avvenimenti noti, senza far ricorso a documenti di nascita; con gli storici successivi, le date erano state sostituite, col risultato che poi sono emerse sostanziali discrepanze.

Prendiamo il caso dei due fratelli, Giovanni e Cesare (per Lucrezia v. Par. Lucrezia), sebbene Giovanni fosse considerato dagli storici, primogenito, nella indicazione della data di nascita, la sua data risulta postergata (1476), a quella di Cesare (1475).

Cerri (**), per la data di nascita di Cesare, cita anche, come fonte francese, il Dizionario Enciclopedico (di Charles Saint Laurent edizione 1845) che indica la nascita di Cesare Borgia al 1457, ucciso, allet di circa cinquantanni, allassedio di Viana nel 15o7; Cerri inoltre precisa che la nascita di Cesare nel 1457, coincideva con quella del suo concepimento lanno precedente 1456, quando Rodrigo era partito per Roma, chiamato da Callisto III. Inoltre il Cerri, descrivendo lassassinio di Giovanni, correggeva le due date di nascita, che per Burcardo sarebbero state 1474 e 1475, dicendo che se Cesare fosse nato nel 1475, quando aveva assassinato Giovanni, avrebbe avuto venti (due) anni, et, immatura in un cardinale, per audacia, sangue freddo, astuzia a tramare ed eseguire con laiuto di parecchi facinorosi, un inaudito perfidissimo fratricidio; per cui le date di nascita dei due fratelli andrebbero retrocesse al 1454 e 1455; e quando Cesare assassinava il fratello (1497), avrebbe avuto quarantadue anni e il fratello quarantatre.

Cerri, inoltre giustificava questa et di Giovanni con quella della consorte, Maria Henriques, con cui aveva generato a trentanni la primogenita Isabella. E da aggiungere che sia Giovanni che Cesare, erano nati in Spagna ed erano giunti, pargoletti, a Roma con la madre Vannozza tra il 1456 e il 1457. Inoltre Giovanni, che Cerri chiamava pi esattamente Giovan-Francesco, oltre alla figlia Isabella aveva un figlio, Giovanni II, la cui linea terminer con il nipote, Francesco, quarto duca di Gandia e terzo generale dei gesuiti, poi santificato.

Lerrore delle date sarebbe attribuibile, secondo Cerri a un epitaffio sulla tomba di Vannozza, madre dei quattro figli, malamente preso in considerazione da Civilt Cattolica della sua epoca. Quando era nato Cesare, il cardinale Rodrigo, per regolarizzare la posizione paterna di Cesare, indicava il matrimonio di Vannozza, avvenuto nel 1475, con il cinquantenne funzionario apostolico, Domenico dArimano o dArignano, che avrebbe dovuto dare a Cesare il proprio nome; poi, morto questo, Vannozza era stata data in moglie a Giorgio della Croce, nobile milanese al quale era stata assegnata la carica di segretario apostolico di Sisto IV.

Vannozza, a della Croce, scrittore di lettere apostoliche, aveva dato il figlio Ottaviano; ma erano morti ambedue, e Vannozza sposava il mantovano Carlo Canale, nominato scrittore della Penitenziaria; Vannozza sopravvivendo ad amanti e mariti, moriva nel 1518 (un anno prima di Lucrezia) a settantasei anni, ma altri la ritenevano ultranovantenne (*)

Le date risultanti attribuite ai quattro figli di Alessandro VI, da considerare secondo il Cerri, errate (con tutta la nostra perplessit che proviene da Gregorovius, che, riferendo la conversazione del papa con lambasciatore di Ferrara, Alessandro gli diceva che Lucrezia era nata il 1480 e Cesare alla stessa epoca ne compiva ventisei, ndr.), sono: per Giovanni (1455/1475-1497); Cesare (1454/56-76/1507); Lucrezia (1472/1480-1519) e Gioffr, duca di Squillace (?/1481-1516). La nascita di questi due ultimi figli era stata legittimata dal papa con bolle che davano ai figli del cardinale Borgia la qualifica di nipoti, che, iniziata con Sisto IV (in effetti come abbiamo visto, si pu far risalire a Callisto III ndr.) prendeva il nome di nepotismo papale.

 

 

 

*) Il Diario di Burcardo,commentato dal quadro dei costumi della Corte di Roma di A. Bianchi-Giovin; Firenze 186.

**) Mons. D. Cerri, Borgia, ossia Alessandro VI e suoi contemporanei, 2 voll. Torino 1873)

 

LA GRANDEZZA

DEI FARNESE

LA DEMARCAZIONE

DELLA TERRA

TRA SPAGNOLI

E PORTOGHESI

 

 

 

R

odrigo, poco prima di divenire papa, era stato preso dalla incantevole bellezza della quindicenne Giulia Farnese, che, come Lucrezia, aveva i capelli biondi: la madre di Giulia era Adriana del Mil (figlia di don Pedro, nipote di Callisto III e cugino di Rodrigo); era governante di Lucrezia e abitavano nel palazzo Orsini a Monte Giordano, al di qua di Castel S. Angelo; Giulia era promessa sposa di Ursino Orsini, della sua stessa et; Rodrigo era legato alla cugina Adriana, da stretti rapporti personali e la frequentava in quanto era la confidente dei suoi progetti e intrighi.

Giulia, prima di sposarsi, (scriveva Gregorovius), si era lasciata prendere dalle sue arti seduttrici; il cardinale Rodrigo aveva compiuto i cinquantotto anni (Platina, come riferiamo pi avanti, gliene attribuiva settantasette, ma let comunemente riconosciuta al 1491, sarebbe stata di sessantuno anni, v. nota supra, Il problema dei figli del papa), quando la vide nella sua meravigliosa giovinezza, si era abbandonato a una giovanile passione.

Il contratto di matrimonio per la giovane Giulia, accompagnata da Ursino, era firmato dai genitori nellanno 1489 quando ambedue avevano tredici anni; il matrimonio fu celebrato il 21 maggio nellanno 1492, e il giorno precedente, quando Giulia (come precisava Gregorovius), compiva quindici anni, il notaio Beneimbene, alla presenza delle parti e dei testimoni, leggeva il contratto.

Il 1492 Giulia dava alla luce una bambina a cui fu dato il nome di Laura, ufficialmente figlia di Orsini, in realt il padre era il papa. La madre aveva tollerato questa relazione, rendendosi complice della nuora, e cos, divenendo la persona pi potente e pi influente del seguito del cardinal Borgia.

Giulia abitava il palazzo di Santa Maria in Portico, come legittima parente di Lucrezia; il marito Orsini aveva scelto di vivere al castello di Bassanello, che gli era stato donato dal papa come sposo di Giulia, la fidanzata di Ges Cristo, come la chiamavano nelle satire, dove preferiva vivere, piuttosto che stare a Roma dov'era scomoda testimone della sua vergogna.

Da cronisti e scrittori era stato detto ben poco sullargomento, se non facendo illazioni romanzesche, come lOlivier, citato da Cerri, che la considerava madre dei quattro figli di Alessandro VI, risalendo al periodo tra il 1450 e 1456; e lunico ad approfondirlo, era stato Gregorovius, che aveva scritto quanto stiamo riferendo.

Il papa Alessandro, aveva scritto lo storico, era stato l'artigiano della grandezza della famiglia Farnese, rendendola potente, con la nomina del fratello Alessandro a cardinale, aprendo la, la celebre famiglia che si estingueva sul trono nel 1728, con la morte di Elisabetta Farnese, regina di Spagna.

Quando era stato eletto papa Alessandro VI e Cesare era stato nominato cardinale (20 settembre 1493), lo stesso giorno, furono nominati cardinali, Ippolito d'Este e Alessandro Farnese, giovane libertino che doveva la sua elevazione, non alle alte funzioni ecclesiastiche, ma all'adulterio della sorella, circostanza ben nota e conosciuta dalla citt, che il popolo lo chiamava burlescamente, cardinale della gonna.

In questa faccenda, (concludeva Sismondi), da Firenze faceva sentire la sua voce Savonarola, che predicava di non poter riconoscere in un uomo tanto scellerato, il successore degli apostoli; e la riforma che predicava doveva incominciare dal capo della Chiesa. Egli era scandalizzato nel vedere Giulia Farnese chiamata la bella Giulia, una delle drude o amiche del papa, che nel mese di aprile gli aveva partorito un altro figlio e con ostentazione interveniva in tutte le feste della Chiesa. Ma era poca cosa di fronte alla tragedia che due mesi dopo colpiva la sua famiglia; il 14 giugno (1498), nelle strade di Roma delluccisione nelluscire da un convito, di Giovan-Francesco duca di Gandia; e si seppe ben tosto che luccisore, era il proprio fratello, Cesare Borgia, cardinale di Valenza; ad accrescere lorrore di tanto delitto si era sparsa la sorda voce della gelosia concepita da Cesare contro il fratello, per essere suo rivale negli incestuosi, nefandi amori con Lucrezia, loro sorella.

Abbiamo riferito delle grandi capacit arbitrali del papa Callisto III e del nipote Rodrigo ed era da risolvere il problema delle colonie che stavano creando il Portogallo e la Spagna; Callisto III (scriveva Pastor cit.), giudicando come arbitro, aveva riconosciuto al Portogallo il diritto esclusivo di fondare delle colonie e di fare commercio dopo il capo di Bojador, fino alla estremit della Guinea, inclusa; la Spagna aveva accettato questa decisione, inserita nel trattato di pace di Alcacevas.

Quando Cristoforo Colombo, respinto dal Portogallo (e finanziato da Isabella di Castiglia, v. Art. cit.), di ritorno dal suo viaggio storico, nel marzo 1493 il re Emmanuele del Portogallo, basandosi su questo trattato, reclamava per s stesso il possesso del paese appena scoperto; il conflitto tra il re di Spagna e il re del Portogallo, aveva raggiunto limiti inquietanti, sulla soglia di una guerra sanguinosa. La sede di Roma fungeva come un tribunale internazionale e Ferdinando il Cattolico, abile politico, si era rivolto al papa, come arbitro; suo avvocato era Bernardin Carvajal; il papa il 3 e 4 maggio firmava tre documenti d importanza di primordine.

Il primo breve, datato 3 maggio investiva la Spagna, sotto forma di donazione, poneva come condizione la propagazione della fede e stabiliva il diritto di propriet esclusivo sulle isole e territori scoperti o da scoprire da Cristoforo Colombo, che non fossero gi in possesso di una potenza cristiana. Il papa accordava alla Spagna, per le sue nuove acquisizioni le prerogative, privilegi e favori, concessi al Portogallo, per le sue colonie della costa occidentale dellAfrica. Il secondo documento, datato lo stesso giorno, enumerava con precisione, le prerogative. Il terzo, datato 4 maggio 1493, fissava esattamente la delimitazione dei domini dazione della Spagna e Portogallo; a loro sfera dinfluenza e ne tracciava la linea di demarcazione; era una linea ipotetica tirata dal polo sud al polo nord e passante a cento leghe dalla Spagna, allovest della pi occidentale delle Azzorre; tutte le terre situate a est di questa linea, erano attribuite al Portogallo; tutte le terre situate allovest, alla Spagna. Con un breve complementare datato 25 settembre 1493, Alessandro VI decretava che tutte le nuove scoperte fatte durante lesplorazione nel sud e verso lovest, erano attribuite ai sovrani spagnoli.

La linea di demarcazione, creata da Alessandro VI, e modificata dal trattato di Tordesillas (7 giugno 1494), che la trasferiva a duecentosettanta leghe pi a Ovest, divenne la base di tutte le negoziazioni e di tutte le convenzioni relative alla spartizione della dominazione del nuovo mondo, tra tutte le potenze colonizzatrici. La sentenza pontificale (concludeva Pastor), aveva contribuito essenzialmente alla soluzione pacifica di una serie di questioni di frontiera, piene di difficolt, tra la Spagna e il Portogallo

 

LA CENA DEGLI

AVVELENAMENTI

E LA MORTE

DEL PAPA

 

M

achiavelli approfondiva le circostanze e conseguenze della cena del 5 agosto (1503), che aveva suscitato varie ipotesi, e causato la morte del papa, pi concretamente scrivendo, che il papa assieme al duca, si era recato nella vigna del cardinale Adriano Corneto, in Vaticano; e spiegando che il mese di agosto quellanno era pessimo: e alcuni ambasciatori, moltissimi della Curia, specialmente coloro che abitavano nel Palazzo, si erano ammalati; e quelli che avevano partecipato alla cena, ne avevano risentito pi o meno gravemente.

Il giorno sette, egli scriveva, Giustinian (ambasciatore di Venezia), andando dal papa rinchiuso e imbacuccato, gli disse di aver cura, perch gli facevano paura le tante febbri e morti che si stavano verificando a Roma. Il giorno undici, il cardinale Adriano era a letto con la febbre; il dodici il papa fu preso da un assalto di febbre; il dodici fu preso da febbre e vomito; il duca si era ammalato anchegli dello stesso male.

Il papa aveva allora settantatre anni ed era evidente il suo stato. Infatti cominciarono subito minacce di congestione cerebrale che si cerc di riparare con abbondanti salassi, i quali, indebolendo il malato, rendevano pi forte la febbre. Sopravvenne un sopore minaccioso che pareva quasi morte. Il diciassette, la febbre, che lambasciatore di Ferrara chiamava terzana (vale a dire di malaria, provocata dalle zanzare che infestavano le paludi romane, allora sconosciuta ndr.)

, torn con parossismi cos violenti che il medico dichiar il caso disperato. Il disordine fu grandissimo in Vaticano; molti cominciarono a mettere in salvo la loro roba. Il papa che durante questo tempo non aveva neppure chiesto notizie del duca, o di Lucrezia, il giorno diciotto si confess e comunic; verso le ore sei, svenne in modo che parve spirare e rinvenne per dare lultimo respiro, alla presenza del vescovo di Carinola, del Datario e di alcuni camerieri.

La confusione fu al colmo. Il duca sebbene stesse molto male, tanto che pareva in pericolo di vita, aveva fatto trasportare in Castello (Castel SantAngelo), buona parte della propria roba e dato ordine alle sue forze, di venire a Roma. Don Michele (Cariglia), che era con alcuni armati, aveva fatto puntare un pugnale alla gola, del cardinal Casanova, minacciandolo di ucciderlo e gettarlo dalle finestre, se non dava subito le chiavi e i denari del papa. Cos furono presi per Valentino, centomila ducati, oltre allargenteria e altre gioie del valore di trecentomila ducati.

