ABELARDO ED ELOISA

 

STORIA D'AMORE D'UN FILOSOFO E DELL'ALLIEVA DI GRANDE TALENTO

 

 

MICHELE DUCAS PUGLIA

 

PARTE SECONDA

 

 

SOMMARIO: L' ATROCE VENDETTA; NEL MONASTERO DI SAN DIONIGI; IL TRATTATO PER GLI STUDENTI E IL CONCILIO DI SOISSONS; LA POLEMICA SU BEDA E ILDUINO; LA FUGA DAL MONASTERO DI S. DIONIGI; IL PARACLETO.

 

L'ATROCE VENDETTA

 

Fulberto, aveva mostrato di accettare la proposta di Abelardo, suggellando il patto con il giuramento e con baci, <ma egli> scrive Abelardo <meditava la vendetta che ora avrebbe potuto compiere più facilmente>.
Abelardo e Eloisa, dopo aver passato in segreto, per pregare, la notte in una chiesa, furono uniti in matrimonio alla presenza di Fulberto e di amici, e, dopo la cerimonia i due andarono via per proprio conto e di nascosto, e si incontravano in segreto e più raramente.
Ma Fulberto, era rimasto insoddisfatto. Certamente egli avrebbe voluto per la nipote un matrimonio normale e non segreto. Abelardo non si era reso conto di questo e racconta che: <nel tentativo di lenire la sua vergogna, e venendo meno al giuramento, cominciò a diffondere la notizia del matrimonio, e mentre Eloisa si vedeva costretta a negare, giurando, che la notizia era falsa, lo zio infuriato per il suo comportamento la ricopriva di insulti>. Quando Abelardo venne a saperlo, pensò subito di mandare Eloisa nel monastero di Argenteuil dove era stata educata e aveva studiato. Non appena lo zio e i parenti vennero a saperlo pensarono di essere stati deliberatamente ingannati e che Abelardo le avesse fatto indossare l'abito da monaca per potersene liberare. Per questo ne furono indignati e meditarono la vendetta.
Fu così che una notte mentre Abelardo dormiva in una camera appartata della sua casa, tre uomini entrarono nella camera e uno di essi con un colpo netto lo privò del pene e dei testicoli. Alle grida di dolore gli uomini fuggirono, ma due di essi furono presi. Costoro furono accecati e subirono la stessa sorte di Abelardo, furono anch'essi evirati. Uno di loro era il servo di Abelardo che aveva tradito il suo padrone per avidità.
All'alba la notizia si era già propagata per tutta Parigi, e molti si erano raccolti intorno alla casa. Tra costoro molti piangevano e molti alzavano le loro grida, commuovendo lo stesso Abelardo fino alle lacrime. Più di tutti lo ferirono i lamenti dei chierici e soprattutto i pianti dei suoi discepoli. <Soffrivo più per la loro compassione che per il dolore della ferita> commenta Abelardo, che per il suo orgoglio ferito, aggiunge: <avvertivo di più la mia vergogna che la piaga che mi affliggeva …continuavo a pensare quanto la gloria mi avesse reso potente e con quale facilità fosse stata abbattuta, anzi completamente annientata, a causa di una colpa vergognosa, dal giusto giudizio di Dio che mi aveva punito proprio in quella parte del corpo con la quale avevo peccato>. Ma è solo l'inizio delle sue sventure che d'ora in poi lo perseguiteranno con maggior accanimento.
In questa situazione infelice Abelardo decide di rifugiarsi in un monastero: <non fu una conversione ispiratami dalla devozione, bensì, lo ammetto, dalla confusione e dalla vergogna.> Abelardo aggiunge che, <anche Eloisa per mio ordine, preso prima il velo, entrò in monastero!>.