Fu dimenticata la stanza, accanto a quella in cui era spirato il papa, nella quale erano mitrie preziose, anelli e vasi dargento, da riempire molte casse. I servitori presero ogni altra cosa che trovarono nelle camere, gi saccheggiate; da ultimo si spalancarono gli usci e fu pubblicata la morte.

Tutto ebbe un aspetto lugubre e sinistro, racconta Machiavelli, fino alla sepoltura. Lavato e vestito, il cadavere fu abbandonato con due soli ceri accesi; i cardinali chiamati, non vennero e neppure i penitenzieri che dovevano dire le preghiere dei morti. Il giorno seguente, il cadavere si era gonfiato per la corruzione del sangue (putrefazione dovuta al caldo ndr.), alterato in modo che aveva perduto ogni forma umana. Nerissimo, gonfio, quasi altrettanto largo che lungo; la lingua si era ingrossata cos che riempiva tutta la bocca, che rimaneva aperta. Al mezzogiorno del diciannove agosto, fu esposto, secondo il costume, in San Pietro; tamen per essere il pi brutto, mostruoso et orrendo corpo di morto che si vedesse mai, senza alcuna forma n figura de omo da vergogna, lo tennero un pezzo coperto, e poi, avanti el sol al monte (prima del tramonto), fu sepelito, adstantibus presentis duobus cardinalibus, dei suoi di Palazzo .

In San Pietro mancava il libro per leggere le preci; poi segu un tafferuglio tra preti e soldati, per cui, il clero, smesso il canto, fugg verso la sagrestia e il cadavere del papa rest quasi abbandonato. Portatolo allaltare maggiore, si dubit degli insulti per lira popolare e lo posero con quattro ceri dietro linferriata che venne chiusa: cos rest tutto il giorno. Dopo ventiquattro ore fu portato nella cappella de fabribus, dove sei facchini, beffando la memoria, scavarono la fossa per seppellirlo, mentre due falegnami che avevano fatto la cassa troppo corta e stretta, messa la mitria da parte,copertolo con un vecchio tappeto, ve lo introdussero pestandolo a forza con i pugni.

Machiavelli, inoltre, aveva smontato le supposizioni, sulla voce che si era sparsa, di questo avvelenamento, scrivendo: La rapida decomposizione del cadavere per la corruzione del sangue (come detto, putrefazione ndr.) e lessersi contemporaneamente ammalati il papa, il Valentino e il cardinale Adriano, fecero spargere la voce e credere universalmente, che vi fosse stato veleno; opinione che veniva suggerita dal nome stesso dei Borgia.

Si disse che il papa e il duca, volevano disfarsi del cardinale; ma che per errore il vino, gi in precedenza avvelenato, era stato invece dato, prima ad essi. Senza qui osservare che i Borgia non erano, nel proprio mestiere, tanto inesperti da lasciar facilmente commettere, a proprio danno, simili errori; non si capirebbe, in questo caso, come mai anche il cardinale si fosse ammalato. Da altri, proseguiva Machiavelli, si affermava, che questi si era salvato, perch, avvedutosi in tempo del pericolo, aveva versato al coppiere diecimila ducati, e aveva dato il veleno solo ai Borgia.

Ma tutte queste supposizioni, perdono valore, sosteneva Machiavelli, da tutti i dispacci degli ambasciatori, in particolare di Giustinian, il quale aveva descritto giorno per giorno, lorigine e il progresso della malattia, parlando continuamente col medico del papa, e cos seppe che la congestione cerebrale, sopravvenuta a febbre, aveva causato la morte. Lo stesso ambasciatore ferrarese, Beltrando Costabili, che il diciannove, dopo la rapida corruzione del cadavere, aveva dichiarato esplicito che era febbre, di che nessuno poteva meravigliarsi, perch, quasi tutti della Corte, erano stati presi dallo stesso male che allora infieriva in Roma. Sarebbe, in ogni caso, altrettanto strano, che il veleno, dato la sera della cena, avesse cominciato a produrre i suoi effetti visibili, solo dopo sette giorni, quando aveva avuto inizio la febbre. Machiavelli, terminava, dicendo ai lettori che li risparmiava dei racconti dei diavoli visti presso letto del papa, per avere la sua anima, pi credute, quanto pi incredulo era il secolo.

 

 

LA DIATRIBA DEL PAPA

CON SAVONAROLA

LA FANATICA SFIDA

DEI MIRACOLI E

SUA ESECUZIONE

 

L

opinione di cui godeva Girolamo Savonarola (*) in Firenze, (scriveva Sismondi), poneva in grave pericolo il trono di Alessandro VI; questi sapeva che Savonarola aveva mutati i costumi della repubblica e ne aveva banditi i vizi; e per di pi, temeva che un tale esempio, non si ritorcesse contro la Corte di Roma. E aveva accusato Savonarola come eretico: facendogli vietare la predicazione; ma lo sforzato silenzio di questo religioso, che faceva far le sue veci da fra Domenico Bonvicini, di Pescia, suo discepolo e amico, non soddisfaceva n alla politica, n allodio immenso di Alessandro VI.

Il papa si collegava con tutti coloro che avevano qualche motivo di inimicizia contro Savonarola o per devozione ai Medici o al partito dellaristocrazia, o perch non volevano assoggettarsi alle austerit monastiche, che il riformatore, voleva sostituire allantica scostumatezza. I nemici del monaco, vedendosi spalleggiati da Roma, ardirono oltraggiarlo pubblicamente nella propria chiesa, in modo sconcio e villano.

Dovendo egli predicare il giorno dellAscensione, posero sul pulpito una pelle dasino ripiena di paglia. I libertini e compagnacci, approfittando del tumulto insorto nella chiesa per questa pasquinata, oltraggiarono Savonarola e lo minacciarono, proponendo agli uditori di scacciarlo o ucciderlo. I frati agostiniani, per gelosia dellOrdine, si mossero contro i domenicani, assecondando le brame di vendetta del papa nei loro sermoni, o accusavano il riformatore domenicano, di essere un eretico e scomunicato, come faranno, i domenicani (commentava Sismondi), ventanni dopo, contro il riformatore agostiniano, Lutero.

La Signoria fiorentina, abbandonata dal re di Francia, trattava con maggior riguardo la Corte di Roma, in quanto i fiorentini, per le loro negoziazioni con la lega italiana, avevano bisogno del papa e non volevano inasprire il suo risentimento. I priori scrissero al papa, per giustificare Savonarola e nello stesso tempo, lo persuasero a sospendere le prediche. Il papa lo aveva scomunicato nel mese di maggio, come banditore di dottrine eretiche, e la sentenza colpiva tutti coloro che avessero conversato con lui. Mentre in un primo momento Savonarola riconosceva lautorit di Roma, giustificandosi col papa, cambiando opinione, dichiarava di ricusare di obbedire a un tribunale corrotto; e, il giorno di Natale, celebrava pubblicamente la messa nella sua chiesa di san Marco, conducendo una processione attorno alla chiesa; pubblicava inoltre la sua apologia e il libro del trionfo della croce e tornava a predicare nella cattedrale dinanzi a un uditorio tanto numeroso, come mai si fosse verificato in precedenza.

Leonardo de Medici, vicario dellarcivescovo di Firenze, pubblicava unordinanza che proibiva ai fedeli di ascoltare le sue prediche e coloro che lo avessero ascoltato non fossero ammessi alla confessione e ai loro corpi non fosse data la sepoltura; ma la Signoria a lui favorevole, ordinava al vicario di andar via dalla citt entro due ore.

Lultimo giorno di carnevale, volendo Savonarola mutare la festa mondana in un giorno di religiosa contrizione, indusse moltissimi fanciulli, dividendoli in gruppi, a scorrere per la citt gridando di casa in casa, di consegnare i libri disonesti, le pitture immodeste, le carte e i dadi da gioco, viole, arpe e gli altri strumenti musicali, tutte le parrucche, il muschio, le acque profumate, i belletti e suppellettili femminili, sotto pena di scomunica. Tutti questi oggetti furono portati nella pubblica piazza dove fu fatta unalta catasta alla quale era dato fuoco, cantando intorno alla pira, salmi e canti religiosi; il fanatismo aveva portato alla distruzione di opere darte e libri preziosi, tra i quali Boccaccio e Morgante maggiore.

Ma quanto pi Savonarola acquistava credito, tanto pi cresceva lo sdegno e lansiet del papa, aizzato dal generale degli agostiniani, fra Mariano da Ghinazzano, devoto ai Medici, male accolto a Firenze, e per questo fu mandato un predicatore di nome Francesco della Puglia, per gareggiare con Savonarola, predicando nella chiesa di santa Croce.

Mentre il papa chiedeva alla Signoria di far tacere Savonarola, minacciando la confisca delle sostanze che i mercanti fiorentini avevano allestero, e tutto il territorio fiorentino fosse interdetto fino ad essere assalito dalle truppe della Chiesa. Essendo i fiorentini, stati abbandonati dal re di Francia, non avendo altri alleati, e la Signoria avendo bisogno dellamicizia del papa dovette ubbidire, comandando a Savonarola (17 marzo 1498) di astenersi dal predicare. Nello stesso tempo il frate Francesco lanciava uninsolita sfida, fondata sui miracoli.

Avendo sentito che Savonarola si vantava di provare le sue false dottrine a un miracolo e offriva di farsi seppellire con un monaco francescano, se lopposto partito si fosse obbligato a riconoscere per vera la dottrina di colui che, fra loro due, fosse resuscitato; mentre fra Francesco, affermava di non sperare nel miracolo; ma, si obbligava a riconoscere per vera la dottrina di colui che sarebbe resuscitato da morto, dopo essere, entrambi, entrati in mezzo a un rogo ardente; sono certo di perire, affermava fra Francesco, ma la carit cristiana minsegna a dare la mia vita, se potessi liberare la Chiesa da un eresiarca.

A Savonarola la proposta non andava a genio in quanto temeva qualche inganno dei suoi nemici, ma si offriva un suo discepolo e amico, fra Domenico Bonvicini, pronto ad assoggettarsi alla prova del fuoco a conferma delle verit espresse dal suo maestro nei sermoni; non dubitando di essere salvato da Dio, dalla sua intercessione. Il popolo aveva accolto con ardore la tremenda sfida; i devoti consideravano il luminoso trionfo del miracolo, contro Roma; i nemici non erano meno contenti di vedere leresiarca condannarsi da se stesso, alle fiamme. Il papa (11 aprile) scriveva ai francescani di Firenze per lo zelo che si preparavano ad offrire, per difendere lautorit della santa sede. Ma fra Francesco, protestava che non sarebbe entrato nelle fiamme se non insieme a Savonarola, non volendosi esporre a indubbia morte, senza leresiarca; si era offerto anche un altro frate, Niccol di Pilli, che sentendo venirgli meno il suo coraggio, si ritirava; e un altro frate, Andrea Rondinelli, dello stesso convento, rimase fermo nella sua decisione. Dopo queste singole proposte, si verificava un fatto (di fanatismo collettivo ndr.) inaudito: tutti i domenicani della Toscana, e anche molti preti e laici e perfino donne e fanciulli, imploravano alla Signoria lonore di essere anteposti agli altri o la facolt di entrare insieme nelle fiamme, per partecipare al favore di Dio, di cui si ritenevano sicuri; ma la Signoria autorizzava i soli Bonvicini e Rondinelli, nominando cinque cittadini per i due partiti, per la prova fissata al sette aprile successivo.

In mezzo alla piazza era stato innalzato un palco, alto cinque piedi, largo dieci e lungo ottanta, coperto di terra e mattoni per preservarlo dal fuoco; sul palco erano state poste due cataste di grosso legname, frammiste a fascine e stoppie facili da infiammarsi. Le due cataste erano larghe quattro piedi con un passaggio largo due piedi, che andava dalluno allaltro capo delle pire: lapparato risultava spaventoso. Vi si entrava dalla Loggia dei Lanzi, divisa in due parti, con un tramezzo per dare met ai francescani, e met ai domenicani. I due monaci dovevano entrare insieme in questa loggia, e attraversarla nel rogo ardente, o perirvi; di ci, uno dei due si diceva sicuro, perch, anche se si fosse verificato un miracolo, non potesse essere che a suo danno. I francescani, arrivarono senza strepiti nella loro parte della loggia, mentre Savonarola arrivava dalla sua parte con le vesti sacerdotali, portando il sacramento in un tabernacolo di cristallo; seguito dai monaci che cantavano salmi, con croci rosse nelle mani, seguiti da cittadini con le fiaccole accese. Rimanevano sei ore di giorno e la piazza, le finestre i tetti erano colmi di spettatori fin dallalba.

La parte della loggia, occupata dai domenicani, era adornata come una cappella, e durante quattro ore decorse, i domenicani non avevano cessato di cantare, e linizio della terribile prova era continuamente ritardata da difficolt opposte di francescani. Ritenendo Savonarola un incantatore che avesse su di s qualche stregoneria, chiedevano che venisse spogliato degli abiti sacerdotali, da essi sostituiti con altri, a cui si giunse dopo lunghi contrasti. Poi si discusse sul tabernacolo sul quale i francescani sostenevano fosse unempiet esporre lostia consacrata ad essere arsa; su questa richiesta Savonarola si mostr inflessibile; il popolo, apparso allalba, soffriva di fame e di sete e ignorando cosa stesse accadendo, voleva che si appiccasse il fuoco, mentre si avvedeva che i due campioni, fossero restii ad entrarvi; ma giunta la notte una dirotta inaspettata di pioggia si abbatteva sulla pira e sugli spettatori e la Signoria sospendeva lesecuzione.

Savonarola, tornava alla chiesa di san Marco e dal pulpito, raccontava alla folla che lo aveva seguito, ci che fosse accaduto; ma gi il popolo che lo aveva accompagnato, lo aveva oltraggiato; lindomani, domenica delle Palme, fra Gerolamo, insinuandosi negli animi, si offriva in sacrificio a Dio. I suoi nemici, approfittando della delusione del popolo, agivano per farlo ribellare contro di lui; la Societ dei libertini, o compagnacci, che laveva sempre trattato da ipocrita, andava gridando al popolo di non lasciarsi guidare da un falso profeta, che nellora del pericolo si fosse sottratto alla propria missione.

Questa brigata di compagnacci, si riuniva nella cattedrale e durante il sermone dei vespri, faceva risuonare il grido alle armi a san Marco! E una plebe sfrenata si dirigeva al monastero di san Marco, con armi, scuri e fiaccole accese. In quel posto si trovava molta gente inerme, per seguire la messa; ma quando furono bruciate le porte, mancando ogni mezzo per frenare i sediziosi furibondi, venne a patti, e Girolamo Savonarola, Domenico Bonvicini e Silvestro Maruffi, furono presi e condotti in prigione, tra gli urli della plebaglia.

Erano le sette ore di sera (riferiva Sismondi), quando cominciava lassedio del convento di san Marco, e sembrava che la notte avrebbe acquietato i faziosi; ma una fazione da tempo nemica e inasprita dal supplizio dei propri caporali, non intendeva perdere loccasione di vendicarsi. La mattina seguente tutti coloro che avevano parteggiato per Savonarola, furono oltraggiati e alcuni uccisi. La Signoria che era entrata in carica nel marzo precedente, formata da nove consiglieri, di cui sei parteggiavano segretamente con i rivoltosi; gli altri tre non si presentarono in consiglio; in modo che i sei formassero la maggioranza. Essi ne approfittarono per eleggere i decemviri per la guerra e i giudici criminali detti, otto per la giustizia, deponendo quelli che parteggiavano per Savonarola. Le cariche pubbliche erano cos passate di mano, e i nuovi capi di governo, volendo far conoscere come odiassero lautorit del riformatore e lipocrisia di cui era accusato, si diedero a promuovere nuovamente giochi, passatempi e vizi, che erano stati aboliti.

Dal papa era stato inviato un corriere, per riferire che Savonarola era stato arrestato; il papa sapeva che la propria sicurezza dipendesse dalla sua eliminazione e chiese gli fosse consegnato leresiarca, concedendo indulgenze ai fiorentini che avevano assistito ai suoi sermoni. Ma la Signoria volle che Savonarola fosse giudicato a Firenze e chiese di mandare giudici ecclesiastici, per assistervi; Alessandro mandava il frate Gioacchino Turrano, veneziano e Francesco Romolini, dottore in legge, spagnolo; ma nellatto di nomina il papa si era premunito, dichiarando Gerolamo Savonarola eretico, scismatico, persecutore della santa sede e seduttore di popoli.

Il processo, formato da otto giudici, tutti nemici di Savonarola alternava gli interrogatori con la tortura della corda e le dichiarazioni senza tormenti; Savonarola era di fisico debole e non potendo resistere al dolore, diceva ci che i giudici volessero sentirsi dire; ma quando gli facevano fare le dichiarazioni spontanee, egli riferiva tutta la verit; e su loro domanda, egli, appunto, si giustificava, dicendo che a causa del dolore riconosceva la sua poca costanza e la debolezza per sostenere i tormenti; gli erano dati ulteriori tormenti, seguiti dalle smentite; alla fine i giudici decisero di non fargli leggere il verbale con le sue confessioni, come si usava, condannandolo, con gli altri due compagni a morte; durante il mese di prigionia egli aveva scritto diversi argomenti, pubblicati con le sue opere. Il fuoco era appiccato, con atto di fanatismo, da un frate nemico che aveva anticipato il carnefice.

 

 

*) V. Fra Gerolamo Savonarola, in Art. LEuropa verso la fine del medioevo. P. II, Par. 4.

 

CESARE

aut Caesar aut nihil

 

I CRIMINI DI CESARE

E LA SUA FEROCIA

DESCRITTA DA

PAOLO GIOVIO

 

 

P

aolo Giovio (1483-1552), prossimo alla sua epoca, negli Elogi (in cui si era guardato bene dallelogiarlo!), ne parlava con disprezzo, equiparandolo ai tiranni dellantichit, per il suo carattere sanguinario e la sua mostruosa crudelt; egli riteneva che Cesare fosse nato da sangue infetto e da seme ignobile; e andava in giro per Roma di notte, per nascondere il suo viso deturpato, che lo aveva gettato nel caos, evitando la luce.

Giovio aveva anticipato Lombroso (v. in Schede S.) nel fornire elementi fisici esteriori (attualmente superati dalla genetica), che denotavano il carattere, scrivendo: infatti aveva un colorito rossastro scuro, cosparso di escrescenze purulente, gli occhi incavati che facevano guizzare un atroce sguardo da serpente, infuoca, nemmeno gli amici erano in grado di fissarli, ma quando faceva il buffone tra le donne, riusciva, con una trasformazione straordinaria, a renderli dolci.

Smodatamente ambizioso, energico, sprezzante delle leggi, con notevoli qualit di capo militare e di amministratore; ma, come secondogenito fu nominato dal padre, che lo voleva indirizzare alla carriera ecclesiastica; cardinale a sedici anni (1492); faceva assassinare il fratello Giovanni, per prendere il titolo assegnatogli dal padre, di duca di Gandia (di Spagna), che gli faceva pi gola del cardinalato.

La sua carriera fu breve, anzi brevissima perch la dea Fortuna che non aveva saputo coltivare, gli si era rivoltata contro, innanzitutto facendogli morire il padre, e poi perch per i suoi eccessi sessuali si era ammalato di sifilide, che aveva minato le sue forze.

Alleatosi con Luigi XII, era stato nominato duca di Valentinois (1498), perci detto il Valentino, e, incoraggiato dal padre pontefice, tent con tutti i mezzi di riprendere la Romagna, ai feudatari dello Stato Pontificio. Per sbarazzarsi dei principali nemici li invit al castello di Senigallia e li fece uccidere freddamente. Appena morto Alessandro VI (1503), la sua potenza crollava in un sol colpo. Il papa Giulio II lo fece arrestare e lo costrinse a cedergli tutte le sue fortezze.

Appena uscito dalla prigionia del papa, fu nuovamente arrestato da Consalvo da Cordova e consegnato al re di Spagna, che aveva motivi di risentimento nei suoi confronti. Cesare riusc ad evadere e si rifugi presso il re di Navarra, suo cognato, che accompagnava in una spedizione contro la Spagna, dove moriva nel corso di quella guerra a Pamplona (1507).

Pronto a utilizzare qualsiasi mezzo pur di raggiungere il potere, Cesare Borgia lasci fra le popolazioni che ebbe modo di governare la reputazione di principe severo, ma giusto; e, come abbiamo detto, Machiavelli lo prendeva a modello per il suo Principe.

Prima di essere deturpato dalla sifilide era uno degli uomini pi belli del suo tempo; era sempre sorridente e suadente nei contatti con gli altri; fin da adolescente era dotato di una mente molto attenta e perspicace; e, come stato detto, lo zio, lo aveva mandato a Pisa a perfezionarsi nel luno e altro diritto.

Paolo Giovio ne parlava anche nelle sue Storie di Personaggi, in cui richiamava tutti gli assassinii d commessi da Cesare Borgia, rinfacciandogli la sua ferocia inaudita. Egli precisava, che non ancora sazio di sangue, Cesare, aveva agito da criminale e da mostro nei confronti di Astorre Manfredi; per avere la citt, aveva giurato di salvare gli abitanti; quando gli si era presentato per arrendersi con salvezza della vita; avendolo avuto in suo potere, lo aveva portato in Castel SantAngelo, promettendo agli abitanti di Faenza che gli avrebbe salvato la vita; visto che era un bel giovane di diciotto anni, prima lo aveva sodomizzato con altri complici, e poi, dopo avergli spezzato il collo, lo aveva fatto gettare nel Tevere (9 Giugno 1502).

Per il vino avvelenato (alla cena offerta ai cardinali per avvelenarli, si veda quanto detto da Machiavelli nel par. relativo alla morte del papa); Giovio, aveva scritto che il padre non resse alla forza del veleno; Cesare il suo (vino) lo aveva annacquato; ma dovette soccombere a un male pi atroce: i suoi soldati lo avevano abbandonato; il papa Giulio II che lo aveva fatto arrestare e lo lasciava andare; e Cesare si dava alla fuga, ma era catturato da Consalvo.

Machiavelli riferiva, che il duca il 19 agosto sembrava vicino alla morte, le botteghe si chiudevano, gli spagnoli si nascondevano e correva voce che Fabio Orsini, con lAlviano e con gli altri della sua Casa, erano entrati in Roma, pieni di indescrivibile vendetta.

Cesare lo sapeva e come aveva commentato Machiavelli, aveva pensato a tutto, meno che di trovarsi moribondo quando il papa era morto; e perci si era assolutamente smarrito. I suoi soldati tumultuavano e mettevano fuoco alle case degli Orsini, bruciandone una parte. Il Conclave riusciva a persuadere tutti a una specie di tregua.

Gli Orsini e i Colonna, si allontanarono da Roma; il duca, essendo migliorato, mandava innanzi la sua artiglieria e il 2 settembre, usciva da Roma recandosi in portantina al castello di Nepi, ancora suo.

A Roma arrivarono il cardinale Della Rovere, dopo un esilio di dieci anni e Ascanio Sforza, liberato dalla prigionia dal cardinale di Rouen, che aspirava al papato, e molti altri; il 22 (1503) fu eletto Pio III (Francesco Todeschini, della famiglia Piccolomini), che aveva sessantatre anni, ma era cos malato, che moriva dopo dieci giorni, quasi a voler far continuare le trame che si ordivano da ogni parte dai vari partiti. Era proclamato il nuovo papa, Giulio II; Cesare tornava subito a Roma, dove seppe che le citt richiamavano gli antichi signori che tornavano, ed erano festosamente accolti; mentre la sola Romagna, con le fortezze, gli rimaneva fedele, per essere stata ben governata.

 

 

 

 

Giovanni Borgia duca di Gandia

vestito alla turca

 

 

 

GIOVANNI BORGIA

DOPO AVER RICEVUTO

IL DUCATO DI BENEVENTO

E ASSASSINATO

DAL FRATELLO CESARE

 

 

G

iovanni, figlio del papa, aveva sposato Sancia, figlia naturale del re Alfonso dAragona e si fregiava del nome reale, Giovanni Borgia dAragona, duca di Gandia, Grande di Spagna, principe di Santa romana Chiesa, capitano generale della Chiesa.

Il papa, riunito un concistoro segreto (7 giugno 1497), gli donava il feudo di Benevento, che apparteneva alla Chiesa; il feudo era immenso e comprendeva le citt di Terracina e Pontecorvo, con le loro contee e territori, ci che aveva suscitato i desideri di Cesare, insoddisfatto della carica cardinalizia datagli dal padre.

La settimana seguente (14 giugno, come raccontava Burcardo) il cardinale Valentino e il duca Giovanni, insieme, avevano cenato nella vigna di donna Vannozza, in san Pietro in Vincoli, con altri invitati; finita la cena, montarono le loro mule, per recarsi insieme al palazzo apostolico. Dopo un tratto di cammino, il duca di Gandia si accomiatava dal fratello, dicendogli che voleva andare a spassarsela, e tornava indietro, accompagnato da un solo staffiere e da una persona mascherata, che era, a quanto sembra, il suo mezzano.

Giunti alla piazza del Ghetto, don Giovanni diceva allo stalliere di aspettarlo l per un ora, e se non tornava, se ne andasse pure a palazzo. Egli poi, indossata la maschera, spronava la mula e scompariva. Lo staffiere che lo aspettava, era allimprovviso assalito e pugnalato da ignoti sicari; quindi trasportato moribondo in una casa, non pot dar notizia del suo padrone.

Quel giorno (14 Giugno 1497) il duca non tornava a casa; il giorno seguente il suo staffiere fu trovato ferito, senza che sapesse nulla del padrone; la mula che il duca aveva cavalcato, girava per le vie con una sola staffa pendente della sella, laltra era stata tagliata. Tutto pareva un mistero.

Il giorno seguente il papa non vedendo comparire il figlio, se ne mostrava inquieto: tuttavia sperava ancora che fosse andato a spassarsela con donne, e che alla sera sarebbe comparso; ma venuta anche la sera, il papa non pot pi contenersi e facendo fare diligenti indagini, un certo Giorgio Sehiavone raccontava che, stando a custodire legna in riva al Tevere, aveva visto un po prima della mezzanotte, due uomini andare su e gi come per spiare se vi fosse qualcuno, e che ad un loro segnale era comparso uno su un cavallo bianco, che portava un cadavere a traverso del cavallo, e lo gettava nel Tevere, ove il fango molto alto.

Interrogato perch non avesse subito deferito questo fatto al governatore di Roma, rispose: Oh bella! oramai ne ho veduti cento di questi spettacoli, e non so che qualcuno se ne sia mai presa cura. Furono impiegati i pescatori che trovarono il corpo del duca di Gandia con labito interro, trapassato da nove ferite. Machiavelli, precisava: Aveva le mani legate, ed era stato trafitto da nove colpi di spada; alla testa, alle braccia, al corpo, delle quali, una mortale alla gola; nella borsa, trenta ducati, segno evidente che non lo avevano ucciso per derubarlo (Cerri),.

I pi erano contenti dellaccaduto; gli spagnoli bestemmiavano e piangevano; Alessandro VI, quando gli era stato riferito il ritrovamento del duca Giovanni, si chiuse in Castel SantAngelo inseguito, dicevano, dallo spirito del duca e pianse, abbandonandosi al suo profondo dolore, di cui nessuno lo credeva capace.

Non volle prendere cibo per pi giorni e le sue grida si sentivano lontano, Il 19 giugno tenne un concistoro in cui disse che non aveva mai provato tanto dolore: Se avessimo sette papati, li daremmo tutti per avere la vita del duca. Afflitto da questa perdita, con le lacrime e con i singhiozzi, aveva deplorato, i trascorsi della sua vita passata e la corruzione della sua Corte, che aveva provocato su di lui il castigo divino. E si era solennemente obbligato a riformare i suoi costumi e quelli della Corte; e chi pi di lui avrebbe potuto riformare i costumi? Le intenzioni erano eccellenti: nominava subito un Collegio di cinque cardinali del Sacro Collegio: Enea-Silvio, stimato per lindipendenza e coraggio; Giovanni dAragona, Giorgio di Lisbona, Antoniotto Pallavicini, Galeotto Riario e Giannantonio Alexandrino; larcivescovo di Cosenza Bartolomeo Florida, fu nominato segretario. In questo periodo, per, vi era stato un traffico, assai lucrativo di falsificazioni dei biglietti della Banca di Francia e fu sospettato larcivescovo segretario che fu processato e deposto dal suo incarico, degradato dallepiscopato, spogliato dei beni e condannato alla prigione perpetua. Egli poi si era giustificato dicendo che non aveva fatto altro che obbedire a ordini che erano arrivati allalto. Il progetto di riforma era servito come base per il Concilio Lateranense (1513) e pi particolarmente per il Concilio di Trento (1545) (*).