Era stata la vergogna e l'orgoglio ferito a portarlo a precipitare gli eventi, sia per se stesso, che per Eloisa, che al monastero non vi era andata spontaneamente ma lui stesso l'aveva portata, chiedendole (mi costringesti a legarmi a Dio e a prender l'abito religioso e farmi monaca prima di te!) di prendere il velo. Eloisa, tutta presa dall'amore per Abelardo non si sottrasse a questa richiesta, ma la sua volontà in effetti era stata forzata e lo fece sapere pronunciando, mentre prendeva il velo, tra lacrime e singhiozzi, il lamento di Cornelia (la giovane moglie di Pompeo, sconfitto da Giulio Cesare): <O nobilissimo sposo, o me, indegna di un simile talamo, quale diritto aveva la Fortuna su un uomo così grande?. Perché acconsentii, indegna a queste nozze, se dovevano renderti così infelice. Ora, che io accetti la pena e almeno la espii volontariamente!> (da Pharsalia di Lucano).
Le pesanti porte del monastero si chiudevano così per sempre alle spalle di una fanciulla che poteva appena aver raggiunto i venti anni (1119), bella, intelligente e di elevata cultura, che avrebbe ben meritato un diverso destino.

 

NEL MONASTERO DI SAN DIONIGI

 

Abelardo si era rifugiato nel monastero di san Dionigi (saint Denis) dove, ancora convalescente per la ferita riposta, si erano precipitati i chierici suoi allievi per sollecitare sia lui che il suo abate a riprendere gli studi e le lezioni, questa volta non più a pagamento, ma per amore di Dio. Essi gli ripetevano che il suo talento, donatogli da Dio, doveva essergli restituito con gli interessi. E se fino a quel momento si era dedicato ai ricchi, d'ora in poi avrebbe dovuto sforzarsi di insegnare soprattutto ai poveri.
Nel monastero i monaci conducevano la vita come se fossero ancora nel secolo e tra molti peccati, e lo stesso abate che aveva una pessima fama, conduceva anch'egli vita peccaminosa. Abelardo li rimproverava, cogliendo ogni occasione, sia in pubblico sia in privato per la loro immoralità, non facendo altro che rendersi odioso e insopportabile a tutti, ed essi cercarono di liberarsene, assecondando le richieste degli studenti che lo reclamavano per l'insegnamento.
Dopo l'intervento dei monaci e dell'abate, gli venne assegnato un eremo per insegnare e dedicarsi allo studio. Arrivò una tal moltitudine di scolari che non c'era più spazio per ospitarli né cibo sufficiente per sfamarli.
Abelardo questa volta si era dedicato allo studio delle sacre scritture, abbandonando quello delle arti secolari che però gli studenti gli richiedevano con più frequenza, e lui ne approfittò buttando l'amo delle discipline secolari per poter invece parlar loro della vera filosofia, cioè della dottrina teologica. La notizia del duplice insegnamento non tardò a diffondersi e il grande maestro si vide arrivare una torma di allievi che aveva abbandonato i propri insegnanti per seguire le sue lezioni. Ciò non fece altro che far aumentare l'invidia e l'odio di costoro nei suoi confronti.
Essi gli mossero questa volta l'accusa che la sua scelta monastica era incompatibile con le discipline filosofiche e, inoltre, che Abelardo peccava di presunzione in quanto, pur non avendo avuto alcun maestro, si dedicava ugualmente all'insegnamento della teologia. Costoro in effetti volevano impedirgli di insegnare e facevano pressioni su vescovi, arcivescovi abati e qualsiasi ecclesiastico potessero raggiungere.

 

IL TRATTATO PER GLI STUDENTI E IL CONCILIO DI SOISSONS

 

Abelardo si era dedicato allo studio della teologia che cercò di analizzare con ragionamenti e per analogia, e su richiesta degli allievi, compose un trattato sulla unità e trinità divina (De unitate et trinitate divina). Essi infatti chiedevano spiegazioni razionali e filosofiche e, in particolare, ragionamenti che potessero studiare e comprendere e non semplici esposizioni, sostenendo che era inutile pronunciare delle parole se queste poi non erano capite, e, che non si poteva credere in un discorso, se prima non lo si fosse compreso. Insomma gli allievi volevano capire e trovavano ridicolo che i maestri volessero spiegare cose che essi stessi non comprendevano. Il trattato faceva chiarezza, con la sottigliezza delle soluzioni, su punti di evidente complessità, ed era piaciuto agli allievi i quali avevano trovato nel testo le risposte a qualsiasi argomento. Questo però aveva suscitato l'invidia dei suoi rivali che convocarono un concilio contro Abelardo.
Alberico e Lotulfo (gli allievi di Anselmo di Laon), che insegnavano a Reims, nemici giurati di Abelardo gli istigarono contro con malvagie insinuazioni l'arcivescovo della città, Rodolfo e, ottenuto il consenso del legato pontificio, Conone di Preneste, organizzarono a Soissons una specie di misera riunione che chiamarono concilio. Invitarono Abelardo a portare il libro, ma prima ancora che egli arrivasse, lo avevano calunniato presso chierici e laici, tanto che, quando egli arrivò con alcuni discepoli, per poco non fu preso a sassate, accusandolo di aver predicato e scritto che esistevano tre dei.
Abelardo pensò di andare subito dal legato Conone, portandogli il libro, perché lo leggesse e lo giudicasse, assicurando che se avesse trovato qualcosa che non si accordasse con la fede cattolica, era pronto a correggerlo o scusarsene. Conone gli ordinò di portare il libro al vescovo e ai suoi due rivali perché fossero loro a giudicare. Costoro esaminarono e riesaminarono il libro senza trovare nulla da portargli contro. Abelardo ogni giorno, prima che iniziasse il concilio, cercava di esporre ciò che aveva scritto, riuscendo a convincere quelli che lo ascoltavano che non si poteva dire nulla contro di lui, tanto che essi ritenevano che i giudici erano in errore ben più di quanto lo fosse lui.
Alberico, volendo tendergli un tranello, un giorno si recò da lui con alcuni discepoli, dicendosi stupito di alcune cose che aveva letto, e cioè che pur avendo Dio generato Dio, e pur non essendovi che un solo Dio, Abelardo negava che Dio avesse generato se stesso (e Abelardo non lo aveva scritto perché con una simile affermazione sarebbe caduto in eresia!, nda). Abelardo si dichiarò disposto a chiarire, ma Alberico non accettò affermando che <occorreva unicamente la parola dell'autorità>. Abelardo, rispose che sfogliando il libro sarebbe stata trovata l'autorità, e aprendo il libro per puro caso trovò subito la frase che cercava, quella di s. Agostino (in De Trinitate) secondo la quale: <Dio non aveva potuto creare se stesso e coloro che lo pensano sbagliano, perché nessuna creatura né materiale né spirituale può farlo>.
Alberico e i suoi discepoli arrossirono, ed egli per giustificarsi affermò che bisognava capire bene ciò che era scritto. Abelardo ribadì che ciò non aveva importanza <perché lui aveva chiesto la parola dell'autorità>. <Se ora invece voleva discutere delle parole e utilizzare gli strumenti della ragione, egli era pronto a dimostrare che con le parole che aveva usato, lo stesso Alberico era caduto nell'eresia secondo la quale il Padre è colui che è figlio di se stesso>!. Queste parole non fecero altro che fare infuriare Alberico, il quale andando via lo minacciò affermando che le sue ragioni o i suoi riferimenti autorevoli non gli sarebbero stati di aiuto nel concilio.
L'ultimo giorno del concilio l'arcivescovo e gli altri discussero su quale giudizio emettere su Abelardo e sul suo libro, ma da un po’ di tempo tutti tacevano o lo attaccavano di meno non avendo trovato nulla che potesse motivare una condanna. Il vescovo Goffredo di Chartres si alzò e affermò che la cultura di Abelardo e il suo ingegno in qualsiasi disciplina avevano molti sostenitori e seguaci e che aveva eclissato la fama dei suoi e nostri maestri.
<Se ora lo condannate, anche se giustamente, sappiate che offenderete molte persone, e saranno molti a volerlo difendere, soprattutto perché non abbiamo trovato nel suo scritto nessun'affermazione che possa essere pubblicamente condannata. Fate attenzione a non essere proprio voi, comportandovi con arroganza, ad aumentare la sua fama, affinché non si diventi noi più colpevoli a causa dell'invidia, che lui a causa della giustizia…Se decidete di procedere contro di lui, secondo il diritto canonico, dovete esaminare il suo pensiero o il suo scritto, e se lo interrogate dovete lasciarlo parlare liberamente così che colpevole o pentito, taccia poi per sempre>.
Ma gli altri non accettarono perché, dissero, non potevano combattere contro l'abilità oratoria di un uomo ai cui argomenti e sofismi il mondo intero non avrebbe saputo resistere. Poiché non riusciva a frenarli, Goffredo disse che i pochi prelati presenti non erano sufficienti per giudicare una questione così importante. Egli suggeriva quindi che Abelardo fosse riportato dal suo abate nel monastero, in modo che convocato un maggior numero di prelati più preparati, sarebbe stato possibile decidere cosa fare. Il legato Conone si dichiarò d'accordo, ma gli avversari, resisi conto che così facendo non avrebbero potuto fare più nulla, convinsero il vescovo che sarebbe stato umiliante per lui se la causa fosse stata trasferita altrove e sarebbe stato pericoloso per tutti se Abelardo fosse sfuggito alla condanna.
Convinsero anche Conone che era contrario, che bisognava bruciare il libro senza processo e senza esitazione. Sia il vescovo sia il legato non furono in grado di impedire che Abelardo fosse costretto a bruciare il libro con le sue mani. Dopo un'ulteriore diatriba, il vescovo invitava Abelardo a esporre la sua fede, ma mentre si alzava, gli avversari dissero che era sufficiente che recitasse il Simbolo di Attanasio (costituito da quaranta proposizioni ritmiche che compendiavano le verità della fede, e completavano il catechismo ed era imparato a memoria dai bambini). Era un'offesa per Abelardo. Per maggior disprezzo per il suo sapere, gli fecero portare il testo che Abelardo lesse tra sospiri, lacrime e singhiozzi. Dopo di che, condannato e colpevole venne affidato all'abate del monastero di s. Medardo dove Abelardo fu portato come in un carcere, e lì egli pianse più per le ferite inferte alla sua fama che per quelle che erano state inferte al suo corpo.