Ma un nuovo torrente di vizi e di delitti succedevano a questi buoni propositi. Chi era lautore dellassassinio? Si sospett degli Orsini; del cardinale Ascanio Sforza; si fecero mille ricerche che poi furono sospese; la voce che correva sulle bocche di tutti era che lassassino del duca fosse stato il fratello, cardinal Cesare Borgia; a poco a poco i dubbi non caddero pi sullautore dellassassinio, ma sulle ragioni che aveva avuto per giungere a tale misfatto.

Tre anni dopo Cesare commetteva un altro assassinio nellambito familiare.
Lucrezia, come  stato detto, si era maritata, in terze nozze, con Alfonso, duca di Bisceglie, il 20 giugno 1498, di 17 anni, figlio naturale di Alfonso II, e le nozze erano state celebrate nel maggio 1498. 
Con questo matrimonio, il parentado cogli Aragonesi di Napoli diventava un ostacolo, in quanto Cesare, divorato dalla gelosia per la sorella, di cui era innamorato, aveva sposato questo principe, giovane e bello (il cronista Matarazzo aveva scritto che fosse il pi bello che si fosse mai visto in Roma); ricordiamo che il viso di Cesare, come riferiva Machiavelli, era fortemente deturpato dalla sifilide e Giovio scriveva che evitava la luce per non far vedere il suo viso orrendo e minaccioso (**).
Lucrezia aveva gi avuto due divorzi, e, poich un terzo divorzio sarebbe stato troppo clamoroso, Cesare maturava lidea di un assassinio, che sarebbe riuscito pi spedito.

Il giovane Alfonso (il 15 luglio 1500), uscito dal suo palazzo, verso le undici di sera, per recarsi in Vaticano, sulle scale di San Pietro, fu assalito da una turba di scherani protetti da altri quaranta, che erano schierati a cavallo sulla piazza;lo percossero di molte ferite e lo lasciarono per morto. Trasportato a casa e curato diligentemente, dopo un mese, dava speranza di guarigione. Siccome non voleva morire delle ferite che gli erano state inferte, al 18 agosto, verso la sera, fu strangolato nel proprio letto. Cesare, vedendolo ancora vivo, pur sapendolo grave, aveva commentato, ci che non si fatto a desinare, si far a cena e lo aveva fatto strangolare da Michele Coriglia (spagnolo Corilla), detto Micheletto, lesecutore di tutti i suoi misfatti; Cesare, aveva avuto anche laudacia di imputare il delitto, a uno zio di Alfonso, a cui fece tagliare la testa, facendo carcerare i medici che lo avevano curato.

Lucrezia era stata ritenuta da Burcardo, inconsapevole; e riferiva che Lucrezia, alla fine di agosto si ritirava a Nepi, con un seguito di seicento cavalli per prendersi qualche sollievo per Iafflizione cagionatale dalla morte del marito.

Cesare, aveva ventisette anni (scriveva Machiavelli), ed era nel fiore della salute e della forza, si sentiva padrone di Roma e del papa stesso; il padre lo temeva in quanto un giorno Cesare gli aveva scannato il suo fidato cameriere, Pietro Caldes o Pierotto, fra le sue braccia, con il suo sangue che gli era schizzato in faccia. Ma niente scalfiva Alessandro VI (proseguiva M.): ha settantanni. riferiva lambasciatore Cappello, ogni giorno ringiovanisce; i suoi pensieri non passano mai una notte, di natura allegra e fa quello che gli torna utile.

Per far danari da dare al Valentino, aveva nominato dodici cardinali spagnoli che gli avevano fruttato centoventimila ducati, a cui erano aggiunti quelli del Giubileo e con gli aiuti francesi e degli Orsini, Savelli, Baglioni e Vitelli si impadroniva di Pesaro, cacciando Giovanni Sforza, suo precedente cognato (ottobre 1500) e dopo prendeva Rimini, cacciando Pandolfo Malatesta e quindi Faenza, con la fine, come abbiamo visto, che aveva fatto fare ad Astorre Manfredi.

 

 

 

 

*) Abb Clement de Vebron, Les Borgia, Histoire du pape Alexandre VI, de Cesar et de Lucrce Borgia, 1882.
**) A quel tempo si usava facilmente la maschera, e sembrerebbe possibile che Cesare ne facesse uso; ma nessuno dei molteplici autori consultati, ne fa riferimento, in particolare Machiavelli che aveva contatti personali. 

 

 

CESARE

DOPO ESSERE

STATO NOMINATO

DUCA

DI VALENTINOIS

CONQUISTA

LA ROMAGNA

 

 

 

D

opo aver eliminato il fratello, Cesare, ancora cardinale, aspirava alle nozze con Carlotta, figlia del re di Napoli, che, scriveva Machiavelli, gli avrebbe dato la possibilit di avere il regno di Napoli; ma il re, disperato per tante vessazioni da lui commesse, aveva dichiarato di voler perdere il regno, piuttosto che dare la figlia legittima a un prete, bastardo di prete.

Avendo grandi ambizioni, Cesare, aveva deposto il cardinalato, i vescovati e gli arcivescovati, dichiarando (nel concistoro del 13 Agosto 1498), che aveva accettato il cardinalato per far piacere al papa; ma la vita ecclesiastica non era per lui; il papa soggiungeva, dava il proprio assenso per il bene della sua anima.

Divenuto secolare, era mandato subito in Francia, per recare al re Luigi XII la bolla di divorzio dalla moglie, per sposare la vedova di Carlo VIII, che gli portava la Bretagna, e aveva promesso a Cesare, il ducato di Valentinois.

Cesare giungeva in Francia (1 Ottobre 1498) circondato da uno splendore che aveva sbalordito i francesi, con un abito tempestato di gioie e gettando danaro per le vie; portava la bolla di divorzio per il re e il cappello cardinalizio per Giorgio dAmbois, arcivescovo di Roan. 
Il re Luigi XII, oltre ad averlo nominato duca, gli aveva assegnato cento lance francesi, e una pensione di ventimila lire francesi e lo faceva sposare con Carlotta, sorella di Giovanni dAlbret, re di Navarra, promettendogli di prestargli aiuto, quando avesse conquistato il ducato di Milano. 
Il duca Valentino, tornava in Italia con lidea di fare conquiste: era stato nominato gonfaloniere della Chiesa e il papa aveva emesso una sentenza con la quale dichiarava decaduti i signori della Romagna e delle Marche, per non aver versato le somme dovute alla Chiesa. 
Cesare, con un esercito di ottomila uomini, ai primi di dicembre (1499) occupava Imola, e poi Forl, retta da Caterina Sforza, vedova di tre mariti; donna coraggiosa e di talento, che si era difesa con valore; ammirata dai francesi che la salvavano dai soldati del Valentino, che volevano ammazzarla; era stata mandata a Castel SantAngelo, ma era stata liberata per lintervento del generale francese Allgre.
Dopo Forl, Valentino (come lo chiamava Machiavelli dal momento in cui era stato nominato duca),dopo aver preso Cesena, dovette fermarsi, perch i francesi che aveva nel suo esercito, erano stati richiamati.
Sospendendo le conquiste, si recava a Roma, dove era iniziato il Giubileo, che portava al papa una gran quantit di danaro, passato al figlio. 
Cesare faceva il suo solenne ingresso a Roma col suo esercito, vestito di velluto nero, con una catena doro al collo; il suo aspetto era tragico; recatosi dal papa, fu ricevuto dai cardinali a capo scoperto, e si gettava ai piedi del papa, col quale scambiava delle frasi in spagnolo; il papa lacrimavit et risit a un trato; ricorrendo il carnevale, furono allestiste grandi feste: in piazza Navona era apparso un carro, con una figura che rappresentava la Vittoria di Giulio Cesare. 
Durante queste feste, giungeva la notizia che Ludovico il Moro, con il fratello Ascanio Sforza, erano caduti nelle mani dei francesi e portati in Francia; mentre questultimo era stato liberato, Ludovico vi rimaneva per dieci anni terminando la vita nella prigione di Loches (*). 

Prima di ripartire per la Romagna, in Piazza san Pietro, era stato allestito un torneo di tori, in cui combattendo alla giannetta (con la lancia), Cesare ne aveva ammazzati sei selvaggi; poi a un altro aveva reciso di netto la testa, che a tutta Roma era parsa grande.

In tutta la citt ogni mattina si trovavano cadaveri di persone ammazzate durante la notte, fra i quali vi erano prelati; un giorno (27 maggio 1500) se ne videro impiccati sul ponte di Castel SantAngelo, diciotto; erano tutti ladri condannati dal papa, fra cui, il medico dellospedale di san Giovanni in Laterano, che la mattina di buonora, rubava e ammazzava; era il confessore dei malati a riferirgli se qualcuno aveva del danaro e poi dividevano il danaro.

Cesare aveva conquistato quasi tutte le citt della Romagna e mancava Senigallia e Urbino; sua intenzione era di conquistare Bologna che sarebbe divenuta la capitale del suo regno, per poi espandersi in Toscana, mentre Spagna e Francia facevano accordi, per dividersi il regno di Napoli; a questi accordi partecipava anche il papa nella speranza di allargare la potenza del figlio.

A Roma si continuavano a pubblicare scandalosi racconti su Lucrezia che assisteva ridendo, col padre e col fratello a mascherate e balli osceni, che erano vere e proprie orge, impossibili da descrivere, diceva Machiavelli, che (di cui Lucrezia) non se ne curava (**) e partiva (2 Gennaio 1502) per Ferrara, con un seguito e un lusso che superava ogni misura, mentre il papa era preso da altri pensieri.

Ogni tanto qualche cardinale, divenuto assai ricco, si ammalava e moriva o, sotto falso pretesto, subiva un processo sommario e finiva in Castel SantAngelo, da dove non usciva pi vivo; i suoi mobili, tappezzerie, argenterie, danari, finivano in Vaticano; i suoi uffici erano concessi ad altri che appena arricchiti facevano la stessa fine.

Cesare Borgia entrava in Camerino facendo prigioniero Giulio Cesare da Varano, con i figli, mirando, dopo una tale conquista, a Bologna; aveva assunto titoli (***) che avevano portato la Francia a togliergli gli aiuti che gli erano stati dati, e non avrebbe permesso che i Borgia si insignorissero dellItalia. Egli aveva comunque intenzione di prendere Perugia e citt di Castello, eliminando gli Orsini; molti dei signori, piccoli tiranni dellItalia centrale, vedendo che uno ad uno, i loro compagni erano assassinati, approfittando dellabbandono della Francia, si univano in una congiura detta della magione per eliminarlo.

 

 

*) Per un errore di date (che possono sempre capitare) la morte di Ludovico il Moro era avvenuta nel 1508, e non quando lo riferiva Machiavelli, che in altra parte, la indicava pi esattamente, dopo dieci anni di prigionia.

**) In effetti ci che di Lucrezia risulta certo,era che il padre la faceva assistere a questi spettacoli e ai pranzi orgiastici, per il resto dei rapporti con il padre e i fratelli, erano solo supposizioni dei vari scrittori.

***) Cesare Borgia di Francia, per grazia di Dio duca di Romagna, Valenza e Urbino, principe di Andria, signore di Piombino, gonfaloniere e capitano della Chiesa.

 

CESARE DIVENUTO

DUCA DI ROMAGNA

FA STRAGE DEI

CONGIURATI

DELLA MAGIONE*

 

 

(*) Riassumiamo il piccolo

capolavoro letterario di Machiavelli,

dedicato alla eliminazione di Vitellozzo Vitelli e congiurati,

nella descrizione, nel suo linguaggio rinascimentale

delle sottigliezze e astuzia usata dal duca Valentino.

Per qualche termine pi ostico,

stato indicato tra parentesi, il significato

moderno, e il brano stato reso

pi scorrevole togliendo solo lindispensabile.

 

 

E

ra tornato il duca Valentino di Lombardia, dove era andato a scusarsi con il re Luigi di Francia di molte calunnie riferitegli da fiorentini, per la ribellione di Arezzo, e delle altre terre di Val di Chiana, e venutosene ad Imola, Cesare si stava preparando alla impresa contro Giovanni Bentivogli, tiranno di Bologna, per conquistare la citt e metterla come capitale del suo ducato di Romagna.

Venuti a conoscenza di ci, i Vitelli e gli Orsini e loro seguaci, ritennero che il duca divenisse troppo potente e fosse da temere che, occupata Bologna, cercasse di eliminarli, per rimanere solo a dominare in Italia.

E si riunirono alla magine (di Baglioni) nel perugino, in una dieta, dove convennero Pagolo (Orsini *), il duca di Gravina, Orsini (**), Vitellozzo Vitelli (***), Oliverotto da Fermo (****), Giampagolo Baglioni (*****), tiranno di Perugia e messer Antonio da Venafro, mandato da Pandolfo Petrucci capo di Siena; dove si disput della grandezza raggiunta dal duca e delle sue intenzioni e dei suoi appetiti che rappresentavano un pericolo e la loro rovina.

E deliberarono di non abbandonare i Bentivogli e cercare di guadagnare la fiducia dei fiorentini; e mandarono alluno e agli altri i loro uomini, promettendo aiuti e chiedendo di unirsi con loro, contro il comune nemico.

Questa dieta fu subito conosciuta in tutta Italia, e coloro che erano sotto il duca stavano mal contenti, tra i quali, erano gli Urbinati, (che) presero speranza di potere innovare le cose.

Si concordava quindi di occupare la rocca di San Leo, tenuta dal duca, e approfittando di lavori che stava eseguendo il castellano, la occuparono facendo in modo che il ponte fosse bloccato e non potesse essere alzato dal di dentro, dopodich occuparono la rocca: e presa tale occasione, saltarono in sul ponte, e quindi nella rocca.