 

LA POLEMICA SU BEDA E ILDUINO

 

La notizia della condanna si divulgò in pochissimo tempo e tutti espressero la loro disapprovazione. Coloro che avevano condannato Abelardo fecero a gara per discolparsi, ognuno accusando gli altri. Il legato pontificio, essendosi pentito lo fece uscire dal monastero di s. Medardo e lo fece ritornare a s. Dionigi, dove però tutti i monaci gli erano ostili ben sapendo che in lui <non avrebbero avuto un complice e non sarebbero riusciti a coinvolgerlo nell'impudicizia della loro vita e delle loro vergognose abitudini>. L'occasione per accanirsi contro di lui fu causata proprio da Abelardo il quale nel leggere gli Atti degli Apostoli di Beda il Venerabile (8), era stato colpito da una frase secondo cui Dionigi l'Areopagita, era stato vescovo di Corinto e non di Atene. Il san Dionigi di cui portava il nome il monastero era proprio questo, e i monaci di quel convento lo consideravano vescovo di Atene (in quanto si riteneva che Dionigi, convertito da s. Pietro, era giudice del tribunale che aveva sede nell'areopago di Atene, nda.), anzicchè di Corinto.
Abelardo <per gioco> mostrò la frase ai confratelli che di questo scherzo ne furono indignati dicendo che non c'era da fidarsi di quello che aveva scritto Beda, in quanto era più sicuro ciò che aveva detto il loro antico abate Ilduino (nel IX sec.), il quale aveva fatto ricerche su san Dionigi ed era stato in Grecia, dove aveva appurato la verità e aveva scritto la vita del santo proprio per eliminare ogni dubbio. Uno dei monaci gli rivolse subito una domanda pericolosa, cioè, se lui si fidava più delle parole di Beda o di Ilduino. Naturalmente Abelardo che era fatto apposta per mettersi nei guai, rispose che si fidava delle parole di Beda di cui apprezzava l'autorevolezza, riconosciuta dall'intera Chiesa latina, anziché di Ilduino. Abelardo non aveva fatto altro che vivificare una polemica - quella sullo pseudo-Dionigi e sul Corpus Dionysianum - che, già iniziata secoli prima, continuerà nei secoli a venire, fino all'età moderna (9).
Non mancò la reazione dei monaci che gli gridarono che finalmente egli mostrava apertamente l'ostilità sempre mostrata nei confronti del monastero, e per questo voleva screditarlo in tutta la Francia, privando il convento di quella ricchezza che procurava loro gloria e fama (10), e la stessa abbazia era Abbazia reale. Il <gioco> di Abelardo era stato a dir poco superficiale e comunque provocatorio e la reazione dei monaci anche se esagerata era piuttosto giustificata. Ma Abelardo rispose che (per lui) non aveva importanza che il loro patrono provenisse dall'Areopago, o da qualche altra parte; era invece importante che egli avesse ottenuto da Dio una corona di nobiltà per le sue virtù. Ma i monaci corsero dall'abate, Adamo, per riferirgli tutto ciò che a loro piacque, e all'abate non parve vero di aver avuto un buon motivo per perseguitarlo.

 

8) In effetti l'autorità di Beda non solo in campo scientifico (matematiche e fisiche) con opere come De natura rerum; De temporibus; De ratione temporum, era senz'altro superiore a quella di Ilduino; anche nel campo della grammatica, con De arte metrica; De ortographia; De schematibus et tropis S. Sripturae in cui egli applica sistematicamente la tecnica dei grammatici allo studio del testo sacro facendo prevalere un metodo che verrà imposto da Carlo Magno nel programma per le scuole; infine nel campo storico con la Storia ecclesiastica del popolo inglese, che costituisce uno dei primi tentativi (successivamente arriverà Gregorio di Tours con la Storia dei Franchi), di tracciare la storia nazionale dei popoli che erano succeduti ai romani, e ancora nel campo ecclesiastico., con opere di esegesi biblica, omelie, vite di santi. Enorme fu la sua influenza sulla cultura monastica del medioevo.
9) Ilduino invece era di una levatura diversa e certamente inferiore a quella di Beda. Pur essendo stato cappellano alla corte di Ludovico il Pio e abate nel monastero di st. Denis a Parigi, aveva scritto un Libellum passionis in cui cerca di dimostrare che Dionigi di Atene, l'Areopagita, era lo stesso del Dionigi primo vescovo di Parigi, patrono della Francia e fondatore dell'abbazia, di cui era stato abate. Ilduino inoltre aveva tradotto con l'aiuto di altri il Corpus Dionysianum, che gli era stato donato dall'imperatore bizantino quando si era recato in Grecia, facendo una non buona traduzione, successivamente rifatta da Scoto Eriugena. Questo Corpus aveva creato intorno al 518 delle dispute a Bisanzio tra cattolici e monofisiti e già da allora se n'era contestata l'autenticità e il testo tacciato di falsificazione di mano eretica.
10) San Dionigi era protettore della Francia e la Basilica considerata Chiesa di Stato; la sua ricostruzione era iniziata sotto Pipino che vi era stato seppellito, e a dodici anni Carlo vi era stato incoronato re, e, a fine costruzione era stata inaugurata dallo stesso Carlomagno; in quel luogo era stato seppellito il nonno Carlo Martello e il padre Pipino e Carlo vi fece seppellire la madre Bertrada (v. Carlomagno e l'Idea dell'Europa)

 

LA FUGA DAL MONASTERO DI S. DIONIGI

 

L'abate in presenza del consiglio e di tutti gli altri monaci, lo minaccia in tutti i modi dicendogli che lo manderà dal re per fargli avere la giusta punizione, dando disposizioni di sorvegliarlo fino a quando fosse stato condotto dal re. Inutilmente Abelardo aveva fatto presente di essere d'accordo a subire una punizione contemplata dalla regola, se avesse commesso una colpa.
Alla fine, sentendosi inorridito dalla malvagità dei monaci, disperato per i colpi dell'avversa fortuna, sentendosi perseguitato dal mondo intero, con l'aiuto di alcuni suoi discepoli, riesce a scappare di notte andando a rifugiarsi nelle terre del conte Teobaldo di Champagne, prima nell'eremo dove era già stato in precedenza, poi andando nella cittadina di Provins in un eremo del convento dei monaci di Troyes, il cui priore era suo amico che lo accolse e trattò con ogni attenzione. Poco dopo avvenne che l'abate Adamo (del monastero di s. Dionigi) si era recato in visita dal conte. Abelardo si recò dal conte pregandolo di intercedere per lui perché l'abate lo perdonasse e gli desse il permesso di vivere dove egli (Abelardo) lo avesse creduto, seguendo sempre la regola monastica. L'abate promise che avrebbe dato una risposta.