I congiurati, che pensavano di essere aiutati con la loro dieta della Magione, mandarono a sollecitare Firenze, ma i fiorentini, per l'odio ch'avevano con i Vitelli e Orsini per diverse ragioni, con comune intento, mandarono il loro segretario, Niccol Machiavelli, dal duca, per chiedere aiuto contro questi nuovi nemici; egli in quel momento aveva problemi; si trovava a Imola, con problemi con i suoi soldati, e sulle offerte dei fiorentini pens di temporeggiare.

I nemici si trovavano a Fossonbrone, dove avevano avuto uno scontro con forze del duca, che erano state sopraffatte da Vitelli e Orsini; il duca, essendo grandissimo simulatore, ne approfitt per cercare di raggiungere un accordo.

Fece loro sapere che avevano mosso le armi contro colui, che voleva che ci che aveva acquistato, fosse loro; a lui bastava avere il titolo di principe; essi si mostrarono daccordo e mandarono il signor Pagolo, per trattare e fermare le armi.

Ma il duca mentre seguiva le trattative, si rinforzava di cavalli e fanti; e perch i suoi preparativi non fossero notati, mandava genti separate per tutti i luoghi di Romagna. Erano giunte cinquecento lance francesi, e bench era gi in grado di affrontare una guerra aperta e vendicarsi dei suoi nemici, pens che fosse pi sicuro e pi utile ingannarli, e non fermare le pratiche dello accordo.

Dopo un intenso lavoro raggiunse una pace, in cui confermava le precedenti posizioni di ciascuno, versando loro quattromila ducati, con promessa di non offendere i Bentivogli, facendo con Giovanni, parentado; dando loro la possibilit, senza costrizioni, di venire personalmente alla sua presenza, quando a loro paresse.

Essi, dal loro canto promisero di restituirgli il ducato di Urbino, e tutte le altre occupazioni compiute e servirlo in ogni sua petizione, n senza sua licenza, far guerra ad alcuno, o condursi con alcuno.

Fatto questo accordo, Guido Ubaldo, duca di Urbino, di nuovo si fuggi a Venezia, avendo prima fatto ruinare (abbattere) tutte le fortezze di quello stato, perch confidandosi ne' popoli, non voleva che quelle fortezze, chegli non credeva poter difendere, il nimico occupasse, e mediante quelle, tenesse in freno gli amici suoi.

Ma il duca Valentino avendo fatta questa convenzione, e avendo (s)partite tutte le sue genti per tutta la Romagna con gli uomini di armi francesi, alla uscita (agli inizi di) di novembre, si part da Imola, e se ne and a Cesena, dove stette molti giorni a praticare coi mandati de' Vitelli e degli Orsini, che si trovavano con le loro genti, nel ducato di Urbino, quale impresa si dovesse fare di nuovo; e non concludendo cosa alcuna, Oliverotto da Fermo fu mandato ad offrirgli, che se voleva far l'impresa di Toscana, che erano per farla; quando che no, andrebbero all' espugnazione di Sinigaglia. Al quale rispose il duca, che in Toscana non voleva muover guerra per essergli i fiorentini amici, ma che era ben contento che andassero a Sinigaglia. Donde nacque che la rocca non si era voluta (ar)rendere, perch il castellano la voleva dare alla persona del duca e non ad altri, e per lo confortavano a venire innanzi.

Al duca parve loccasione buona, da non dare ombra, (es)sendo chiamato da loro e non andando da s. E per pi assicurarsi (per evitare ogni sospetto), licenzi tutte le genti francesi, che se ne tornarono in Lombardia, eccetto cento lance di monsignor di Canclales, suo cognato: e partito intorno a mezzo dicembre, da Cesena, se ne and a Fano, dove con tutte quelle astuzie e sagacit, persuase i Vitelli e gli Orsini che lo aspettassero in Sinigaglia, mostrando loro che era uomo che si voleva poter valere (di cui potersi affidare per le) delle armi e del consiglio degli amici.

E bench Vitellozzo, stesse (fosse) assai renitente, e che la morte del fratello gli avesse insegnato, come non si debbe (deve) offendere un principe, e dipoi fidarsi di lui (su questa superficialit reagisce pi duramente Giovio, v. nota); donde il duca, il d davanti (che fu a' d trenta decembre mille cinquecento due), che doveva partire da Fano , comunic il disegno suo, a otto de' suoi pi fidati, intra i quali fu don Michele e monsignor dEnuna, che poi fu cardinale, e commise loro, che, quando ogni duoi (due) di loro mettessero in mezzo uno di quelli, e li intrattenessero (scortassero fino a) infino in Sinigaglia, n li lasciassero partire fino che fossero pervenuti allo alloggiamento del duca, e presi.

La citt di Sinigaglia dalle radici de' monti si discosta poco pi che il trarre d'un arco, e dalla marina distante meno d'un miglio. Accanto a questa corre un piccolo fiume, che le bagna quella parte delle mura, che in verso Fano riguardando la strada.

Avanti alla porta, un borgo di case con una piazza, davanti alla quale l'argine del fiume fa spalle, da uno de' lati. Avendo pertanto i Vitelli e gli Orsini dato ordine di aspettare il duca e personalmente onorarlo, per dare luogo alle genti sue, avevano ritirate le loro in certe castella, discosto (distanti) da Sinigaglia sei miglia, e sol avevano lasciato in Sinigaglia, Oliverotto con la sua banda, che era di mille fanti e centocinquanta cavalli, i quali erano alloggiati in quel borgo, che di sopra si dice (Sinigaglia).

Ordinate cos le cose, il duca Valentino ne venne verso Sinigaglia; Vitellozzo, Pagolo (Orsini), e il duca di Gravina in su muletti n'andarono incontro al duca, accompagnati da pochi cavalli, e Vitellozzo disarmato con una cappa foderata di verde, tutto afflitto, come se fosse conscio della sua futura morte, dava di s, conosciuta la virt dell' uomo e la passata sua fortuna, qualche ammirazione.

E si dice, che quando si part dalle sue genti per venire a Sinigaglia, per andare incontro al duca, fece lultima sua dipartenza.

Ai suoi capi raccomand la sua casa e le fortune di quella, e ammon i nipoti che non della fortuna di casa loro, ma della virt de' loro padri si ricordassero. Arrivati dunque questi tre davanti al duca e salutatelo umanamente, furono, ricevuti con buon volto, e subito furono circondati (messi in mezzo).

Il duca veduto che Oliverotto vi mancava, ed era rimasto con le sue genti (i suoi armati) a Sinigaglia, e attendeva innanzi alla piazza del suo alloggiamento sopra il fiume, tenendole in ordine e pronte a combattere, accenn con l'occhio a don Michele, al quale era stata affidata la sorveglianza di Oliverotto, in modo che non scampasse (scappasse).

Donde don Michele cavalc versi di lui, e giunto da Oliverotto, gli disse, non era tempo da tenere le genti insieme fuori dagli alloggiamenti, perch sarebbero rimaste separate da quelle del duca, e poteva mandarle nei loro alloggi e venisse seco ad incontrare il duca. Ed avendo Oliverotto eseguito tale ordine, sopraggiunse il duca, e, veduto quello, lo chiam; al quale Oliverotto avendo fatto riverenza (dopo essersi inchinato), si accompagn con gli altri. Ed entrati in Sinigaglia, e scavalcati (recatisi) tutti all'alloggiamento del duca ed entrati in una stanza segreta, furono dal duca fatti prigioni (prigionieri).

Il duca mont subito a cavallo e comand che fussero (fossero) liberate dal servizio le genti (gli armati) di Oliverotto e degli Orsini. Quelli di Oliverotto furono tutte messe a sacco, per essere propinque (pi vicino); quelle degli Orsini e Vitelli (es) sendo discosto (distanti) e resentito (avvertita) la rovina de' loro padroni, ebbero tempo a mettersi insieme; e ricordatisi della virt (amicizia) e disciplina (e stretti i rapporti tra) di casa Orsina e Vitellesca, stretti insieme, contro alla voglia (il risentimento) del paese e degli uomini nimici (nemici), si salvarono.

Venuta la notte, e fermi (fermati) i tumulti, al duca parve (decise di) ammazzare Vitellozzo e Oliverotto; e condottili in un luogo, insieme, li fece strangolare.

Dove non fu usato da alcuno di loro (nessuno aveva pronunciato su di loro) parole degne della loro passata vita; perch, Vitellozzo preg, di supplicare il papa che gli concedesse indulgenza plenaria per i suoi peccati; Oliverotto, per tutta la colpa delle ingiurie fatte al duca, piangendo, (la) rivolgeva addosso a Vitellozzo; ed il duca di Gravina, Orsini furono lasciati vivi insino (fino a quando) che il duca intese che a Roma il papa aveva preso il cardinale Orsino, l'arcivescovo di Firenze, messer Jacopo da Santa Croce. Dopo la quale nuova, ai d diciotto di gennaio millecinquecentodue, (il nuovo anno era gennaio del millecinquecentotre), in Castel della Pieve furono ancora loro nel medesimo modo strangolati.

 

 

IL DURO COMMENTO DI PAOLO GIOVIO

 

Paolo Bovio, nel commentare la fine dei congiurati della magione, accusava Vitellozzo di ingenuit e scriveva che Vitellozzo era stato tolto di mezzo dallimmane e spietata violenza di Cesare Borgia; e gli rinfacciava che il suo errore era stato di aver ritenuto che un uomo cos sanguinario e, nella sua astuzia, cos perfido, lo avrebbe accolto a Senigallia con favore, nonostante poco prima si fosse staccato da lui. Fingendo un colloquio su questioni di guerra, Cesare lo fece condurre nella propria residenza insieme al suocero Paolo Orsini, a Francesco Orsini, al principe di Gravina e a Oliverotto da Fermo, tutti destinati alla stessa fine, quella di morire strangolati.

Sicuramente, ribadiva Giovio risentito, ha scontato, come meritava, lestrema leggerezza di aver pensato che un tiranno criminale e sanguinario, gli avrebbe accordato la propria fiducia in modo sincero; e, infine, Giovio, parlando del passo falso di Vitellzzo, ricordava la morte violenta dei suoi fratelli: Giovanni, Camillo, Paolo e dello stesso Vitellozzo, che avrebbero dovuto tenergli viva lattenzione!

 

I PROFILI DI PAOLO GIOVIO

*) Il signor Pagolo (Paolo Orsini, del ramo di Bracciano, figlio naturale del cardinale Latino), aveva ereditato dal padre la signoria di Lomentana e aveva avuto (1486) il marchesato di Atripalda. Condottiero, aveva partecipato alla guerra dei Baroni, e dopo aver combattuto contro Carlo VIII, era passato ai francesi; capitolato ad Atella dove fu tenuto prigioniero , dopo essere stato liberato, passava al servizio di Cesare Borgia in Romagna. Partecip alla congiura della magione, trattando, a nome della famiglia, la riconciliazione con il Borgia. Fu fatto prigioniero nellagguato di Senigallia e strangolato a Citt della Pieve con Francesco Orsini, duca di Gravina (1502).

**) Il duca di Gravina, Orsini (*) Era agli stipendi del duca Valentino e partecip alla congiura di Magione contro di lui (1502) riconciliatosi, fu fatto prigioniero e venne strozzato a Citt della Pieve (1503).

**** Oliverotto da Fermo. poco tempo prima di essere strangolato aveva ucciso suo zio e altri parenti.

****) Vitellozzo Vitelli, appartenente alla famiglia di signori di Citt di Castello, capitano di ventura al servizio del re di Francia, aveva riportato una vittoria a Soriano (1497) contro le truppe pontificie.

Dopo la morte del fratello Paolo (1499) che al soldo dei fiorentini aveva combattuto per la conquista di Pisa, ed era stato dagli stessi fiorentini decapitato per sospetto di tradimento, si alleava col Valentino contro Firenze, ma avendo congiurato con altri signori di Romagna contro il Borgia fu fatto strangolare nellagguato di Senigallia.

*****) Giovio parla lungamente, dei Baglioni, primi cittadini dautorit di Perugia, da pi di cento anni, e Giampagolo, pronipote di Malatesta, era un militare che aveva compiuto anche importanti imprese e governava come tiranno la citt di Perugia.

 

 

 

MACHIAVELLI

DOPO AVER ESALTATO

IL VALENTINO

LO DESCRIVEVA

NEI SUOI

ASPETTI NEGATIVI E

NELLA LA SUA FINE

 

 

 

Q

uando Cesare, era stato fatto cardinale dal padre (scriveva Machiavelli), il fratello Giovanni (detto anche Francesco), come primogenito, era stato nominato duca di Gandia; ma a Cesare, parendogli la dignit del cappello cardinalizio inferiore allanimo suo grande e alla sua speranza, una notte, durante la quale egli aveva allegramente cenato, lo fece scannare, talch fu gettato in Tevere alla guglia di Campo Marzio, dove fu trovato dai pescatori, dopo averlo cercato per due giorni.

Non molto dopo Cesare rinunziando al cappello cardinalizio, indossava labito da soldato, e creato principe e capitano; il padre, rimasto fortemente afflitto da tanta crudelt e scelleratezza, poich il duca di Gandia non si poteva resuscitare, amorevolissimamente gli perdon ogni cosa.

Cesare, con laiuto del re Luigi XII, aveva sposato Carlotta dAlbret sorella del re Giovanni di Navarra.

Tornando in Italia, con animo disordinato e crudele, aspirava alla signoria duna gran parte d Italia, con s terribile ingordigia che nelle sue insegne aveva posto il titolo: aut Caesar aut nihil o Cesare o niente, quasi volesse far sembrare di non desiderare nel suo animo alcuna cosa mediocre, ma solo cose grandi e smoderate.

Come prima cosa deliberava di togliere di mezzo i grandi di Roma, Colonna e Orsini, dopo averli tenuti per diverso tempo sul piede di guerra, perch luna e laltra parte cadessero in rovina. Ma dopo quella guerra civile, conosciuti glinganni del Borgia, fatta la pace tra loro, i Colonna non trovarono cosa migliore per loro della fuga e dellesilio, lasciando al Borgia le loro terre.