Consigliatosi con i suoi accompagnatori, ritennero che se Abelardo si fosse trasferito, ciò sarebbe stato un disonore per la loro abbazia, perciò non vollero sentir ragione né dal conte né da lui, anzi lo invitarono a tornare al più presto, minacciandolo di scomunica, e questa sarebbe stata estesa al priore che lo ospitava! Rientrando al monastero, Adamo, al quale Abelardo aveva scritto una lettera per riconciliarsi, morì. Abelardo si rivolse quindi al suo successore, Sugerio (che per le sue capacità diventerà reggente del regno, quando Luigi VII partiràper la seconda crociata), e, grazie anche all'intervento del re e all'intercessione del suo siniscalco, Stefano Garlando, amico di Abelardo, ottenne di andare in un luogo solitario, a condizione che non si legasse a nessun'altra abbazia, in modo che il monastero non venisse privato dell'onore che gli conferiva la sua presenza.

 

IL PARACLETO

 

Abelardo scelse un posto isolato e solitario dalle parti di Troyes, e, su un pezzo di terra che ottenne in regalo, avuto il consenso del vescovo, con l'aiuto di un chierico, costruì con canne e paglia, un oratorio che dedicò alla ss. Trinità. Gli studenti che letteralmente lo braccavano, vennero a sapere dove il loro maestro si era rifugiato, e lasciando città e castelli, e rinunciando alle loro grandi case e ai cibi delicati, lo raggiunsero, accontentandosi di dormire su letti di paglia, in piccole capanne che si erano costruiti, alimentandosi con erbe selvatiche e pane duro. Costoro procuravano ad Abelardo tutto quello di cui avesse bisogno, cibo, abiti, coltivavano i campi, facevano fronte a tutte le spese, purché il loro maestro si dedicasse allo studio e non fosse distratto da alcuna preoccupazione materiale
La durezza della vita alla quale questi scolari si erano sottoposti, agli occhi dei suoi nemici, costituiva motivo di gloria per il maestro, e di ignominia per loro. Costoro avevano fatto tutto ciò che avevano potuto contro Abelardo e alla fine si accorgevano che tutto si risolveva a suo vantaggio.
E quando l'oratorio costruito da Abelardo non poté contenere che una piccola parte di studenti, essi lo ricostruirono in pietra e legno. Abelardo che aveva dedicato l'oratorio che aveva costruito con le sue mani alla ss. Trinità, ora, sentendosi più sollevato, chiamò il nuovo oratorio <Paracleto cioè Consolatore>. Ma questo nome suscitò subito il risentimento dei suoi nemici. Essi ritenevano che non era lecito dedicare una chiesa allo Spirito Santo piuttosto che a Dio padre, e sarebbe stato meglio dedicarla al solo Figlio oppure a tutta la Trinità.

A questo punto Abelardo che ben conosceva il problema della Trinità, precisa: <Costoro erano stati indotti in errore ritenendo che non vi sia alcuna differenza tra Paracleto e Spirito Paraclito. Invece, come la Trinità stessa, o una qualsiasi delle persone della Trinità, può essere chiamato Dio o Salvatore, può essere chiamata anche Paracleto, che significa consolatore. Se ogni chiesa può essere consacrata al Padre, Figlio e Spirito Santo, cosa impedisce di intitolarla al Padre o al Figlio o allo Spirito Santo?. Comunque,> conclude Abelardo, <avevo chiamato l'oratorio Paracleto non per dedicarlo a una delle persone della Trinità, ma in memoria del conforto che mi fu dato>…aggiungendo, tanto per precisare!…<anche se l'avessi dedicato a una sola Persona, non vi sarebbe stata alcuna ragione in contrario, come ho dimostrato, anche se non rientra nella consuetudine>.

 

Fine seconda parte

continua...(terza parte)

inizio pagina