Gli Orsini che erano stati allettati dalle sue offerte e gli avevano prestato fede, furono quasi tutti crudelmente assassinati: il cardinale Battista lo prevenne riparando in Castel SantAngelo, essendo stati ammazzati il signor Vitellozzo da Citt di Castello, e il signor Oliverotto da Fermo, a Sinigaglia; e nel contado di Perugia, il giovane figliuolo del cardinal Latino, Paolo (Pagolo) Orsini e il signor Francesco Orsini, duca di Gravina; quel medesimo giorno il cardinale Battista Orsini fu fatto avvelenare dal papa Alessandro con la cantarella.

Furono uccisi i signori di casa Gaetani, i quali possedevano la terra di Sermoneta in Campagna di Roma, seguiti da Piperno, Jacopo, Nicol e Bernardino, morti in diversi modi, lasciando le rocche e gli stati al Borgia.

I signori di Camerino ancora, dantica nobilt, Giulio Cesare, Venanzio, Annibale e Pirro furono spogliati del principato e strangolati. Astorre Manfredi signore di Faenza, che si era arreso con salvezza della vita (come abbiamo visto), era stato stuprato e crudelmente ammazzato, gettato nel Tevere.

Madonna Caterina Sforza, signora di Forl e dImola, da lui combattuta, era stata presa e portata a Roma come in trionfo.

Pandolfo Malatesta, Giovanni Sforza e Guidobaldo da Montefeltro, piuttosto che essere ammazzati, preferirono darsi alla fuga, lasciandogli le citt di Rimini, Pesaro e Urbino; Jacopo Appiano gli lasci la terra di Piombino, in Toscana.

Mentre continuava ad appropriarsi di territori altrui, la sua sete di sangue non si era per nulla acquietata e si avvicin fino alla casa reale dAragona facendo ammazzare il giovane principe di Bisceglie, figlio di re Alfonso e marito della sorella Lucrezia, ferito sulla loggia di San Pietro; e poich si sperava di poterlo guarire, lo fece ammazzare in camera e nello stesso letto della sorella.

Dopo questo assassinio, ammazz crudelmente Giovanni Cerbellione mentre una notte tornava da una cena, per il solo fatto di aver mostrato interesse per una delle donne di casa Borgia. Fece poi tagliare la testa a Jacopo Santacroce, nobile romano e suo maggiore e pi familiare amico, a causa del fatto che Santacroce era in grado di radunare in poco tempo, per gli Orsini, una numerosa squadra di uomini pronti per tentare qualsiasi impresa.

Non molto tempo dopo, la Fortuna favor questo ribaldo (cos Machiavelli concludeva il suo sfogo), il quale spiantava il sangue della nobilt italiana e aspirava al regno dItalia, perci, invitato dal papa suo padre, a cena in Belvedere, bevve il veleno che era stato apparecchiato per alcuni ricchissimi cardinali, che cenavano con loro, avendo, il bottigliere, scambiato inavvedutamente le bottiglie; non pot Alessandro reggere alla furia del veleno, (mentre) Cesare sopravvisse alla morte del padre e alla sua miseria.

Dopo essersi salvato miracolosamente dallavvelenamento, Cesare si era recato a Nepi, e tornato a Roma, per seguire il conclave, dove, diversamente dalle sue aspettative era gi stato eletto il nuovo papa Giulio II, che lo fece arrestare; poi lo liber,con la promessa che gli avrebbe restituito le roccaforti romagnole.

Non gli era venuto in mente (scriveva Machiavelli, riprendendo largomento), di mettersi alla testa del suo piccolo esercito per riconquistare e difendere il suo piccolo Stato con le armi. Sperava sempre e solo negli intrighi e che la prossima elezione (del papa), fosse a lui favorevole. Intanto, il nuovo papa Pio III, gli mostrava comprensione. Essendosi legato nuovamente alla Francia, gli Orsini, sdegnatissimi, si univano con i Colonna, con Consalvo e la Spagna e cercavano Cesare, odiato a morte, che a fatica era stato salvato dai alcuni cardinali, attraverso il corridoio che collegava il Vaticano a Castel Santangelo, dove rimase come prigioniero.

Fu l che venne a sapere che Pio III, dopo dieci giorni dallincoronazione, era morto; avendo tutto preparato con gli intrighi sulla nuova elezione; con i cardinali spagnoli, credeva di essersi assicurata una valida protezione, ma il 31 ottobre, era proclamato papa Giuliano della Rovere, col nome di Giulio II,

Suo acerrimo nemico; di bassa estrazione, aveva sessantanni, e apparteneva alla forte stirpe di Sisto IV, di cui era nipote e cardinale dal 1471; oltre ad avere una tempra di ferro, era ricchissimo e sebbene privo di scrupoli, mirava alla potenza e grandezza della Chiesa, senza trasmodare dal nepotismo. Era simulatore e dissimulatore e non aveva avuto scrupolo di trattare col Valentino per la propria elezione, promettendogli di farlo Gonfaloniere della Chiesa e lasciargli governare la Romagna e far sposare sua figlia, con Francesco della Rovere, prefetto di Roma.

Questi accordi erano stati tenuti sospesi, per un certo tempo. Lo stato delle cose and via-via complicandosi; con questo papa cominciava unepoca nuova, non solo per lItalia, ma per lEuropa. Firenze decise di mandare a Roma, Machiavelli con una delegazione, che partiva il 23 Ottobre, per incontrare il cardinale Soderini e trattare i principali affari della repubblica fiorentina. Machiavelli si era recato dal Valentino, che si mostrava dispiaciuto di Firenze, e che, con cento uomini avrebbe potuto assicurarsi quegli Stati, e non laveva fatto. Machiavelli, come aveva scritto, pur avendo argomentazioni valide, aveva deciso di addolcirle, e pi destramente mi spiccai da lui che mi parve millanni (e pi accortamente mi allontanai da lui che mi parevano mille anni!).

Le cose erano completamente cambiate, egli proseguiva; il duca non aveva pi la forza al suo comando; si trattava solo di ragionare e discutere e Machiavelli sentiva la propria superiorit sul suo interlocutore. A Roma si trattavano grandi affari con la Francia, la Spagna, le faccende della Romagna, le fazioni del Reame e lo Stato della Chiesa; ma il papa, non avendo ancora forze e denari non poteva decidersi a favorire alcuno.

Il nome del Valentino era cos odiato a Firenze, che portata in Consiglio degli Ottanta, la richiesta del suo salvacondotto, su cento dieci votanti, ve ne furono novanta contrari. E data questa notizia al papa, si mostr contento e disse a Machiavelli che andava bene cos e di essere contento: e Machiavelli commentava: si vede bene che vuol toglierselo di torno senza mancare alla fede.

Ben diversa fu la reazione del duca, che appena vide il Machiavelli and in furore, dicendo che aveva gi inviato le sue genti, che era per imbarcarsi e non voleva pi aspettare. Loratore cerc di calmarlo, promettendogli di scrivere a Firenze, dove anche il duca poteva spedire un suo uomo e qualcosa di buono si sarebbe compiuta; ma ai Dieci, scriveva di aver parlato cos per calmarlo e perch egli minacciava di rivolgersi ai pisani e veneziani, al diavolo, pur di far loro del male.

Il Valentino partiva per la Toscana con settecento armati, Machiavelli avvertiva Firenze di regolarsi come credevano. Ma le cose si complicavano in quanto i veneziani avevano preso Faenza e poi acquistato Rimini, con accordo col Malatesta. Il Valentino, invece di difendere con la spada i male acquistati domini, divenuto umile e incerto, fidava solo sui volgari intrighi. Non era pi quelluomo, che Machiavelli aveva ammirato e lodato e, per la sua disponibilit verso il duca, a Firenze, Machiavelli era criticato e finanche dileggiato.

Il papa alla fine non potendo star pi dietro alle mosse del Valentino, aveva mandato i cardinali di Volterra e di Sorrento, perch lasciasse Cesena e Forl, che ancora erano a lui favorevoli, avvertendolo che altrimenti sarebbe stato arrestato e le sue forze sarebbero state sgomberate. Non essendo stato nulla concluso, sped lordine al comandante delle navi a Ostia che si impadronisse di lui e scrisse a Siena e Perugia di sgomberare i suoi armati e, potendo, gli mandassero don Michele (Micheletto) che le comandava.

La condotta del Valentino, apparve a tutti, quale veramente fosse; bassa, inconseguente, spregevole. Invece di difendere con la spada i domini che aveva conquistato, divenuto utile e incerto, fidava solo nei volgari intrighi. Non questi pi luomo che il Machiavelli aveva ammirato e lodato. E per quanto il suo presente linguaggio paia cinico a coloro che lo vogliono in ogni modo, o troppo lodare o troppo assai diverso, era il giudizio dei suoi contemporanei.

Mentre don Michele era stato arrestato a Castiglion Fiorentino e mandato a Firenze; il Valentino era seguito dalle guardie del papa che voleva fosse arrestato e si trovava nelle stanze del cardinale di Sorrento, dove alloggiava. Egli per riusciva a fuggire dirigendosi verso Napoli dove fu preso prigioniero da Consalvo che lo mand in Spagna.

Machiavelli a questo punto diceva di voler ricordare un ultimo fatto, che gettava una luce sinistra sul suo carattere. Valentino aveva costretto Guidobaldo dUrbino del quale si era impossessato del ducato e lo aveva costretto a separarsi dalla moglie e a farsi prete; Guidobaldo si era recato dal papa e Valentino aveva chiesto, come grazia speciale, di vederlo; Guidobaldo, sdegnato e disgustato aveva rifiutato, ma alla fine, cedeva alle intercessioni del papa.

Dobbiamo dire che, la scena che si presenta, di un uomo che era stato cos potente, rappresentato in questa situazione, nonostante tutte le sue malefatte, appare tuttora, veramente straziante (ndr.): Valentino, entr con la berretta in mano, con le ginocchia per terra (dirigendosi) fino al duca dUrbino, che sedeva nellanticamera dei pontefici, su una specie di letto. Questi al vederlo in tale posizione, mosso da un sentimento di dignit e quasi di rispetto per s stesso, si lev, e lo fece con le proprie mani, alzare e sedere accanto a s. Il Valentino chiese umilmente perdono del passato, incolpando la giovent sua, i mali consigli dei suoi, le tristi pratiche, la pessima natura del pontefice, e qualcun altro che lo aveva spinto a tale impresa, dilungandosi sulla natura del pontefice e maledicendo la sua anima. Guidobaldo rispose con parole cortesi, tali che laltro rimase pauroso assai e ben chiarito. Il testo prosegue ( il Villari che racconta): possiamo dunque meravigliarci che il Machiavelli sentisse ora, per Valentino, un freddo disprezzo.

Come abbiamo visto, Valentino si era dato alla fuga, e si era recato a Napoli dove Consalvo lo aveva accolto (nellappartamento Nugnio Campejo), con tutti gli onori, per assegnargli la flotta, con cui doveva andare a conquistare, per il re Cattolico, le terre di Pisa; ma, con un eccesso di dissimulazione, dopo averlo riempito di carezze e averlo abbracciato teneramente, lo fece arrestare, per ordine del re.

Per mandarlo in Spagna, Consalvo lo affidava allarmata Liscano, di vascelli da guerra al comando di Prospero Colonna, per timore che fosse preso dai francesi, sebbene fosse stata firmata una nuova tregua; arrivato in Spagna, Valentino fu condotto a Concilia e avviato al castello di Medina del Campo. Dopo una prigionia di due anni (G. Leti), fu aiutato dal conte di Benevento, che gli aveva fornito una corda e dei cavalli, e si recava dal cognato re Giovanni di Navarra; avrebbe voluto recarsi in Francia, ma quel principe si era alleato con Ferdinando dAragona, e ambedue avevano intenzione di spogliare il re di Navarra.

Il re di Francia gli confiscava il ducato di Valentinois, di Valence e tutte le altre pensioni, ed egli fu costretto a rimanere in Navarra, che stava facendo guerra al principe Alarin, assediando Viana; qui egli ebbe la sfortuna di essere colpito da una lancia: il suo corpo, non riconosciuto, fu dagli stessi navarrini, spogliato e lasciato nudo; ritrovato da un suo scudiero, fu portato a Pamplona, dove da giovane era stato arcivescovo, ed ivi sepolto (T. Tommasi); un poeta spagnolo gli aveva dedicato dei versi.

Sulla sepoltura non mancarono urla, strepiti e voci spaventose, a causa della sua vita diabolica (Gregorio Leti, Cesare Borgia, Milano 1853).

 

 

 

 

LUCREZIA

 

LE VICISSITUDINI

MATRIMONIALI

DI LUCREZIA

CAUSATE DAL PADRE

PER ELEVARLA DI

RANGO

 

I

figli dei cardinali, precedentemente al papa Borgia, erano considerati nipoti; con Alessandro VI, dopo alcune incertezze, furono riconosciuti come meritavano: figli; e proprio a causa di quelle incertezze, era sorto il problema delle date delle loro nascite, che avevano messo in difficolt gli stessi cronisti e storici (v. nota: Il problema dei figli del papa).

Il problema aveva inizio con Burcardo (contemporaneo, che citava a memoria ndr.), per il quale la data di nascita di Lucrezia era quella del 1480, e a undici anni (1491), sarebbe stata promessa in matrimonio, a uno spagnolo di nome ignoto, a cui poi il padre la tolse, per darla in sposa a Giovanni Sforza nel 1491. Ma, monsignor Cerri, che aveva fatto ricerche su documenti ecclesiastici, indicava la nascita al 1472; per cui, al matrimonio con Sforza, Lucrezia avrebbe avuto ventuno anni e non undici.

Ma Burcardo non conosceva i precedenti, vale a dire, le promesse matrimoniali effettuate in Spagna, dove il cardinale Rodrigo aveva intenzione di stabilire la propria famiglia. Il primo marito da dare a Lucrezia (indicato da Gregorovius) sarebbe stato lo spagnolo don Cherubin Juan de Centelles, con contratto stipulato in Spagna il 20 febbraio 1491; il secondo promesso sposo, era stato don Gasparo di Aversa (che si trovava in Spagna, di cui non si hanno notizie storiche, il cui titolo era nominale, in quanto, Aversa, non era mai stata costituita in feudo ndr.); il fidanzamento era stato stipulato per procura; il matrimonio sarebbe stato celebrato a Valenza (in Spagna).

Per Cerri, il matrimonio con Sforza, sarebbe avvenuto nel 1492 a venti anni; rimaritandosi poi, con Alfonso, duca di Bisceglie, (assassinato nel 1499) a ventisei anni, con la dote che proveniva dal testamento del fratello Pedro-Luis (morto nel 1489).

A proposito di questo matrimonio da dire, che il padre di Alfonso, Ferdinando II, detto Ferrante o Ferrantino (1467-1496), confuso con Ferdinando II dAragona (1452-1516), che aveva unificato la Spagna e aveva per moglie Isabella di Castiglia (*).

Come aveva scritto Machiavelli, Ferdinando di Spagna, disperato da tante vessazioni, aveva dichiarato, di voler piuttosto perdere il regno, che dare la figlia legittima a un prete, bastardo di prete (frase riportata da Sanudo, in altro modo), ma il re, per salvarsi dalle minacce del papa, aveva poi dato il suo consenso al matrimonio.

Quando si trattava il matrimonio con Alfonso dEste, Lucrezia avrebbe avuto ventinove anni e ne aveva compiuti trenta, quando entrava in Ferrara; alla sua morte sarebbe avvenuta nel 1519, quando aveva cinquantuno e non trentanove (Cerri in proposito trovava conferma in Muratori).

Machiavelli aveva scritto che nel 1491, Lucrezia, a soli undici anni, era stata promessa con regolare contratto a uno spagnolo e poi, sciolto il contratto, promessa contemporaneamente a due altri spagnoli; poi il contratto era stato concluso con don Gasparo, conte dAversa, ma salito il papa, sulla cattedra di san Pietro, la figlia, non poteva pi contentarsi di un tal matrimonio, e il contratto era stato sciolto con danaro il 2 febbraio 1493.

Lucrezia Borgia - virgo incorrupta - sposava Giovanni Sforza, figlio naturale di Costanzo, Signore di Pesaro e fratello di Francesco, duca di Milano (Machiavelli); le nozze furono celebrate il 12 giugno 1493 in Vaticano, con grandi e ricchi donativi alla sposa, che portava in dote, trentun mila ducati. La festa era stata splendida: vi avevano partecipato centocinquanta signore; con una cena data agli sposi dal papa, a cui avevano preso parte, Ascanio Sforza e parecchi cardinali; tra le signore, primeggiavano madonna Iulia Farnese e madonna Adriana Orsina, suocera della detta madonna Iulia (questa precisazione era dovuta alla circostanza che gli Orsini non accettavano il rapporto di Giulia col papa, come era stato scritto ndr.).

Si attese lintera notte a danzare, a recitar commedie con canti, suoni e furono presentati ricchi donativi. Il papa assist a tutta la festa totam nocte, e il cronista terminava dicendo che, sarebbe troppo lungo descrivere ogni cosa.

Infessura, aveva fatto riferimento alla festa, ma limitandosi a scrivere di non voler dire tutto quello che si raccontava, che se fosse stato vero, fosse da considerare incredibile.

Alla festa aveva partecipato il duca di Gandia, di cui, il fratello Cesare si mostrava insofferente per essere destinato alla vita ecclesiastica; ma egli conduceva ugualmente vita civile, andando a caccia vestito da laico, aveva passioni violente e irrefrenabili, e sullanimo del padre esercitava un ascendente quasi magnetico.

Quanto a Gioffr che (secondo Cerri), era stato inserito dal papa Sisto IV nellordine dei Diaconi, e poi in quello dei Vescovi, sebbene non in sacris (nel senso che non officiava la messa), su di lui si facevano sempre nuovi disegni di matrimonio, sfociati, quando il padre diventer papa, come vedremo, nel suo matrimonio con Sancia figlia naturale del re Alfonso dAragona.

Dopo tre anni (1497) il matrimonio con Giovanni Sforza era annullato dal papa, che aveva alzato le mire per la sua unica figlia (**); e Giovanni era stato accusato di impotenza; Lucrezia, era stata fatta visitare dal medico de Eubaldis. In proposito, il cronista Matarazzo (da prendere con parsimonia! ndr.) raccontava che il medico Matteo de Eubaldis, dopo averla visitata, aveva dichiarato che fosse vergine e il cronista aveva detto che la sua verginit non era stata corrotta ma aveva aggiunto - avvenga addio (era certo) che fosse allora la maggior p... che fusse in Roma; per questo esito favorevole, Alessandro lo faceva vescovo di Nocera.

La citt di Roma era piena di assassini e di delitti, di preti, di spagnoli e di donne perdute; ogni giorno arrivavano musulmani ed ebrei, cacciati dalla Spagna, i quali, trovavano facile accoglienza, perch il papa, imponendo loro gravi tasse, si faceva pagare largamente la sua cristiana tolleranza.

Egli stesso andava a caccia o a passeggio, circondato da armati, in mezzo a Gem (v. Art. Le sventure di Djem sultan ecc) e al duca di Gandia, vestiti ambedue alla turca; alle volte fu visto con donne, vestito alla spagnola, con stivali, pugnale e un berretto di velluto assai elegante. Machiavelli, che come si visto aveva potuto conoscere personalmente Cesare, in proposito faceva unamara considerazione, scrivendo: Eppure vi sono ancora scrittori che vorrebbero attenuare le colpe dei Borgia e trovare almeno un qualche alto concetto politico. Ma i fatti e i documenti, parlano ogni giorno pi chiaro; n io capisco davvero come, dopo la pubblicazione dei dispacci di A. Giustinian, si possano ancora aver dubbi o sperare in attenuanti.

 

 

 

*) In, LEuropa verso la fine del medioevo P. II, La Spagna dopo la dominazione araba.

**) Come abbiamo gi detto Lucrezia aveva sposato (1498) Alfonso dAragona, e Machiavelli riferiva che Lucrezia, prima del matrimonio, avvenuto il 20 giugno, nel marzo 1498, aveva partorito un figlio illegittimo, che egli indicava come Giovanni; secondo notizie riferite da ambasciatori, avvolto da grande mistero. Successivamente (1499) aveva avuto da Alfonso un figlio al quale (diceva Clement), era stato dato il nome di Rodrigo; affidato alla tutela di due cardinali; cardinale dAlessandria e Francesco Borgia, arcivescovo di Cosenza, con gli appannaggi dei ducati di Sermoneta, con ventotto castelli, di cui Lucrezia era sovrana, e Bisceglie con la citt di Quadrata, eredit dello sfortunato padre. Di questo Rodrigo, duca di Bisceglie, Clement riferiva che Alfonso dEste gli era ostile e nel 1506, si trovava a Bari, dalla duchessa Isabella dAragona (vedova di Gian Galeazzo la vittima di Ludovico il Moro), sorella del padre, il quale era tolto a queste sofferenze, morendo il 28 agosto 1512.

Di Giovanni (riferiva Machiavelli) non se ne parlava pi, ma qualche anno dopo, appariva un Giovanni Borgia, che per la sua et doveva esser nato nel 1498; legittimato dal papa, prima con un breve (1 settembre 1501), come figlio naturale di Cesare, e poi con un secondo breve, il papa lo riconosceva come proprio figlio, dichiarando che dovesse sussistere la precedente legittimazione (da apparire un pasticcio giuridico ndr.), perch, spiegava Machiavelli, il misterioso fanciullo potesse legalmente ereditare. Tutti i documenti che lo riguardavano, scriveva Machiavelli, sono nellarchivio privato di Lucrezia, che fu portato a Modena; e presso di lei era apparso a Ferrara. Di questo fanciullo (proseguiva G.), non si conosceva la madre, ma tutte le circostanze facevano credere che fosse figlio di Lucrezia; ma questa opinione, precisava, ha solo valore di ipotesi. Il papa gli aveva assegnato il ducato di Nepi e Camerino, con altre trenta localit; di questo infante romano si erano perse le sue tracce nel 1532, quando egli cercava di recuperare il ducato di Camerino, e Clemente VII, gli aveva intimato di non importunare Giulia Varano e la madre, per le sue pretese; ma da una lettera del 1547, precisava G., apprendiamo la sua morte (Gregorovius).

 

 

 

LEPICO VIAGGIO

DI LUCREZIA DA ROMA

E I FESTEGGIAMENTI

A FERRARA

 

 

 

I

l viaggio di Lucrezia (*), previsto per il giorno 6 gennaio, era stato organizzato in tutti i suoi particolari che comprendevano anche il conteggio dei centomila ducati doro della dote, della banca di Venezia, Bologna e altre citt (G.), come aveva preteso Ercole; effettuato il giorno precedente (5 di gennaio), alla presenza dei fratelli Ferdinando e Sigismondo; che con tutti i vari servizi e accessori ammontava nel totale a trecento mila ducati.

Lucrezia partiva il giorno 6, alle tre dopo mezzogiorno, seguita da un corteggio di mille persone, accompagnata da tutti i cardinali, ambasciatori e magistrati fino a Porta del Popolo; quel giorno nevicava; Lucrezia montava una mula bianca, con coperta e finimenti dargento battuto e frange doro; aveva accanto i principi di Ferrara e il cardinale di Cosenza, Ippolito dEste; il fratello Cesare laccompagnava per un tratto di strada; Gregorovius terminava il suo primo volume, scrivendo: Cos Lucrezia si separava da Roma e dal suo orribile passato.

Le stazioni del lungo viaggio erano state prescritte dal papa (*); per i luoghi che attraversava, i costi erano gravosi, per cui erano state fatte delle deviazioni; il papa aveva inviato ai vescovi, una lettera (il 28 dicembre 1501), con la quale, benedicendo e chiedendo amorevolmente (e sottintesa minaccia!): Amati figlioli e benedizione Apostolica ... vogliamo e ordiniamo, per quanto avete cara la nostra grazia e non volete incorrere nella nostra disgrazia, accoglieteli e trattateli, per un giorno o due notti, con ogni onoranza. Cos, per la vostra sollecitudine, troverete in noi il meritato plauso. Il papa ordinava che in ogni citt, Lucrezia dovesse essere accolta con arco trionfale, luminarie e cortei.

Lordine dei cavalieri nel corteo era quello consueto dei soldati; dietro di loro cavalcava il reverendo cardinale di Cosenza, che Sua Santit aveva appena nominato legato a latere, per accompagnare donna Lucrezia attraverso le terre sante della Chiesa Romana. A destra del cardinale di Cosenza, cera Ferdinando, mentre Sigismondo, era alla sinistra del Borgia. Poi veniva donna Lucrezia, fra il cardinale Estense, alla sua destra, e il duca Valentino alla sua sinistra; seguivano in ordine gli uomini di entrambi. Non era presente nessun vescovo, protonotario o abate. Numerosi scudieri del Papa e dei nobili romani erano stati incaricati di accompagnare donna Lucrezia a loro spese; ciascuno di loro si era fatto fare abiti nuovi di broccato doro e dargento e di varie sete. Le tappe si erano susseguite Terni, Spoleto; a Foligno vi fu la rappresentazione in piazza della Lucrezia romana, con recitazione in versi del dialogo tra Cupido e Paride; e altra manifestazione a soggetto turco, con carro allestito alla turca.

Lucrezia aveva manifestato il desiderio di fare il viaggio da Bologna a Ferrara in barca, ed era stato allestito il Bucintoro, sontuosamente ornato; tra suoni di trombe e sparo di cannoni, Lucrezia giunse a Borgo san Luca, al palazzo di Alberto dEste, fratello naturale di Ercole. La residenza degli Este, rigurgitava a migliaia di nuovi arrivati, giunti per invito o curiosit; i signori di Mantova e Urbino erano rappresentati dalle mogli; erano assenti i reali e dalla Francia, doveva arrivare Carlotta dAlbret, moglie di Cesare e fermarsi per un mese; ma non si lasci vedere.

Il 2 febbraio, due ore dopo mezzogiorno, giunse il duca per prelevare la sposa, seguito da Alfonso, per la cavalcata con settantacinque arcieri a cavallo, con divisa estense, seguiti da ottanta trombettieri e pifferi; letichetta prevedeva che Alfonso non entrasse a Ferrara con la sposa; ma mentre lo sposo era in prima fila; la sposa era al centro del seguito, su un bianco destriero coperto di scarlatto; aveva al collo un filo di grosse perle e rubini, un tempo della duchessa di Ferrara. Per onorare il re di Francia, Lucrezia aveva al fianco lambasciatore francese Filippo della Rocca Berti, ma solo lei era sotto il baldacchino; seguivano dame e paggi, e ottantasei muli con guardaroba e bagaglio della sposa; il lungo corteo giunse in piazza Duomo dove era la residenza del duca.

Qui Lucrezia fu ricevuta dalla marchesa Isabella Gonzaga, con dame di alto lignaggio e non mancavano le numerose figlie naturali di Casa dEste, quali, Lucrezia, figlia naturale di Ercole e moglie di Annibale Bentivoglio; altre tre figlie naturali di Sigismondo dEste: Lucrezia, contessa di Carrara, Diana contessa Uguzoni e Bianca Sanseverino. Era giunta la notte, illuminata da numerose fiaccole; la sposa era in trono nella sala di ricevimento, dove furono lette numerose poesie ed epigrammi latini; vi erano giovani poeti di cui G., ignorava i nomi, ma citava Nicol Mario Panicato, Ludovico Ariosto di 27 anni, gi noto alla Corte di Ferrara e ai circoli letterari.

Finite le cerimonie il duca condusse la nuora nel suo appartamento. Lucrezia era soddisfatta dellaccoglienza, ed anche la sua impressione era stata la pi favorevole; G. indicava il cronista Bernardino Zambotto che di lei aveva scritto La sposa di et di 24 anni (!) bellissima di viso, occhi vaghi e allegri, dritta di persona e di statura, accorta, prudentissima, sapientissima e allegra, piacevole e umanissima. Tanto piacque a questo popolo che tutti hanno preso consolazione grandissima, sperando aiuto e buon governo da sua signoria; e ne pigliano gran contento, sperando questa citt doverne conseguire molti benefici, massime per lautorit del papa, il quale ama sommamente sua figlia, come ha dimostrato con la dote data e le castella concesse a sua altezza.

G. ritornava sulla grazia di Lucrezia, riportata nella descrizione di Cagnolo di Parma Di mediocre statura, gracile daspetto, viso alquanto lungo, naso profilato e bello, aurei i capelli, gli occhi bianchi, con pupilla non interamente nera, di bocca alquanto grande; candidissimi i denti, la gola schietta e bianca, ornata con decente valore. In tutto lessere suo, continuamente allegra e ridente. G. si soffermava sul bianco degli occhi richiamato da Cagnolo, che era quella che dava allocchio maggior lucentezza, con pupilla non interamente nera, tendente piuttosto al grigio chiaro, anzich bruno; G. concludeva che non gi la forma eletta, n la bellezza classica, ma una grazia indescrivibile, cui si aggiungeva alcunch di misterioso e strano, era la forza, merc la quale quella donna singolare, affascinava tutti gli uomini. Venust e mansuetudine nellaspetto, concludeva G.; giovialit e amorevolezza nel parlare, sono qualit che in lei celebravano tutti i contemporanei.

Le feste iniziate il 3 febbraio, si protrassero per sei giorni, tra balli, teatro, fuochi dartificio, concerti musicali; le luminarie erano di ottimo livello e si facevano danze a cavallo al lume di fiaccole. Ferrara alepoca non aveva un teatro ed Ercole aveva risolto il problema ricorrendo al Palazzo del Podest, che era di fronte a uno dei lati del Duomo, chiamato Palazzo della Ragione, la cui sala era in comunicazione con il Palazzo stesso; tutta la sala aveva una capienza di tremila persone.

Le tre dame che splendevano, nel numero delle pi belle del tempo, erano Lucrezia, Isabella dEste e la duchessa di Urbino; Isabella, moglie del marchese di Mantova, di sei anni maggiore della cognata, scriveva giornalmente al marito lettere da cui traspariva la gelosia femminile, senza mai soffermarsi sulla persona di Lucrezia; e unaltra dama di compagnia, la marchesa di Cotrone, che scriveva al marchese di Mantova, che la sposa non aveva nulla di singolare ma aveva dolce ciera ... e che lillustrissima madonna di Urbino, mostra di essere degna sorella di vostra eccellenza e che lillustrissima signora Isabella, nel parere dei nostri e di quanti son venuti con questa duchessa di Ferrara, spetta di essere la pi bella. Concludendo: Eppure, a tal riguardo, noi porteremo il palio nella casa della mia padrona.

Le feste terminarono l8 febbraio; glinvitati prima della partenza offrirono i doni, in parte stoffe, in parte in argento; colpirono, per il modo estremamente lussuoso in cui si erano presentati, i due rappresentanti veneziani, Niccol Dolfin e Andrea Foscolo, con abiti di prezioso velluto. seta, broccato e oro, i quali, secondo la descrizione di Sanuto, prima di partire, avevano mostrato questi abiti ai veneziani; poi a Ferrara, dopo aver tenuto un discorso in latino e italiano, mutando gli abiti, offrirono in dono i lussuosi indossati, dando materia di riso e di scherno alla Corte e alla citt. Il ballo della sera era consistito in una rappresentazione teatrale di rozzi uomini che si contrastavano il possesso di una bella fanciulla, liberata da un dio amore, accompagnato da musici, terminato con danza pirica.

 

 

 

*) Su questo matrimonio Guicciardini, si era espresso in maniera negativa, ritenendolo indegno per la famiglia dEste, solita a fare matrimoni nobilissimi; e sul matrimonio (di cui non riportiamo altro), egli affermava, avesse fatto pressione il re di Francia. Ma di fronte alla offerta da parte del papa, di tanta ricchezza, come si poteva rimanere insensibili? Gregorovius lo aveva finalmente ricondotto nella sua giusta posizione, facendo riferimento alla personalit di Lucrezia, ai suoi modi eleganti e gentili e alla sua solida cultura linguistica e letteraria.

**) Castelnuovo, Civita Castellana, Narni, Terni, Spoleto, Foligno. Qui doveva trovarsi Guidobaldo o la moglie, per accompagnare Lucrezia a Urbino; da qui si doveva passare dai territori di Cesare il 20 a Pesaro, poi Rimini, Cesena, il 25 a Forl, Faenza e Imola e Bologna, per poi giungere, via fiume, a Ferrara.

 

 

IL TRANQUILLO

PERIODO

DI LUCREZIA A FERRARA

LA SUA MORTE CAUSATA

DA UNA MATERNITA

 

 

C

ome scriveva G., Lucrezia a Ferrara entrava in un mondo nuovo, in uno dei pi ragguardevoli Stati italiani e in una citt a lei straniera, che da mezzo secolo era divenuta cos importante, che lo spirito della cultura nazionale vi aveva trovato una nuova sede e una nuova forma; accolta da una delle pi cospicue case principesche dItalia, che tempo e storia avevano circondato di splendore romantico.

Alfonso, su suggerimento del padre aveva intrapreso un viaggio nei regni di Francia, Fiandre e Inghilterra per conoscere il corso dei differenti Paesi; era appena rientrato che assisteva alla sua morte (25 gennaio 1505), il giorno successivo a quello del suo arrivo. Egli assumeva il potere del ducato e Lucrezia diveniva la vera duchessa di Ferrara. Era lanima della vita intellettuale di Ferrara; le sue relazioni con la Casa di Urbino erano proseguite anche dopo la morte di Guidobaldo, al quale era succeduto Francesco Maria della Rovere, genero di Isabella Gonzaga,

Lucrezia, riceveva le visite di questi principi e di personaggi come Baldassar Castiglione, Ottaviano Fregoso, Aldo Manuzio e in particolare di Bembo che per lei bruciava damore. Laveva decantata nel suo dialogo in versi degli Asolani, poi stampata da Aldo (1505). La passione di Bembo per Lucrezia era incontestabile, ma sarebbe stata impresa infruttuosa, precisava G., cercare testimonianze di questa passione, che non aveva mai sorpassato i limiti permessi; di cui se ne trovava testimonianza nelle numerose lettere di Lucrezia, rese celebri da lord Byron (nel 1859). Lucrezia era ancora giovane e Bembo era un cavaliere compito, bello, amabile e spirituale, la cui perfezione eclissava la rudezza di Alfonso, di cui aveva suscitato la gelosia. Probabilmente per questo motivo, e il timore di essere assassinato (aveva ritenuto G.), gli avevano suggerito di recarsi a Urbino, da dove i rapporti epistolari, continuarono fino al 1513.

I rapporti di Lucrezia con Alfonso, senza avere un carattere passionale, (scriveva G.) apparivano soddisfacenti; il 4 aprile 1508 Lucrezia partoriva il primo figlio di Alfonso, al quale era dato il nome di Alessandro e nel quale egli aveva posto tutte le speranze dinastiche.

Un poema salutava lavvenimento, ma una triste fine aveva colpito il compositore del poema, Ercole Strozzi che era stato trovato morto assassinato; aveva appena sposato Barbara Torelli, vedova di Ercole Bentivoglio, nel mese di maggio di questanno. Tredici giorni dopo (6 giugno 1508), il corpo del poeta, era stato trovato, avvolto nel suo mantello, inanimato, allangolo del palazzo dEste (poi denominato Pareschi); erano state riscontrate ventidue ferite; era ancora nel fiore della sua et, aveva appena ventisette anni. Tutta la citt era stata presa da emozione in quanto Strozzi era la sua gloria e uno dei poeti pi spirituali del suo tempo, il favorito dei suoi emuli, lamico di Bembo e Ariosto, e godeva le buone grazie della duchessa.

Del crimine era stato accusato Alfonso, secondo G., sarebbe stato giustificato dalla circostanza che il duca sentendosi minacciato, aveva punito con rigore i congiurati che avevano minacciato la sua vita e voleva che le leggi fossero osservate con rigore; senza che il tribunale, in questo caso, fosse intervenuto. Era stata coinvolta anche Lucrezia, per gelosia, in quanto Strozzi era confidente di Bembo; insomma si erano ricamati pettegolezzi insensati, senza che si venisse a conoscere il vero motivo dellassassinio del povero poeta, che era in attesa di ricevere la porpora cardinalizia, con laiuto della duchessa. Anche Aldo Manuzio (v. in Art.), non aveva creduto alla colpevolezza di Lucrezia e pubblicava (1513) le poesie di ambedue gli Strozzi, con unintroduzione, in cui la innalzava fino alle nuvole.

Il papa Giulio II aveva formato la coalizione di Cambrai, nella quale era entrato a far parte Alfonso dEste e la tempesta della guerra (1509) si avvicinava a Ferrara. Il 25 agosto di questanno Lucrezia dava ad Alfonso il secondo figlio, al quale era dato il nome di Ippolito. La guerra coinvolgeva la penisola e da questo momento Lucrezia era coinvolta nella politica e Alfonso a causa delle sue assenze, laveva nominata reggente. Lucrezia, come primo atto, poich gli ebrei erano maltrattati, aveva dato ordine di procedere a punizioni severe contro i colpevoli.

I tempi stavano cambiando e Giulio II si era alleato con Venezia, che in base ai piani di suo zio Sisto IV, voleva togliere Ferrara, agli Este; dopo aver calmato Alfonso, chiedendogli le citt della Romagna, gli aveva chiesto di rinunciare ai suoi legami con il re di Francia; Alfonso si era rifiutato e Giulio II lo aveva scomunicato. Questo legame con il re di Francia lo aveva coinvolto nella battaglia di Ravenna (11 aprile 1512) dalla quale lartiglieria di Alfonso decise di uscirne, e lesito si era risolto in un disastro per i francesi e un trionfo per il papa.

Fu in questa occasione che il celebre cavaliere francese Bayard, accolto con grandi onori da Lucrezia, laveva definita una perla in questo mondo, lasciando di lei un celebre ricordo: Della trionfante principessa, perch bella, buona, dolce e cortese verso tutti e sopratutto perch suo marito stato un principe saggio e valente, e questa dama ha reso a sua grazia, grandi e buoni servizi (*).

Alfonso si era recato a Roma (luglio 1512) per farsi assolvere dalla scomunica, e, aveva dovuto darsi a una fuga precipitosa, per non fare la stessa fine di Cesare; era stato aiutato dai Colonna, che lo condussero sotto scorta a Marino e poi a Ferrara. Giulio II gli aveva staccato Modena e Reggio, e per gli Este era stata una grave perdita; ma per fortuna di Alfonso, Giulio II moriva (febbraio 1513) e gli succedeva Leone X (Giovanni de Medici 1513-1521) che pur avendo rapporti di amicizia con Urbino e Ferrara, era perfido e abbindolava tutto il mondo (G.). Alfonso decise di recarsi nuovamente a Roma per assistere alla sua incoronazione e tornava a Ferrara con le migliori speranze, per una riconciliazione con la santa sede.

Nel 1514 Lucrezia gli aveva dato un terzo figlio chiamato Alessandro, morto a due anni e al successivo parto ebbe una figlia, Leonora, il 14 luglio 1515 e il 1 novembre 1516, un altro figlio, al quale fu dato il nome di Francesco. Alfonso si vedeva padre di tanti figli che erano suoi eredi legittimi e si sentiva soddisfatto nel constatare lammirazione di cui era oggetto la sua sposa.

Lucrezia negli Stati del marito si era guadagnata la considerazione e laffetto di tutti: era divenuta la madre del popolo; tutti gli sfortunati trovavano in lei accoglienza e protezione; la fame, laumento dei prezzi, lesaurimento delle finanze, erano conseguenza delle guerre, e lei si era privata dei gioielli per prestare aiuto. Aveva rinunciato, come attestato da Giovio, alla pompa e alle vanit mondane, alle quali era stata abituata fin dallinfanzia; si era data alle pratiche devote e aveva fondato ordini religiosi e ospedali, seguita dalle dame, che avevano rinunziato alla vanit femminile: la vedova di Cesare si era infatti, ritirata in un convento femminile; la vedova del duca di Gandia aveva fatto lo stesso; la vedova di Alessandro VI, in vecchiaia, era divenuta bigotta, e Giulia Farnese se non si era ritirata in un convento, certamente (supponeva G.), si era data giornalmente agli esercizi pietosi.

Il 1513 aveva visto la fine della guerra, e segnava un nuovo periodo nella vita di Lucrezia; da questo periodo che lei aveva deciso di seguire questa pia direzione; ma, era rimasta, una delle pi brillanti dame dItalia.

Alfonso in questi anni di pace seguiva la cultura delle arti; i migliori maestri di Ferrara, quali i Dossi, Garofalo; Michele Costa, lavorava per lui al castello di Ferrara e in quello di Belriguardo e di Belfiore; Tiziano, di tempo in tempo, era ospite di Ferrara e riportava tavole di Raffaello; Lucrezia aveva un Cupido scolpito da Michelangelo, ma non riusciva a tener testa alla cognata Isabella, che aveva relazioni con tutti i grandi artisti del suo tempo e che aveva informatori in tutte le grandi citt dItalia, che la informavano su ci che essi facevano di bello.

A partire dal 1513 il papa Leone X aveva eclissato la Corte di Ferrara in quanto il fanatismo artistico di questo Medici, aveva attirato a Roma i pi brillanti talenti dItalia. Egli, per i nipoti, seguiva le tracce di Alessandro VI e aveva nominato Lorenzo de Medici, (1516), duca di Urbino, dopo aver tolto il ducato al legittimo proprietario Guidobaldo. Leone X bruciava dal desiderio di togliere Ferrara ad Alfonso, sebbene avesse avuto le citt di Modena e Reggio, e si era salvato grazie allamicizia del re di Francia, dal quale egli si era recato per riferire le mire del papa. Al suo ritorno (14 giugno 1519) aveva trovato Lucrezia che aveva partorito un bambino morto, e aveva avuto una maternit difficile; sentendosi vicino alla morte, aveva scritto una lettera al papa Leone X, che portava le tracce di una profonda e sincera emozione; Lucrezia spirava la notte del 24 giugno in presenza del marito, che la seguir cinque anni dopo; ma della loro tomba non era rimasta alcuna traccia.

Dei cinque figli avuti da Lucrezia, Alessandro era morto a due anni ed erano rimasti, Ercole (II) che succedeva nel ducato; Ippolito, divenuto cardinale, moriva nel 1572; Eleonora, moriva in convento nel 1575; Francesco, marchese di Massalombarda, moriva il 1578.

 

 

*) Le Loyal Serviteur, Histoire du bon Chevalier, Le seigneur de Bayard.

 

FINE